Addio Valentino Garavani: la bellezza è una responsabilità

Valentino Garavani è morto oggi a Roma a 93 anni. Ci ha sempre detto questo: la forma, se non protegge, è vuota.

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La notizia della morte di Valentino Garavani chiude una parabola che ha attraversato il Novecento e lo ha disciplinato. Nato a Voghera l’11 maggio 1932, Valentino ha costruito la propria vita come si costruisce una cattedrale privata: lentamente, con una fede assoluta nella forma, nella misura, nella distanza.

Vorrei dapprima citare queste sue frasi.

“Io non creo abiti, io creo sogni”

Intervista ripetuta in più occasioni, citata da Vogue e Vanity Fair. È una delle sue frasi più note e autenticamente sue.

 

“L’eleganza è equilibrio, non esagerazione”

Dichiarazione ricorrente nelle interviste degli anni Novanta, riportata da La Repubblica e Corriere della Sera.

 

“Una donna deve sentirsi protetta da un vestito”

Intervista a Vogue Italia. Questa frase è centrale nella sua idea di moda come armatura gentile.

 

“Non mi interessa essere moderno. Mi interessa essere eterno”

Citata in diverse conversazioni pubbliche, tra cui un’intervista a The Guardian. È una chiave di lettura reale del suo percorso.

 

“La bellezza richiede disciplina. Senza disciplina non esiste”

Dichiarazione emersa nel documentario Valentino: The Last Emperor e in interviste successive.

 

“Io sono molto severo. Prima con me stesso”

Intervista a Vanity Fair USA, primi anni Duemila.

Valentino
Valentino Garavani

La carriera

Dopo la formazione parigina, lunga e rigorosa, presso gli atelier di Jean Dessès e Guy Laroche, Valentino Garavani torna in Italia con un’idea precisa di ciò che la moda dovrebbe essere: disciplina, durata, autorità silenziosa. Sceglie Roma e non Milano, in un momento in cui la Capitale è ancora attraversata dall’illusione della dolce vita e dal riflesso cinematografico di Hollywood sul Tevere. È una scelta controcorrente e insieme strategica: Roma offre storia, monumentalità, un senso della messa in scena che Valentino assimila e traduce in sartoria. Una certa grandeur, ma al riparo dall’ansiogena coolness romana-parigina-newyorchese. Nel 1959 presenta la prima collezione, nel 1960 apre l’atelier in via Condotti, poi in via Gregoriana e infine in Piazza Mignanelli, costruendo passo dopo passo una casa di moda che cresce per accumulo e perfezione, non per rottura.

Il riconoscimento arriva nel 1962, con la sfilata nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, che consacra Valentino come uno dei protagonisti dell’alta moda italiana. Da quel momento il suo lavoro si intreccia stabilmente con il potere simbolico del Novecento: principesse, attrici, first lady. Jacqueline Kennedy lo sceglie prima per il lutto, poi per il matrimonio con Aristotele Onassis, e quel gesto diventa una soglia storica. Valentino comprende che vestire una donna significa spesso vestire un’epoca intera. Negli anni Sessanta e Settanta la maison si espande, inaugura boutique, entra nel prêt-à-porter senza mai rinnegare l’alta moda, mantiene una coerenza che diventa marchio di fabbrica. Il Rosso Valentino è una dichiarazione di identità che anticiperà l’idea del messaggio fulmineo, oggi così urgente.

Il ritiro

Negli anni Ottanta e Novanta, mentre la moda accelera e si frammenta, Valentino resta fedele a una linea di eleganza assoluta, talvolta giudicata inattuale, ma proprio per questo resistente. Riceve onorificenze internazionali, dal CFDA Award alla Legion d’Onore, e continua a lavorare come se il tempo non fosse un interlocutore. Il ritiro, annunciato nel 2007 e celebrato con una sfilata-evento a Parigi nel 2008, chiude una carriera costruita come un sistema chiuso, coerente fino all’ultimo punto. Valentino ha disegnato abiti come si scrivono codici: con chiarezza, con fermezza, lasciando poco spazio all’equivoco. In questo, forse, risiede la sua modernità più duratura.

