Malesia, raid della polizia a una festa gay: 20 arresti, sequestrati farmaci per hiv e preservativi

In Malesia, la repressione contro la comunità LGBTQIA+ non si ferma. Un recente blitz della polizia nel Kelantan, durante una festa gay privata evidenzia ancora una volta la precarietà dei diritti delle persone queer nel Paese asiatico.

Ascolta:
0:00
-
0:00
Malesia, raid della polizia a una festa gay
Malesia, raid della polizia a una festa gay
5 min. di lettura

A metà giugno, la polizia dello Stato malese di Kelantan ha fatto irruzione a una festa gay privata ritenuta essere un “raduno gay”, all’interno di un bungalow a Kemumin, nei pressi della capitale Kota Bharu. L’episodio è stato reso pubblico solo nelle ultime ore. All’evento avrebbero partecipato, secondo le prime ricostruzioni, oltre 100 uomini tra i 20 e i 30 anni. Il blitz è avvenuto all’una di notte e si è concluso con alcuni arresti e il sequestro di centinaia di preservativi e farmaci antiretrovirali per la prevenzione dell’HIV.

Paesi censura siti LGBTQ+ Gay.it
La censura in Malesia

Malesia, raid della polizia a una festa gay

Secondo quanto riportato dalla stampa locale – tra cui SinarDaily -, l’operazione è scattata in seguito a una “soffiata” ricevuta dalla polizia, supportata poi da un’indagine sotto copertura condotta da una task force speciale. Al momento del raid, all’interno del bungalow erano rimaste circa 20 persone: molte altre, a quanto pare, si erano già allontanate.

Il capo della polizia del Kelantan, Datuk Mohd Yusoff Mamat, ha dichiarato in conferenza stampa che l’evento era stato pubblicizzato attraverso i social media, e prevedeva il pagamento di una quota d’ingresso. All’interno dell’abitazione, in una stanza che si sospetta sia stata adibita come deposito, sarebbero stati rinvenuti centinaia di preservativi e scatole di medicinali contro l’HIV. Inoltre, i telefoni cellulari di tre partecipanti contenevano video a contenuto pornografico di natura omosessuale.

“Delle oltre 20 persone arrestate, solo tre sono state incriminate perché sono state trovate in possesso di materiale pornografico sui loro telefoni cellulari. L’indagine ha anche rilevato che non c’è stato alcun comportamento sessuale nel luogo in cui è stata effettuata l’irruzione, infatti tutti erano ancora completamente vestiti”, ha sottolineato Yusoff, specificando però che “la presenza di preservativi e farmaci contro l’HIV indica che ci si era preparati a eventuali incontri”.

Gli arresti

Nell’ambito della stessa operazione, si legge su Slobodenpecat, la polizia ha arrestato alcuni uomini dopo aver fatto irruzione notturna in quella che le autorità l’hanno etichettata come “festa gay”, all’interno di una casa in affitto monitorata per giorni da una task force speciale.

“Abbiamo ricevuto una segnalazione da un cittadino, e successivamente abbiamo avviato un’indagine di sorveglianza. Durante il blitz sono stati arrestati 20 uomini. Hanno ammesso di appartenere a un gruppo omosessuale”, ha dichiarato durante la conferenza il capo della polizia locale, Datuk Mohd Yusof Mamat.

Nonostante l’assenza di reati colti in flagranza, tre degli oltre venti presenti sono stati arrestati con l’accusa di possesso di materiale pornografico. Un’accusa che, in un Paese come la Malesia, dove le leggi contro la pornografia e l’omosessualità sono severe, può comportare pene fino a cinque anni di reclusione.

Gli altri 17 sono stati rilasciati senza accuse formali, per mancanza di prove e di una legislazione che ne consentisse la persecuzione diretta, stando a quanto ammesso dallo stesso capo della polizia, che ha espresso la sua preoccupazione per questo tipo di “comportamenti”. 

L’ombra della criminalizzazione LGBTQIA+ in Malesia

Malesia

Nel caso del Kelantan – Stato conservatore e a maggioranza musulmana – le autorità hanno parlato senza mezzi termini di un “programma LGBT”, facendo intendere che la sola aggregazione di persone queer rappresenti un pericolo da reprimere.

“Monitoreremo questi gruppi, perché temiamo che stiano diventando più attivi e audaci”, ha dichiarato il capo della polizia Yusoff, paventando un’escalation di controlli e interventi, come riportato da TheSun.my.

