Nigeria, l’orrenda pratica del “kito”: bande omofobe attirano uomini gay sulle app di dating per “punirli” e ricattarli

Vere e proprie reti criminali organizzate, che attirano le vittime in appartamenti o luoghi isolati per poi picchiarle, violentarle e ricattarle estorcendogli soldi. Quando la polizia non interviene, ci pensano i vigilantes.

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Generalmente, le app di dating non rappresentano l’ambiente più sicuro per incontrare potenziali partner o per avventure occasionali. Anche nella nostra realtà, non mancano racconti di estorsioni, ricatti e violenze legate a incontri anonimi.

Ma cosa accade quando le dinamiche rischiose di app quali Grindr, Taimi e Tinder si verificano in un paese dove le identità LGBTQIA+ sono criminalizzate?

In Nigeria, la persecuzione verso le identità non conformi si manifesta già con arresti di massa, condanne a morte e omobitransfobia istituzionale generalizzata a tutti i livelli. Esistono però anche metodi più subdoli, che prendono di mira i pochi spazi online riservati alla comunità.

La storia di Acho Kenneth – raccontata ad magazine Openly –  è quella di tantissimi altri uomini gay vittime di vere e proprie imboscate organizzate da alcune prominenti bande omofobe sulle app di dating.

Uno schema in cui è fin troppo facile cadere: in Nigeria, la discrezione tra gli persone che intrattengono relazioni omosessuali è fondamentale per evitare il carcere. Quindi, quando uno sconosciuto chiese ad Acho di incontrarlo direttamente a casa sua, la cosa non destò sospetti.

Kenneth fu tuttavia leggermente sorpreso quando al suo arrivo scoprì che il suo appuntamento, presentatosi come un certo Ugo, era in compagnia di quattro amici. Nonostante l’imbarazzo iniziale, gli altri si ritirarono presto, permettendo a lui e Ugo di appartarsi in camera da letto per qualche momento di intimità.

L’iniziale diffidenza di Acho si rivelò però fondata: pochi minuti dopo, gli uomini rientrarono in casa per intrappolarlo in un imboscata. Seguì un violento pestaggio, che Acho descrive ancora oggi con profondo terrore.

“Mi picchiavano, mi frustavano con le cinture mentre piangevo. Sapevo di essere stato incastrato”.

In Nigeria, questa pratica è conosciuta come kito, uno schema che sfrutta le app di dating per attrarre le vittime in luoghi isolati e “punirle” per il proprio orientamento sessuale. La violenza non termina quasi mai con il pestaggio.

Acho fu fatto spogliare e poi ripreso, mentre gli uomini si prendevano gioco di lui. Lo stesso video fu poi utilizzato per ricattarlo, con la minaccia di mostrarlo alla sua famiglia e ai suoi amici se l’uomo non avesse pagato l’equivalente di circa 1000 euro agli aggressori. L’uomo non aveva però le disponibilità per coprire l’intera somma.

“Mi hanno detto di chiamare la mia famiglia e dire loro che ero stato rapito, sennò avrebbero rivelato tutto e poi mi avrebbero ucciso”.

Acho è stato trattenuto per circa sette ore, il tempo necessario per raccogliere la somma necessaria per il suo rilascio.

Un protocollo ben rodato dalle bande omofobe nigeriane, che da oltre un decennio – dagli albori delle app di dating – tormentano persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ alla ricerca di amore, amicizie e una rete di supporto. Nel kito, non è raro che le vittime vengano punite con stupri correttivi.

Questo fenomeno si riscontra anche in altri paesi dove essere parte della minoranza sessuale comporta dei rischi, esponendo le persone LGBTQ+ a possibili trappole da parte di criminali occasionali, organizzazioni criminali e, a volte, anche forze dell’ordine.

Tuttavia, in Nigeria, i membri della comunità LGBTQ+ stanno trovando modi per contrattaccare, creando piattaforme online dove gli aggressori vengono smascherati pubblicando foto, nomi e messaggi tratti dalle app di incontri, servendo così da monito per gli altri.

 

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Adesso, prima di incontrarsi di nuovo con qualcuno, Acho consulta siti come Kito Diaries, JP Crime Fighter e Splendid Love per evitare di essere nuovamente vittima di abusi. L’unico strumento di difesa che resta alle persone queer è infatti la creazione di reti di supporto, visto che la polizia stessa si disinteressa della questione – quando non è artefice degli abusi. 

