Turchia, arresti ai Pride mentre l’Italia compra droni da Erdogan

Repressione al Trans Pride di Kadıköy dopo gli arresti di Istanbul. In arrivo il vertice NATO nel quale Erdogan prepara il tappeto rosso a Trump.

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Ad Ankara, il 7 e l’8 luglio, al vertice NATO, Erdogan si appresta a stendere il tappeto rosso a Donald Trump, mentre le cancellerie europee, riunite per discutere il riarmo continentale di fronte alle minacce esterne, scelgono di non vedere la minaccia interna che il presidente turco rappresenta per i propri cittadini, in particolare le persone LGBTQIA+. Tra i partner più solerti c’è l’Italia, che con Leonardo firma accordi miliardari sui droni proprio mentre la polizia di Erdogan arresta chi manifesta, chi scrive, chi semplicemente esiste ai margini della norma imposta dal regime. In questo quadro, la repressione dei Pride in Turchia fornisce l’evidenza del cortocircuito.

Prima ancora che la polizia turca caricasse i cortei del Pride di Istanbul, un’altra manifestazione era già stata colpita nello stesso quartiere. Al 12° Trans Pride di Kadıköy, il quartiere sulla sponda asiatica della città, gli agenti hanno circondato il gruppo di attivisti e fermato diverse persone, tra cui i giornalisti Yusuf Çelik e Doğa Tekneci, che stavano semplicemente documentando l’evento. È l’apertura di due settimane che raccontano, meglio di molte analisi, la natura della svolta autoritaria di Recep Tayyip Erdoğan: la comunità LGBTQ+ turca è un bersaglio preciso, terreno fragile su cui il regime testa e affina i suoi strumenti di repressione. Per mandare al contempo un messaggio al mondo.

Nel comunicato del 12° Trans Pride, gli organizzatori denunciano il blackout dei social LGBTI+ nei due giorni precedenti la marcia e rivendicano il diritto a sognare come atto politico. Criticano le restrizioni agli ormoni, l’innalzamento dell’età minima per la transizione e le politiche familiste dello Stato. Ricordano le vittime di violenza trans, tra cui Hande Kader, e ribadiscono: nonostante l’assedio della città, restano uniti e continuano la transizione, con o senza ormoni, con le proprie risorse e la solidarietà reciproca.

Un attacco alla stampa che si ripete

Il fermo dei due cronisti a Kadıköy segue l’arresto di almeno cinquanta persone durante l’Istanbul Pride da parte della polizia, tra cui la giornalista Müberra Ünsal, fermata nonostante mostrasse più volte il tesserino stampa in regola. Due episodi distinti, che mostrano la stessa dinamica: colpire chi documenta la repressione oltre a chi scende in piazza. Il corteo, vietato dalle autorità dal 2015, si è comunque svolto tra le vie del centro, mentre piazza Taksim veniva blindata con barriere di ferro e la metropolitana chiusa anche verso Kadıköy.

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Il quadro si allarga oltre il Pride

Turchia, arresti ai Pride mentre l'Italia compra droni da Erdogan - Turchia decine di arresti allIstanbul Pride. Fermata anche una giornalista - Gay.it

Gli arresti legati al Pride si inseriscono in una stretta più ampia. Secondo Human Rights Watch, tra il 22 e il 23 giugno la polizia di Erdoğan avrebbe fermato almeno 209 persone ad Ankara, tra attivisti, avvocati, un’accademica e una giornalista attivista per i diritti LGBT, nell’ambito di retate giustificate ufficialmente con la lotta al terrorismo. Le autorità della capitale hanno inoltre vietato per tredici giorni, fino al 10 luglio, qualsiasi assemblea pubblica, manifestazione o distribuzione di volantini.

A questo si aggiunge il fronte digitale. Secondo alcune associazioni LGBTQ+ turche, decine di account social legati a organizzazioni per i diritti LGBTQ+ e delle donne sarebbero stati oscurati nelle ore precedenti al Pride, in quello che le attiviste descrivono come un tentativo di impedire il coordinamento della protesta ancora prima che iniziasse.

Il pretesto del vertice NATO

Il motivo dietro il giro di vite di fine giugno è l’approssimarsi del vertice NATO, in programma ad Ankara il 7 e l’8 luglio, nel quale Erdogan si prepara a stendere un tappeto rosso a Donald Trump (prezioso al proposito questo approfondimento su Radio Radicale). Nella capitale sono attesi i leader delle principali potenze occidentali, incluso il governo italiano, che finora non ha proferito parola sulla deriva autoritaria di Erdoğan. Un silenzio che si somma a quello di gran parte delle cancellerie europee, pronte a trattare Ankara come partner strategico mentre la repressione interna si allarga a stampa, società civile e diritto di manifestare.

Una repressione che non riguarda solo il Pride

Letti insieme, gli arresti al Trans Pride, quelli alla marcia principale e il giro di vite in vista del summit NATO restituiscono un’immagine più ampia di quanto racconti la sola cronaca della domenica. La comunità LGBTQ+ turca resta un bersaglio ricorrente, ma lo stesso mese ha visto colpire stampa, società civile e diritto di assemblea nel loro complesso, in un Paese che nella Rainbow Map di ILGA-Europe 2026 si colloca al 47° posto su 49 per tutele LGBTQ+, davanti solo ad Azerbaigian e Russia.

Gli affari Italia-Turchia continuano

Turchia legge anti LGBTI Erdogan Meloni
Vertice nel 2025 tra Meloni ed Erdogan a Roma

Mentre reprime Pride e dissenso, la Turchia di Erdoğan rafforza intanto i legami industriali con l’Italia. Nel marzo 2025 Leonardo ha firmato con la turca Baykar, l’azienda del genero del presidente turco Selçuk Bayraktar, una joint venture per la coproduzione di droni militari, con un mercato di riferimento stimato in 100 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Parte della produzione è prevista negli stabilimenti di La Spezia e Roma.

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