In anteprima italiana al Lovers Film Festival di Torino “Iván & Hadoum“, opera prima di Ian de la Rosa, persona trans, acclamato sceneggiatore della serie HBO Veneno, che arriva in Italia già incoronata dal Teddy Award 2026 come miglior lungometraggio alla Berlinale: certamente il più influente premio cinematografico queer al mondo. Una coproduzione spagnola-tedesca-belga girata nei paesaggi assolati dell’Andalusia, con due attori alla prima esperienza cinematografica: Silver Chicón nel ruolo di Iván e Herminia Loh Moreno nel ruolo di Hadoum.
Iván è un uomo trans che lavora come caposquadra in una serra industriale di Almería, di proprietà di amici di famiglia. Hadoum è una donna di origini marocchine, assunta come imballatrice stagionale. Si conoscono, flirtano, si innamorano. Il resto è una trama di struttura sjakesperiana: famiglie ostili, Montecchi e Capuleti tra logistica e raccolte di frutta e pomodori, colleghi diffidenti, un sistema che non perdona chi ama fuori dai margini conformi.
Ma de la Rosa fa qualcosa di più sottile di una semplice tragedia classica. Intreccia tre assi di marginalità: identità trans, immigrazione, lotta di classe. Li fa convergere in un unico sopruso di matrice capitalistica e patriarcale. Sono due uomini, il padrone della fabbrica e suo figlio, a comprimere lo scenario e costringere Iván a scegliere: asservirsi al sistema per ottenere qualcosa, o restare libero a costo di perdere tutto. La pelle di questi novelli Romeo and Juliet trasuda, come raramente abbiamo visto in altre pellicole, una coerente rivendicazione intersezionale.
Su questo, le parole di Silver Chicón, interpete di Ivàn, presente in sala prima della proiezione, sono state molto precise e legittimamente orgogliose:
“Era la mia prima prova recitativa, ed è stato un privilegio per me recitare nel ruolo di Ivan. Ho amato il progetto proprio per la messa in secondo piano del genere dei personaggi rispetto al plot principale. Ho subito accettato, mi piaceva l’idea di un film dove l’essere trans non fosse una tragedia, non generasse un conflitto, un dramma. Il film non è basato sull’identità trans. Per Ivan essere un uomo trans è solo una parte di sé. Non ci sono così tanti film che si focalizzano sul tema del lavoro, se c’è di mezzo una vita trans. La vita trans nel film è un dato di vita reale, di vita regolare, senza troppe insistenze su transizioni e affermazioni o altre questioni legate alla varianza di genere, e penso che molte persone trans come me possano apprezzare di vedersi rappresentate in una storia che non metta davanti la loro identità di genere. Siamo i vostri vicini, siamo ovunque, esistiamo sin dall’inizio dei tempi, abbiamo una vita regolare come tutti gli altri”
È esattamente ciò che il film riesce a fare. Iván non è consumato dal suo percorso di transizione. È un uomo con una famiglia, un lavoro, un amore difficile. A un certo punto dice ad Hadoum che ciò che ama di lei è che non si vergogna di stare con lui. E così il sangue del mestruo di lui diventa motivo di complicità politica.
Cinematograficamente, de la Rosa dimostra una maturità registica scevra da licenze da overcompensating. La macchina da presa entra nella realtà di corpi non conformi che si abbandonano all’impeto dell’eros: le scene sessuali sono tenere, precise, organiche all’attrazione intellettuale (di lotta di classe) che scatta tra i due. Una di queste, girata con lente a infrarossi nella serra, è tra le più belle immagini del cinema queer mai viste.