Il 70% dei crimini d’odio contro la comunità LGBTQIA+ in Nigeria è kito

Anche se nel paese più popoloso dell’Africa essere LGBTQ+ non è illegale de iure, coloro che intrattengono relazioni omosessuali rischiano condanne fino a 14 anni di prigione.

Nel nord del paese, regolato dalla legge della sharia, gli atti omosessuali possono portare alla pena di morte per gli uomini, mentre le donne possono subire fustigazioni e/o detenzioni. Fortunatamente, i casi di applicazione di tali pene sono rari e le sentenze vengono frequentemente lasciate insolute.

La situazione rende comunque i membri della comunità LGBTQ+ particolarmente vulnerabili allo sfruttamento, agli abusi e a essere intrappolati in situazioni pericolose.

Nel 2023, circa il 70% delle 996 violazioni dei diritti umani registrate contro individui identificati o percepiti come appartenenti alla comunità LGBTQ+ in Nigeria riguardava casi di kito, secondo quanto riportato dall’Iniziativa per le Pari Opportunità (TIER), che collabora con 22 gruppi per i diritti umani in tutto il paese.

TIER ha evidenziato un “incremento sostanziale” di questi episodi negli ultimi sette anni. Attivisti e gruppi per i diritti umani attribuiscono tale aumento sia alla legge del 2014 che criminalizza il matrimonio tra persone dello stesso sesso sia al deterioramento delle condizioni economiche del paese, che spingono i criminali ad adottare metodologie sempre più violente per le estorsioni.

I casi reali potrebbero però essere ancor più numerosi rispetto a quelli documentati.

“Le vittime di kito difficilmente denunciano, per paura delle ripercussioni” spiega Clinton Mabilo, avvocato per i diritti umani con sede a Warri, nello stato del Delta.

Chimdimma Ike, direttore dei programmi presso TIERs, ha osservato che le cosiddette bande kito si sono organizzate in maniera sempre più strutturata, operando spesso da appartamenti ammobiliati e utilizzando terminali POS per estorcere denaro.

“Denunciare non è mai un’opzione” dice Chima, altra vittima di kito. “I criminali ti estorcono i soldi minacciando di inviare le tue foto intime a familiari e persino ai colleghi. Chi denuncia alla polizia spesso viene fatto sparire”.

Allo stesso modo di Acho, anche Chima ora sfrutta forum online come Kito Diaries per selezionare accuratamente i suoi appuntamenti, esaminando con attenzione anche i loro profili sui social media.

Fondato da Walter Ude ad Abuja nel 2015, The Kito Diaries è cresciuto fino a estendersi su piattaforme come Facebook, X e Instagram, accumulando un seguito collettivo di 43.000 persone.

Il sito svolge un ruolo cruciale nella protezione della comunità: le vittime inviano a Ude segnalazioni di ricatti o estorsioni. Egli si impegna a verificare tali denunce prima di ripubblicare i nomi, le foto, i profili noti sui social media e sulle app di incontri, i numeri di telefono e la città di residenza degli accusati.

Ormai, siti come questo sono diventati uno strumento anche per i vigilantes che desiderano assicurare giustizia alle vittime di questi orrendi crimini quando la polizia se ne lava le mani.

Dopo che un uomo gay è stato rapito e derubato a marzo, i suoi amici hanno infatti deciso di tampinare l’autore del reato, la cui foto era circolata su diversi forum,  sospettando che fosse parte di una più ampia rete criminale.

L’operazione sotto copertura, ampiamente riportata dai media nigeriani e dai TIER, ha visto l’impiego di tre uomini che, navigando online, hanno cercato di convincere il sospettato a organizzare un incontro.

Il sospettato è stato infine arrestato dalla polizia dopo aver incontrato uno degli uomini in un ristorante. L’arresto è avvenuto perché un agente, che aveva legami familiari con una delle vittime della banda, aveva precedentemente allertato le autorità. Diversamente, è facile che il tutto si sarebbe concluso con un nulla di fatto.

Guidati dal sospettato, gli agenti di polizia hanno inoltre raggiunto un appartamento utilizzato come base operativa da almeno altri otto uomini, secondo quanto riportato da TIER.

Un portavoce delle forze dell’ordine ha confermato l’arresto di tutti i componenti della banda a Lagos, la capitale, annunciando che sarebbero stati imputati per rapimento, estorsione e stupro davanti a un tribunale questo mese. Ma, purtroppo, sono pochissime le storie con un simile lieto fine.

 

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