A Camaiore Piero Moriconi ha ucciso a fucilate il figlio Mirko, 24 anni, e la moglie Kety Andreoni, 52. La responsabilità penale è sua e soltanto sua. Ma chiamare questa storia “dramma familiare” significa omettere l’accusa che abbiamo il dovere di pronunciare verso lo Stato e verso la cultura dominante.
Mirko aveva scritto nel 2022: “Brutto pensare che un padre ti preferisca morto che gay“. Aveva denunciato sui social minacce e lividi. Voleva andarsene di casa con la madre e non poteva, per ragioni economiche. Intorno a lui non c’era nessuna rete pubblica. Lo Stato non ha premuto il grilletto. Ma è lo Stato ad aver tolto, uno a uno, gli argini che potevano fermarlo.
Esaminiamo insieme alcuni punti.
Il primo argine mancante è l’educazione. L’Italia è l’unico Paese fondatore dell’Unione europea senza una legge nazionale sull’educazione sessuo-affettiva. Il 4 giugno 2026 è stata approvata la legge Valditara (entrata prevista per il 7 luglio), che vieta l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole materna ed elementari, e subordina al consenso delle famiglie qualsiasi attività extracurricolare su affettività, orientamento e identità di genere nelle scuole medie e superiori.
Lo Stato consegna l’educazione affettiva proprio alle famiglie, comprese quelle in cui un figlio gay viene definito “la rovina della famiglia“. Così, quando la casa è il luogo del pericolo, la scuola non può più essere un’alternativa. Una scelta politica che oggi farebbe tremare chiunque avesse coscienza nelle nostre istituzioni: la legge Valditara del governo Meloni ha deciso che padri come Piero Moriconi possono vietare ai propri figli di accedere all’educazione sessuo-affettiva, così che padri come Piero Moriconi siano lasciati liberi di opprimere e infine uccidere i loro figli.
Il secondo argine mancante è il diritto. Dopo l’affossamento del ddl Zan, nel 2021, l’Italia non riconosce nel proprio ordinamento l’aggravante per orientamento sessuale e identità di genere. La conseguenza, in parole povere, è questa: anche se le indagini accertassero la matrice omobitransfobica, non c’è una legge che la nomini. Un giudice potrebbe al massimo riconoscere quella matrice nella motivazione, o pesarla nella commisurazione della pena, ma non esiste una norma che la qualifichi come tale e la trasformi in aggravante. Mirko non potrà mai essere, giuridicamente, vittima di odio omobitransfobico. Lo Stato si è organizzato in anticipo per non dover dire una parola che non vuole pronunciare. Non c’è una legge e non c’è il linguaggio.
C’è poi la doppia natura del delitto. Kety non è una vittima collaterale. È stata uccisa perché si era schierata col figlio, perché aveva disobbedito al ruolo. Mirko è stato ucciso perché non si piegava al figlio che il padre voleva. E quel rifiuto stava appena prendendo forma: agli amici aveva confidato, una sola volta, il desiderio di un percorso di affermazione di genere, mai reso pubblico, mai portato a una struttura, forse mai detto in famiglia. Aveva scelto il cognome della madre e scritto del proprio corpo come di qualcosa da lasciare. Il padre ha colpito un’autodeterminazione ancora muta, prima che potesse pronunciarsi.
Un’esistenza resta sussurrata quando lo Stato non costruisce nessun luogo in cui possa dirsi ad alta voce. Non la scuola, dove l’educazione all’affettività non c’è o dipende dal permesso dei genitori. Non un servizio pubblico di ascolto che non passi dalla famiglia. Non un percorso di affermazione di genere accessibile in un Paese il cui governo perseguita i percorsi di assistenza alle giovani persone con varianza di genere. Mirko le parole le aveva trovate su TikTok. Lo Stato non gli ha mai dato un contesto civile, pubblico, garantito dove pronunciarle.
C’è poi la narrazione del regime, dove il racconto del padre diventa la traccia che i media riprendono. In più di un servizio televisivo, a 48 ore dal delitto, si è ascoltato che “Mirko aveva problemi psichiatrici, abusava di sostanze”, senza alcun riferimento all’oppressione omobitransfobica subita. C’è il ritratto di un padre “bonaccione”‘, c’è quella che è stata definita “esasperazione“, la caccia alle colpe delle vittime, fino alla domanda oscena su cosa avrebbe “portato al limite” l’uomo che ha fucilato moglie e figlio. I racconti di alcuni vicini, di alcuni compaesani, diventano strumenti per ribaltare il quadro. E il ruolo di Piero Moriconi muta improvvisamente: da carnefice a presunto oggetto di vessazioni da parte di moglie e figlio. A quel punto la sua “esasperazione” si trasforma in una giustificazione condivisibile, un’attenuante non detta, ma somministrata subdolamente al pubblico. È il rovesciamento che, sotto traccia, viene alimentato un servizio dopo l’altro.
Infine c’è il portato raggelante delle reazioni popolari che trovano ora rappresentanza politica nelle estreme destre in proliferazione di consensi. Esiste una destra in crescita, diversa nei toni da quella che occupa Palazzo Chigi (ma forse sostanzialmente complice nei valori profondi), che sul vuoto lasciato dallo Stato compie un passo ulteriore. Lo si vede nei commenti sotto le notizie del delitto: parlano di “esasperazione”, cercano le colpe delle vittime, in alcuni casi definiscono Piero Moriconi un “eroe”. Sembrano sfoghi isolati, a volte prodotti da profili falsi o da bot manovrati da chissà chi. Ma funzionano come un verdetto. Lo Stato non ha prevenuto questa violenza e non ha gli strumenti per condannarla come odio, perché ha scelto di non darsi quelle leggi (educazione e quindi repressione del reato). In quel vuoto, una parte dell’opinione pubblica emette la sentenza che manca. E la emette al contrario: assolve l’assassino e dà ai morti la colpa della propria fine.
È un linguaggio che appartiene alla stessa cultura politica che, dai banchi delle istituzioni, ha qualificato le persone omosessuali come “non normali“. È una frase pronunciata pubblicamente da un esponente oggi influente in quell’area, e mai sanzionata, anzi premiata dal consenso. La destra di governo ha rimosso gli argini normativi; questa seconda destra costruisce il senso comune che trasforma quell’assenza di tutele in legittimazione. I commenti sotto un articolo e le dichiarazioni di certi rappresentanti politici si alimentano alla stessa fonte.
