Alessandro Battaglia, presidente del comitato organizzatore dell’EuroPride 2027, ha tracciato la rotta dell’atteso evento a cui la città della Mole si sta preparando per l’anno prossimo. Nei giorni del Lovers Film Festival ha coordinato insieme alla direttrice artistica Vladimir Luxuria il panel dedicato all’impatto che ha avuto il trionfale Budapest Pride del 28 Giugno 2025 che ha assestato un colpo decisivo al crollo del regime di Orban. A margine del grande successo del Lovers (circa 6.500 presenze, con incassi cresciuti di oltre il 42% e biglietti venduti di oltre il 57%), Battaglia ci ha spiegato come il Torino Pride, che scende in piazza per i suoi 20 anni nel Pride cittadino del 6 giugno con un messaggio di “intersezionalità“, intenda convogliare la forza territoriale delle realtà LGBTIAQ+ italiane in vista dell’EuroPride 2027. E alla politica nazionale (tutta) manda un messaggio preciso sulle priorità in vista delle prossime elezioni, che al più tardi si terranno entro la fine dell’estate del 2027.

Il “Together We Can” è un efficace messaggio di unità: in concreto in che cosa si traduce?
È una cosa che vogliamo sviluppare in modo molto potente. Abbiamo già coinvolto molti comuni e molte amministrazioni pubbliche che stanno dentro la rete, stiamo coinvolgendo tutti i Pride d’Italia e cerchiamo di arrivare un po’ dappertutto. Abbiamo in programma un incontro il 12 maggio a Milano, dove parleremo anche di economia. Il 16 maggio saremo a Genova per l’inaugurazione del servizio LGBTIQ+ del Comune. Dobbiamo solo trovare le risorse e le energie per farlo.
Torino ha soffiato la candidatura a Vilnius, e mai come in questo momento la Lituania avrebbe avuto bisogno dell’EuroPride. Avete in mente qualcosa con e per Vilnius?
Volevamo andare a Vilnius il 6 giugno a testimoniarlo fisicamente, come avevamo fatto per il Belgrado EuroPride, ma il 6 giugno è anche il Pride di Torino e non possiamo essere in due posti contemporaneamente. Abbiamo in animo di organizzare una serie di incontri che coinvolgano non solo la Lituania, ma molte realtà europee e globali, considerato il momento. Abbiamo rapporti personali diretti con gli organizzatori del Pride di Vilnius, nel 2022 avevamo ospitato qui a Torino l’assemblea annuale di EPOA (European Pride Organisers Association), e siamo strettamente in contatto. Non abbiamo ancora strutturato qualcosa di definitivo, ma l’intenzione è anche quella di ospitare i comitati di questi paesi per dare loro visibilità dalla vetrina dell’EuroPride.
Lo stesso ragionamento vale per Bulgaria, Slovenia, Slovacchia, Ungheria, e nel 2027 ci saranno le presidenziali francesi e le elezioni italiane. Come intende rilanciare l’EuroPride di Torino la vocazione di leadership europea dell’Italia, in termini di conferenze e comunicazione politica?
Quello che vorremmo è che questo EuroPride, proprio per il coinvolgimento più ampio possibile, non solo di organizzazioni LGBTIQ+ ma anche di amministrazioni pubbliche ed enti culturali, potesse davvero produrre qualcosa di importante dal punto di vista culturale, più che legislativo. Dal punto di vista legislativo, onestamente, non credo che porteremo a casa molto. Ma nella vita si comincia da qualcosa. Inizierà presto un periodo molto intenso di partecipazione a eventi internazionali in cui andremo a portare la nostra presenza come EuroPride. Abbiamo vinto l’EuroPride non perché siamo Torino, ma perché siamo l’Italia.
Esiste un rapporto strutturato tra EPOA e le istituzioni europee (Commissione, Parlamento)?
Le relazioni ci sono, ma sono in una fase di costruzione. EPOA è un’associazione molto diversa, ad esempio, da ILGA, che ha un rapporto più diretto con la Commissione. Ci stanno lavorando, e noi stiamo cercando di contribuire a questa costruzione.

Ne parleremo presto qui su Gay.it con Patrick Orth, presidente di EPOA. A proposito, in generale, EPOA vi lascia carta bianca su come organizzare l’evento?
