Ad Asti non esiste un centro specializzato per le persone che intraprendono un percorso di affermazione di genere. Chi ha bisogno di assistenza deve rivolgersi a Torino, affrontando spostamenti e liste d’attesa che possono protrarsi per mesi. A raccontare le conseguenze di questa carenza è la madre di un ragazzo trans di 14 anni, seguito dal Cidigem dell’ospedale Regina Margherita.
Ad Asti manca un centro per i percorsi di affermazione di genere
La scarsità di strutture dedicate alle persone trans è stata tra i temi sollevati in occasione dell’Asti Pride, che ha attraversato le strade della città lo scorso 11 luglio, in un clima segnato da minacce e insulti omofobi sui social.
Nel territorio astigiano non è presente un centro specializzato. Le persone che cercano supporto devono quindi rivolgersi al Cidigem, il Centro interdipartimentale disforia di genere delle Molinette di Torino.
Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto la distanza geografica. A pesare sono anche i tempi necessari per ottenere una presa in carico e avviare il percorso. “I presidi scarseggiano e le liste d’attesa sono lunghissime, di fatto bloccando il percorso di transizione”, ha spiegato Patrizio Onori, attivista dell’Asti Pride, intervistato da La Stampa.
Per le persone più giovani e per le loro famiglie, attendere molti mesi può significare affrontare senza un sostegno specializzato una fase già caratterizzata da dubbi, sofferenza e difficoltà nei rapporti con la scuola e con l’ambiente circostante.
Il racconto della madre di un ragazzo trans di 14 anni
A dare una dimensione concreta al problema è il racconto della madre di un ragazzo trans di 14 anni, seguito dal Cidigem presso l’ospedale Regina Margherita di Torino.
La donna ha spiegato che il figlio ha iniziato gli incontri nel mese di aprile, dopo un’attesa durata quasi un anno. “Abbiamo iniziato le sedute ad aprile. L’anno scorso a maggio mia figlia è stata ricoverata, diceva che voleva morire e la neuropsichiatra ci ha indirizzato al centro specializzato”.
Nelle dichiarazioni riportate dal quotidiano, la madre utilizza ancora in alcuni passaggi il genere femminile, pur spiegando che il figlio si riconosce nel genere maschile e che in famiglia stanno cercando di abituarsi all’uso dei pronomi scelti.
Dall’indicazione ricevuta dalla neuropsichiatra all’avvio degli incontri è trascorso quasi un anno: “Da allora è passato quasi un anno prima di iniziare il percorso di 10 incontri, al termine dei quali ci diranno se si tratta effettivamente di disforia. Se fosse ad Asti sarebbe molto più semplice”, spiega.
Dal suo racconto emergono non soltanto le difficoltà organizzative affrontate dalla famiglia, ma anche le conseguenze di un sistema nel quale l’accesso ai servizi dipende dalla disponibilità di pochi centri concentrati soprattutto nelle città più grandi.
Le liste d’attesa e il peso sulle famiglie
L’assenza di una struttura ad Asti costringe la famiglia a raggiungere Torino per gli incontri. Nel caso raccontato, il percorso nel centro specializzato è iniziato quasi un anno dopo l’indicazione della neuropsichiatra, arrivata in seguito a un ricovero e in una fase di forte sofferenza psicologica.
Secondo la madre, la presenza di un centro ad Asti renderebbe tutto più semplice, riducendo gli spostamenti e facilitando l’accesso a personale specializzato.
Le parole di Patrizio Onori riportano il problema a una dimensione più ampia: la scarsità dei presidi e la durata delle attese possono lasciare le persone trans senza un sostegno adeguato in una fase particolarmente delicata.
Le violenze subite durante le scuole medie
La madre ha raccontato che il figlio avrebbe sempre espresso chiaramente il modo in cui si percepisce, anche attraverso l’abbigliamento e il comportamento: “Dice di essersi sempre sentita un ragazzo, non lo nasconde da come si veste e comporta”.
Durante le scuole medie, però, il ragazzo avrebbe subito anche episodi di violenza fisica legati alla sua espressione di genere. La famiglia ne sarebbe venuta a conoscenza soltanto successivamente: “Abbiamo scoperto che alle medie ha subito atti di violenza fisica per questo, non ce l’aveva mai detto”.
L’episodio richiama la necessità di strumenti adeguati per riconoscere e contrastare il bullismo transfobico, insieme a percorsi di educazione sessuo-affettiva nelle scuole.
La carriera alias alle scuole superiori
Con l’inizio delle superiori, la famiglia spera che il ragazzo possa trovare un ambiente più accogliente. Frequenterà un istituto artistico nel quale è possibile chiedere l’attivazione della carriera alias. “Andrà all’artistico, dove si può richiedere la carriera alias. Abbiamo già fatto domanda”, ha spiegato la madre.
La carriera alias consente alle persone trans di utilizzare all’interno della scuola il nome e i pronomi scelti, pur senza modificare i dati anagrafici riportati nei documenti ufficiali.
Non si tratta di una modifica dell’identità legale, ma di uno strumento che può ridurre il rischio di esposizione forzata, imbarazzo e discriminazione nella vita scolastica quotidiana.
“Cerchiamo in ogni modo di farla sentire amata”
La madre ha spiegato che anche in famiglia l’uso del maschile richiede tempo: “È difficile abituarsi a usare il maschile, noi cerchiamo in ogni modo di farla sentire amata, ma purtroppo sul mondo fuori non si può intervenire”.
Restano però le difficoltà esterne: i rapporti con i coetanei, la preparazione delle scuole e i tempi di accesso ai servizi.
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