Il governo della Malesia ha formalizzato ieri 23 giugno il divieto di utilizzare il termine “LGBT” nella comunicazione pubblica e sui social media, sostituendolo con l’espressione malese budaya songsang, che significa “cultura deviante“. La misura era stata annunciata in Parlamento a febbraio dalla viceministra agli Affari Religiosi Marhamah Rosli e applicata con effetto immediato. Si tratta dell’ultimo atto di una repressione sistematica che ha accelerato in modo significativo negli ultimi dodici mesi.
Si tratta di una direttiva interna vincolante per l’apparato statale, i ministeri (in particolare il Dipartimento per lo Sviluppo Islamico, JAKIM) e i media radiotelevisivi o di stampa controllati dallo Stato. L’ordine è di eliminare l’acronimo “LGBT” dai documenti ufficiali, dai discorsi e dalla cronaca per non alimentarne la diffusione linguistica e normalizzazione, sostituendolo sistematicamente con budaya songsang.
Per i singoli utenti, gli attivisti e i creatori di contenuti, scrivere “LGBT” espone ora al rischio concreto di oscuramento (shadowbanning), rimozione dei post, blocco dei profili o a indagini per violazione del Communications and Multimedia Act (la legge sui reati informatici usata per punire i contenuti considerati “immorali” o “contrari all’ordine pubblico”). L’ente regolatore delle comunicazioni malese (MCMC) ha ricevuto il mandato di monitorare e bloccare in modo molto più aggressivo i contenuti online che contengono il termine o che promuovono l’attivismo queer.
Anche se un cittadino comune non rischia l’arresto per il solo fatto di aver digitato le lettere “L-G-B-T” sul proprio profilo privato, la viceministra Rosli ha dichiarato al Dewan Negara, la camera alta del Parlamento, che più si pronuncia il termine “LGBT”, più gli algoritmi dei social media diffondono contenuti correlati, rischiando di promuovere quella che il governo definisce una “normalizzazione” della comunità queer. “Più pronunciamo, scriviamo e menzioniamo il termine ‘LGBT’, più contenuti correlati appariranno“, ha dichiarato la viceministra. “Senza rendercene conto, potremmo stare promuovendo questa cultura.” La soluzione individuata è quella di eliminare la parola e sostituirla con un insulto istituzionale.
Le reazioni: “Si legittima l’odio”
Justice for Sisters, principale organizzazione malese per i diritti LGBTQ+, ha definito il termine budaya songsang un atto di disumanizzazione che alimenta la disinformazione e rafforza la convinzione che le persone queer debbano essere “corrette”, in violazione diretta degli articoli 5 e 8 della Costituzione federale malese, che tutelano dignità e uguaglianza dei cittadini. Amnesty International Malaysia ha condannato la decisione: “Quando i funzionari pubblici etichettano le persone LGBTI come ‘devianti’, non stanno difendendo la moralità: stanno legittimando odio e discriminazione contro un gruppo altamente vulnerabile e le parole di chi è al potere hanno un peso e conseguenze reali.”
Anche la Commissione per i Diritti Umani della Malesia (Suhakam) e il gruppo della società civile islamica G25 hanno espresso preoccupazione, citando l’articolo 8 della Costituzione, che vieta la discriminazione dei cittadini sulla base del genere.
Una repressione che si misura in numeri

Il cambio terminologico suggella una repressione sistemica in atto da anni, supportata da un quadro normativo che vede l’omosessualità criminalizzata per legge. Secondo i dati raccolti da Justice for Sisters, nel solo 2025 sono state arrestate 307 persone queer in Malesia, in base a leggi sia federali sia statali della Sharia. Lo scorso maggio 51 arresti ad un party gay di Kuala Lumpur. Tre mesi prima, nel febbraio 2026, app di incontri gay come Grindr e Blued sono state bannate nel paese. Il Ministro delle Comunicazioni Fahmi Fadzil ha confermato in Parlamento che il governo sta valutando misure legali per rimuovere le applicazioni anche dagli store Apple e Google. Nel novembre 2025 un film di animazione era stato bloccato per presunta “infiltrazione di ideologie LGBT nelle menti dei nostri figli“.
Le istituzioni cercano di minimizzare, rilasciando cifre che non corrispondo a quanto raccontato dai giornalisti. Dal 2022 a oggi, le Divisioni di Applicazione della Sharia degli stati federati hanno registrato ufficialmente 135 arresti legati alla comunità LGBTQ+. La realtà è quella di numeri di ben altra portata.
A luglio 2025, la polizia ha fatto irruzione in un programma di sensibilizzazione sull’HIV nel Kelantan, classificandolo arbitrariamente come “festa gay”; a gennaio 2026, è stato preso d’assalto un hotel a Malacca noto per essere accogliente verso persone queer; sempre a gennaio, un evento comunitario di riduzione dello stigma legato all’HIV è stato cancellato dopo che i suoi organizzatori erano stati oggetto di pressioni da parte delle autorità religiose statali. Il 42% di tutte le pubblicazioni messe al bando in Malesia dal 2020 riguarda contenuti LGBTQ+.
Il paradosso Anwar Ibrahim

La Malesia è un paese a maggioranza musulmana in cui l’omosessualità è criminalizzata a livello federale dalla Sezione 377 del Codice Penale, che punisce i “rapporti carnali contro l’ordine della natura” con pene fino a vent’anni di reclusione. Le leggi della Sharia, applicabili ai soli cittadini musulmani, prevedono ulteriori sanzioni: multe, detenzione e frustate.
A governare questo quadro è Anwar Ibrahim, premier dal 2022, la cui storia personale rende la situazione paradossale. Ibrahim ha trascorso quasi un decennio in carcere, in due riprese, con accuse di sodomia che ha sempre respinto definendole una persecuzione politica. Scarcerato nel 2018 grazie a una grazia reale, è oggi a capo di un governo che ha intensificato raid, censura digitale e procedimenti religiosi contro la comunità LGBTQ+.
Vilashini Somiah, docente senior al Gender Studies Program dell’Università Malaya, ha scritto sull’East Asia Forum che Anwar Ibrahim sta cercando di “placare i partner islamisti conservatori della coalizione in vista delle elezioni generali“. Le elezioni sono attese per la fine del 2026, e la coalizione che sostiene il governo, assemblata in fretta dopo un parlamento frammentato nel 2022, richiede concessioni continue alle fazioni religiose più intransigenti. La comunità LGBTIAQ+ diventa così bersaglio: una stategia dal basso costo elettorale, che manda un messaggio di autorità morale all’elettorato musulmano.
Fonti
- The Rakyat Post – Dichiarazione di Marhamah Rosli al Dewan Negara (26 febbraio 2026)
- Amnesty International Malaysia – Comunicato stampa (27 febbraio 2026)
- The Edge Malaysia – Reazioni di Suhakam e G25 (28 febbraio 2026)
- Aliran / Justice for Sisters – Analisi dell’impatto del termine (marzo 2026)
- Washington Blade – Blocco di Grindr e Blued (12 marzo 2026)
- East Asia Forum / Vilashini Somiah (Università Malaya) – Analisi politica (16 giugno 2026)
- Global Voices – Copertura della formalizzazione (23 giugno 2026)
- PinkNews – Notizia del giorno (23 giugno 2026)
