Che cos’è un trauma? È un letto vuoto all’alba. È una mantella colorata ripiegata in una valigia. È il corpo di qualcuno che hai amato e che non tornerà. In cartellone al Lovers Film Festival di Torino il film del regista brasiliano Daniel Nolasco “Apenas Coisas Boas / Only Good Things” affronta il vuoto della perdita attraverso un mosaico di frammenti disposti su due piani temporali che si intrecciano e si interrogano a vicenda.
Siamo nel 1984, in una landa rurale del Brasile. Antonio (interpretato da Lucas Drummond da giovane e Fernando Libonati a sessant’anni) è un allevatore solitario, distante dal padre che non ha mai accettato la sua omosessualità. Un giorno trova per strada Marcelo (Liev Carlos), motociclista ferito in un incidente. Lo porta a casa, lo cura, ne lecca le ferite. Tra i due esplode una passione totalizzante, avvolgente, raccontata con una sensualità esplicita e una fotografia abbagliante: bianchi velati di flare, corpi statuari, paesaggi bucolici che sembrano dipinti. Nolasco seduce lo spettatore deliberatamente: vuole che ci innamoriamo di Marcelo quanto ne sia innamorato Antonio, vuole che sentiamo sulla pelle il peso di ciò che verrà perso. Il cinema può fare questo: creare attaccamento, ossessione e poi portarti tutto via e lasciarti dimenare nel vuoto. Paure, rimpianti e ferite mai ricucite si attorcigliano in una pellicola esplicita, con i corpi e il desiderio che danno forma agli snodi di una trama inafferrabile quanto il dolore del protagonista.
Per Antonio il confronto col padre è il nodo politico sull’omofobia di sangue, che il film non scioglie facilmente. “Non sei mai stato mio figlio“, dice l’uomo al figlio. Antonio risponde che verrà dopo di lui, che morirà, e che tutto quell’impero non avrà futuro. I due si lasciano senza uccidersi, ma anche senza riconciliarsi. Un’altra forma di vuoto.
Il salto temporale è il cuore del film e i giochi di rimando e di mancanza torturano lo spettatore che, improvvisamente, non ha più accesso alla bellezza e all’incanto di Antonio e Marcelo immersi nell’amore buicolico della fazenda, tra cagliate strizzate in mezzo alle forme di formaggio e vacche coccolate all’ora dei tramonti rosati. Ritroviamo Antonio nella metropoli, con un amante che non è Marcelo, con una vita fatta di sesso cercato nei cruising nei boschi urbani incastrati nei parcheggi, di distrazioni affettive che cristalizzano il vuoto. Il trauma non ha forma di urlo, diventa abitudine, e l’assenza una ragione di vita resta appesa a un quadro in salotto con il ritratto di quell’amore che muore nel corpo di Marcello e si redime per sempre in forma di ossessione.
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Nolasco omaggia esplicitamente l’immaginario queer del cowboy e del motociclista (Nicholas Ray, Andy Warhol, David Lynch ma anche Ang Lee di Brokeback Mountain) per portarci al centro di un vuoto affettivo che non dà tregua. Certi traumi e certe perdite resistono tenaci negli incavi delle nostre fragilità: ci accompagnano e restano lì, ingombranti quanto la vita, definitivi come la morte.