Sì, c’è abbastanza libertà. Ci sono pochissime cose obbligatorie, non è particolarmente impositiva, tant’è vero che ogni EuroPride è diverso dall’altro. Noi stiamo cercando di costruire una piattaforma e un palinsesto di grande penetrazione sul territorio italiano, con il massimo coinvolgimento dei Pride italiani, sempre in collegamento con quelli europei. EPOA ha prodotto effetti molto interessanti: nata dai Pride più importanti d’Europa, Londra, Parigi, Madrid, ora porta istanze molto diverse, dai portoghesi ai greci. C’è stato un grandissimo lavoro sulla Polonia, sulla Repubblica Ceca. E dentro l’organizzazione ci sono già molti Pride italiani: Roma, Milano, Perugia, Varese, e altri.
C’è un tema Africa: Senegal, Uganda, Ghana, Burkina Faso e altri paesi scivolano verso leggi anti-LGBTIQ. L’Europa ha responsabilità precise. Organizzerete qualcosa?
Stiamo cercando di capire come costruire i temi e i focus della conferenza internazionale sui diritti umani che dovremmo organizzare nel 2027. L’Africa sarà sicuramente centrale, anche perché stiamo assistendo a una degenerazione complessiva. Sono macro-temi con specificità molto complesse, e non sarà semplice affrontarli in modo efficace. Nel 2022, durante l’assemblea qui a Torino, invitammo rappresentanti da tutto il Nord Africa, paesi in cui le persone LGBT non vivono in pericolo di morte come altrove, ma non vivono esattamente momenti belli. Lo stesso vale per il Medio Oriente e la penisola arabica. Non possiamo poi dimenticare la Cecenia e tutto il mondo post-sovietico. Ci sono situazioni sulle quali l’Europa non avrà alcuna possibilità di incidere nei prossimi anni: l’obiettivo è almeno fare da stimolo alla politica.
Qual è la complicazione più grande che state affrontando?
Le risorse e le energie. Quello che vogliamo fare è moltissimo: il coinvolgimento più ampio possibile, non solo delle organizzazioni LGBTIQ+ ma delle amministrazioni pubbliche e degli enti culturali, perché da questo lavoro possa davvero scaturire qualcosa di importante. Ma tutto questo ha un costo, in termini economici, organizzativi, umani. Dobbiamo prima concludere la parte legata all’acquisizione delle risorse che ci consentono di fare determinate cose.
Veniamo al Torino Pride e alla politica italiana. Con le elezioni 2027 all’orizzonte, quali sono le priorità concrete da mettere sul tavolo dei partiti?
Le persone trans, la legge contro l’omobitransfobia, la genitorialità. Il matrimonio egualitario: siamo praticamente l’ultimo paese in Europa a non averlo, e un miglioramento serio della legge sulle persone trans: sono cose che si potrebbero fare in cinque minuti, ma restano ostaggio di un gioco ideologico che è pura politica. Sul fronte della genitorialità, siamo un paese che ha fatto del divieto universale della GPA una bandiera politica senza nemmeno affrontare il tema nel modo giusto, senza analizzare cosa succede nel resto del mondo. Noi vorremmo che si iniziasse a parlare seriamente delle cose.
Hai citato la GPA: chiedere formalmente ai partiti di impegnarsi ad abolire il reato universale è una novità, e politicamente scomoda anche per il centrosinistra.
Quella legge è nata per essere una bandierina: per poter dire “io vieto questo perché sfrutta le donne“. In alcune parti del mondo questo è anche vero, non lo nego. Ma esistono contesti in cui non è così, e quel ragionamento non è stato minimamente affrontato. Si fa molto più in fretta a vietare che a studiare. Un paese che si rispetti, con una classe politica che si rispetti, dovrebbe approfondire, e invece questi temi non vengono approfonditi nemmeno da chi dice di essere dalla nostra parte, perché certe cose non si possono toccare. Il vero tema da porre ai partiti che vogliono ascoltare è mettere in discussione la legge 40. E poi c’è tutto il tema delle adozioni. Siamo un paese che si riempie la bocca di “famiglia” e poi non si occupa delle famiglie, né di quelle LGBT, né delle altre. Mancano gli asili, manca tutto.
E se passasse il DDL Valditara sull’educazione affettiva nelle scuole?
Sarebbe un’altra bandierina pietosa. Abbiamo professori e maestre che già oggi non riescono a fare il loro lavoro perché i genitori si intromettono in tutto l’aspetto formativo. I genitori educano a casa: la scuola deve informare ed educare, anche rispetto alla sfera affettiva e sessuale, altrimenti di cosa stiamo parlando? Se lo approvano, va eliminato alla velocità della luce. Ma il punto più ampio è questo: siamo il paese che fa più divieti in assoluto e non affronta i problemi veri. I femminicidi, la cultura della possessività, le donne ancora trattate come partorienti , tutto questo dipende da una cultura che non viene mai migliorata e viene lasciata alla buona volontà dei singoli docenti. Non è un problema LGBTIQ: è un problema generale.