Scrive Antonio Mancinelli, la miglior penna di moda italiana vivente, in queste ore (e ci perdonerà se ruberemo le sue parole), lui che l’aveva conosciuto da ragazzino:

Impeccabile, con abito di lino bianco, capello scolpito, abbronzatura da statua greca: la perfezione, da lui, era sempre una questione di coerenza personale. Valentino era autore e opera insieme: amava il bello perché ne conosceva il prezzo. Non amava le chiacchiere; si muoveva rapido, occhiali da sole, sciarpa svolazzante, e tra i dipendenti circolava il mantra: «State alla larga». Anche il telefono doveva essere libero: la perfezione non tollera interruzioni. Sapeva esaltare la donna, percepire l’ombra d’insicurezza che tutte, anche le più splendide, celano L’abito diventava rifugio, armatura, promessa. Chi si sentiva imperfetta scopriva la propria bellezza. Fuori dall’atelier, disciplina e ironia: dimore decorate, feste mitiche, e l’ironia che sbocciava in una battuta tagliente. Come quando, con un’occhiata da lontano, ordinava: «Accorci di due centimetri… Cambierà tutto».

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Il ritiro tra il 2007 e il 2008 non è una scomparsa, ma una messa in sicurezza dell’eredità. Da allora la maison ha attraversato mutazioni necessarie. Pierpaolo Piccioli ne ha custodito il lessico, dilatandolo verso una nuova idea di umanità e di colore; nel 2024 l’arrivo di Alessandro Michele segna un cambio di respiro, più narrativo, più stratificato, chiamato a dialogare con un nome che resta ingombrante, definitivo. Valentino, intanto, era già diventato altro: archivio vivente, memoria attiva, presenza silenziosa.

Scrive Alessandro Michele pochi minuti fa:

“A tutti noi lascia un’eredità profonda: l’idea che creare significhi prendersi cura, che la bellezza sia attenzione radicale e paziente ai corpi, alle forme, al tempo che le attraversa e le custodisce”

Scrive Pierpaolo Piccioli:

“Ho assistito a tutto ciò che vive nell’immaginario collettivo della moda attraverso i vostri occhi e le vostre storie: le infinite discussioni su Sanremo, e perché le scarpe di pelle non stanno mai bene con un vestito in chiffon”

 

Il film

Sempre nel 2008 il film “Valentino: The Last Emperor è un accesso controllato a un regno privato. Diretto da Matt Tyrnauer, segue gli ultimi due anni di lavoro prima del ritiro, registrando il tempo che stringe, la fatica, l’ossessione per il dettaglio, la dipendenza dalla forma come difesa dal caos. Valentino appare fragile e inflessibile, esposto e severo, umano senza concessioni sentimentali. Il documentario restituisce la moda come lavoro totale, come disciplina emotiva, come necessità quotidiana. Non cerca spiegazioni, si limita a osservare. È in quella distanza che il film trova la sua verità. E sfiora l’Oscar.

La vita privata

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La vita privata è sempre stata una zona protetta. Con Giancarlo Giammetti, compagno e socio, Valentino ha costruito un’alleanza lunga una vita, capace di sopravvivere alle trasformazioni del sentimento. L’amore, per lui, è sempre rimasto un fatto secondario rispetto alla necessità di tenere insieme il mondo. Altre relazioni sono esistite, annotate con pudore, mai esibite. Anche questo faceva parte del suo metodo.

L’impegno per l’Hiv

C’è però un punto in cui la discrezione si è trasformata in responsabilità pubblica. Nel 1990 Valentino ha fondato L.I.F.E., un’associazione impegnata nella lotta contro l’AIDS, quando la malattia era ancora sinonimo di colpa e isolamento. Un gesto coerente con una vita spesa a difendere la dignità delle persone attraverso la bellezza.

Valentino ci ha sempre detto questo: la forma, se non protegge, è vuota. Con la sua morte perdiamo la matrice di carne e ossa di un’autorità estetica. Ma rimane una lezione severa e fragile insieme: la bellezza è una responsabilità.

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