Questa è la storia di Lamine, raccontata in anteprima sabato scorso sulla newsletter settimanale di Gay.it.
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Lamine ha diciassette anni.
È nato nell’ottobre del 2008 e ne compirà diciotto proprio in autunno, ma la maggiore età, in questo caso, non cambierà granché la sua possibilità di autodeterminazione: la paura con cui convive da anni non ha una data di scadenza. Vive nel sud della Nigeria, in una casa che dalle sue parole emerge come qualcosa di simile alla tana di una creatura in letargo permanente, che freme per affacciarsi a una nuova stagione della vita che potrebbe non arrivare mai. Lamine è fieramente gay. Mi mostra il suo tesserino scolastico, ma a scuola non va più. Resta a casa con le sue sorelle, custodi della sua incolumità e complici del tentativo di costruirsi una vita, altrove.
Con le sorelle Lamine si sente al sicuro, sono loro la parte di famiglia in cui può respirare senza calcolare ogni parola, saltellare per casa senza temere insulti, dinoccolarsi con disinibizione davanti allo specchio per scattare selfie e postare frasi di provocazione sui social, per rivendicare il proprio posto nel mondo.
Con i fratelli maschi, invece, ha imparato presto a restare in silenzio: le battute omofobe, ripetute nel tempo, gli hanno insegnato con chiarezza dove finisce lo spazio della fiducia e dove comincia quello della cautela. Della repressione del proprio io. Non ha mai detto a nessuno di loro chi è davvero. Perché non ha mai avuto la confidenza di poter sopravvivere a quel momento in cui ad un fratello racconti chi sei veramente. In Nigeria una famiglia può persino uccidere un figlio maschio gay, per evitare l’onta del pregiudizio sociale.
Nel paese di Lamine, chi viene anche solo sospettato di essere LGBT+ rischia l’aggressione di una folla o l’attenzione della polizia, e questo basta a rendere pericolosa anche la semplice esistenza. Lamine lo sa bene, e per questo la sua vita da ragazzo gay si è svolta finora quasi interamente nella teoria: sa di essere attratto dagli uomini, ne è certo, ma non ha mai avuto una relazione, non ha mai incontrato altre persone LGBT di persona, non è mai entrato in un locale, in una festa o in uno spazio comunitario pensato per chi condivide la sua stessa condizione. Non ha mai baciato nessuno.
Il suo canale Instagram è un tripudio di orgoglio queer immaginifico, sogni digitali di baci tra ragazzi, di coppie gay mano nella mano al tramonto. Ma anche di denunce politiche senza filtro.
Ci racconta che studiare, per il momento, è un progetto rimandato. Non frequenta più la scuola: ogni energia è concentrata sulla ricerca di una via d’uscita, sulla costruzione di un futuro che oggi esiste solo come intenzione. La sensazione, è che Lamine abbia paura anche di andare a scuola.
Quando gli spiego che, essendo minorenne, non posso esporre sul giornale il suo vero nome, né le sue foto, né il link alla raccolta fondi che ha organizzato con le sue sorelle per raggranellare i soldi per scappare quando sarà maggiorenne, Lamine non batte ciglio: “Racconta pure la mia storia, senza nome senza foto e senza raccolta fondi, la cosa importante è denunciare“.
Vuole costruire consapevolezza attorno a un tema che in Nigeria resta pericoloso anche solo da nominare. E vuole lasciare il paese, trasferirsi altrove, in un luogo dove poter vivere senza dover nascondere ciò che è davvero. Il piano, spiega, è di “ricominciare“, riprendere gli studi interrotti, ricostruirsi una vita in un contesto che non lo costringa a scegliere ogni giorno tra l’autenticità e la sicurezza per la propria vita.
In Nigeria l’omosessualità è reato in tutto il paese. Il Criminal Code, in vigore nel sud, e il Same Sex Marriage Prohibition Act del 2014 puniscono i rapporti tra persone dello stesso sesso fino a 14 anni di carcere, colpendo sia uomini sia donne. La legge vieta anche le manifestazioni pubbliche di affetto, i matrimoni e le unioni civili, e criminalizza chi fonda o partecipa ad associazioni LGBT.
Nei dodici stati settentrionali dove vige la Sharia, la pena può arrivare alla morte per lapidazione per gli uomini, con frustate e carcere per le donne. Le discriminazioni sociali, gli arresti arbitrari e le violenze restano diffusi e documentati.
Alcune settimane fa Lamine ha condiviso un video che documentava un episodio di violenza omofoba avvenuto in uno studentato universitario di Lagos. Le immagini, agghiaccianti per la ferocia corporale, mostravano un’aggressione di gruppo ai danni di una persona LGBT, con la responsabilità attribuita ad alcuni studenti dell’ateneo, e la sensazione diffusa che le autorità scolastiche non fossero intervenute con la rapidità necessaria per fermare il pestaggio.
Lamine mi dice che quel video è stato la conferma di qualcosa che già sapeva per esperienza indiretta: che nemmeno un’università, luogo che dovrebbe rappresentare protezione e crescita, può considerarsi uno spazio sicuro per chi è LGBT in Nigeria. È per questo che ha scelto di condividerlo: per mostrare a chi vive lontano una realtà che altrimenti resterebbe invisibile, e per spiegare perché tante persone come lui scelgano il silenzio come strategia di sopravvivenza. Eppure questo ragazzo non ha paura. Il suo coraggio mi fa pensare che le sue sorelle siano dei veri e propri angeli custodi e che siano state capaci finora di costruire intorno a Lamine un microcosmo sufficientemente ovattato per permettergli di prendere in mano sé stesso.
Nei media nigeriani, racconta Lamine, le persone LGBT vengono rappresentate quasi sempre con toni ostili, quando non apertamente denigratori: raramente come individui, più spesso come categoria da condannare o minaccia sociale da isolare.
Non ha mai subito, fino a oggi, un’aggressione diretta contro la propria persona. Ma vive nella consapevolezza che sfacciatamente esibisce sui social che basterebbe un sospetto, una voce, un gesto letto nel modo sbagliato, per cambiare tutto in un istante.
Gli chiedo quale sia il suo sogno, immaginando di poter ascoltare, da questa storia di ali trattenute che fremono per spiccare il volo, una fantasia che abbia i colori megalomani dell’immaginazione adolescenziale. La risposta di Lamine mi riporta alla meschinità delle mie proiezioni di uomo gay privilegiato: “Voglio una vita dove posso uscire e andare in giro come gay“.
Ci lasciamo con la promessa che, non appena avrà 18 anni, ci ritroveremo per un’altra intervista. Questa volta con il suo vero nome, i suoi video di balletti liberatori e il link per la sua raccolta fondi.
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