Secondo quanto riportato dallo stesso Yusoff, alcuni dei partecipanti al raduno sarebbero risultati positivi all’HIV e già sottoposti a trattamenti medici preventivi. Questo elemento, però, è stato utilizzato non come argomento a favore della prevenzione e dell’autotutela, ma come ulteriore pretesto per criminalizzare l’incontro.

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

Una repressione che colpisce anche i lavoratori pubblici

Tra i partecipanti identificati vi sarebbero anche infermieri e altri dipendenti del settore pubblico, secondo quanto confermato dalle autorità. Questo dato, riportato senza alcun rispetto per la privacy degli individui coinvolti, alimenta un clima di stigma e paura nella società malese. In un contesto dove fare coming out può costare il posto di lavoro – o peggio, la libertà personale – episodi come quello di Kota Bharu diventano segnali allarmanti di una repressione sempre più sistematica.

In Malesia, anche le ONG che si occupano di salute sessuale o diritti LGBTQIA+ operano spesso in un clima ostile, rischiando la chiusura o l’arresto. Il sequestro dei farmaci contro l’HIV, che potrebbero essere stati distribuiti a scopo preventivo secondo le linee guida internazionali, rappresenta un duro colpo alla salute pubblica e ai programmi di riduzione del rischio.

Le reazioni internazionali e il silenzio del governo

A oggi, il governo malese non ha preso posizione ufficiale sull’episodio, e i media statali continuano a parlare della festa gay con toni scandalistici e criminalizzanti. Nessuna dichiarazione di condanna o solidarietà è arrivata dalle istituzioni, mentre le organizzazioni per i diritti umani hanno espresso profonda preoccupazione.

L’Human Rights Watch ha in passato definito la criminalizzazione delle persone LGBTQIA+ in Malesia “incompatibile con il diritto internazionale e con i diritti fondamentali alla privacy, alla salute e alla libertà di espressione”.

Malesia e comunità LGBTQIA+

Malesia, raid della polizia a una festa gay: 20 arresti, sequestrati farmaci per hiv e preservativi - Scaled Image 9 - Gay.it

Il raid del Kelantan rappresenta l’ennesimo episodio di una lunga serie di azioni repressive contro la comunità queer nel Sud-est asiatico, dove le persone LGBTQIA+ continuano a vivere nella paura, vittime di legislazioni discriminatorie e di una morale pubblica che non riconosce loro piena cittadinanza.

La Malesia è uno dei Paesi del Sud-est asiatico dove l’omosessualità maschile è ancora considerata un reato. La Sezione 377 del Codice Penale, retaggio dell’epoca coloniale britannica, punisce i rapporti omosessuali con pene fino a 20 anni di carcere.

A questo si affianca il sistema della sharia, applicato ai cittadini musulmani – che rappresentano circa il 60% della popolazione – e che vieta non solo i rapporti omosessuali, ma anche il “travestitismo” e qualsiasi espressione di genere o orientamento sessuale considerata “non conforme”.

Questo doppio sistema giuridico, uno laico e uno religioso, alimenta una vera e propria caccia alle streghe nei confronti della comunità LGBTQIA+, soprattutto nelle regioni più conservatrici del Paese, come il Kelantan, noto per essere governato da partiti islamici ultraconservatori.

Quello di Kota Bharu non è un caso isolato. La Malesia è già stata teatro, in passato, di episodi eclatanti di repressione contro la comunità queer. Nel 2018, due donne sono state frustate pubblicamente in un’aula di tribunale, colpevoli di aver “tentato di avere rapporti sessuali lesbici”. La sentenza è stata eseguita davanti a decine di persone, in un clima punitivo che ha fatto il giro del mondo.

Inoltre, dal 2020 a oggi, secondo Justice for Sisters e Amnesty International, quasi la metà delle pubblicazioni vietate in Malesia riguarda contenuti legati alla comunità LGBTQIA+, un dato allarmante che conferma il crescente clima di censura e intolleranza.

“In Malesia, essere LGBTQIA+ non è solo difficile, è pericoloso”, denunciano le ONG. “Anche la semplice aggregazione privata può essere considerata una minaccia all’ordine pubblico”.

Nella nazione del Sud-Est asiatico la questione dei diritti LGBTQIA+ resta, dunque, un tabù politico e sociale. E se eventi privati, vissuti nella discrezione, vengono trattati alla stregua di operazioni criminali, la strada verso l’uguaglianza appare ancora lunga e tortuosa.

© Riproduzione riservata.

Mi piace
Commenta
Salva
Condividi

Partecipa alla discussione

Per inviare un commento devi essere registrato.