Da qualche settimana è arrivato in Italia Bianco, l’ultimo libro di Bret Easton Ellis.
L’autore americano salito sull’Olimpo degli scrittori con American Psycho (1991) torna a far parlare di sé, con un testo che si lascia leggere tutto d’un fiato.
Bianco, l’ultima opera di Bret Easton Ellis: la nostra recensione
Il linguaggio disincantato e acuto di Ellis torna alla ribalta con tematiche attuali, che hanno poco a che fare con dandy psicopatici e schizofrenie emotive a cui ci aveva abituato. Bianco è dunque una sorta di memoir del suo pensiero. Uno sfogo critico dell’odierna società in cui viviamo. Riflessioni che spaziano dal cinema, alla cultura, al politicamente corretto, e ai famigerati millennials.
Ma proprio sul politicamente corretto, l’autore sterza nell’enfasi con una serie di riflessioni che circoscrivono una realtà asettica, in cui (secondo lui), la dittatura imperante del politicamente corretto ha influenzato il mondo dell’arte, della cultura e della comunicazione in generale.
Decenni di lotte contro ogni forma di razzismo e discriminazione hanno dato linfa e acuito la sensibilità collettiva. Le battaglie di emancipazione delle donne, il riconoscimento dei diritti civili della comunità LGBTQ, le discriminazioni subite da minoranze etniche, il processo di inclusione delle disabilità. Associazioni, movimenti civili, singoli elementi di una comunità, uniti nell’intento di vivere in un mondo più equo e giusto. Un mondo migliore da consegnare ai figli di domani.
Vero è che parecchi pensieri dell’autore sono giusti e legittimi, come ad esempio lo spettacolo desolante di una classe politica incapace di entrare nel vivo dei problemi, chiusa in una boriosa impotenza dove l’importante è colpire l’avversario, non risolvere le questioni.
Ma questa dittatura ideologica in cui il pensiero è limitato e castrato dov’è? In America, nel mondo, in Italia, la politica dell’odio ha intrapreso un cammino tutto in salita, in nome della democrazia, chiunque si sente legittimato a sparare a zero su tutti. Fenomeni come cyber-bullismo e odio virale non sono assolutamente da prendere sotto gamba. E se una dolce nonnina su Facebook si sente legittimata ad augurare lo stupro di un’altra donna, allora c’è qualcosa che non torna.
No, non c’è nessuna dittatura buonista o moralista. Non c’è nel momento in cui una ragazza viene pestata a sangue da un branco di balordi perché lesbica. Non c’è nel momento in cui si gioisce di una barca che affonda e di uomini e donne che muoiono in mare. Questa storia del pensiero libero forse è sfuggita di mano e forse una “dittatura” del politicamente corretto sarebbe necessario, non solo negli intenti ma anche nei procedimenti penali e civili.
Certo, è vero, politiche consumistiche e capitalistiche dettano legge e influiscono con incisione nelle scelte etiche e morali dell’odierna società, ma su questo, il nostro compianto Pier Paolo Pasolini aveva detto già tanto.
Nulla da eccepire sul linguaggio e sulla scrittura del buon vecchio Bret Easton Ellis, scriveva e scrive molto bene.
Del resto rimane un autore simbolo per intere generazioni. I suoi libri hanno sempre acceso i fari dell’attenzione e hanno dato il via a feroci dibattiti. Pungente, istrionico, corrosivo, gay dichiarato e politicamente scorretto, la parabola ascendente della sua fama è frutto di un talento geniale e mai banale. Incurante dei giudizi, positivi o negativi che siano. L’ex enfant terrible della letteratura non è influenzabile.
Ma come dice lui in un passaggio del testo, forse è arrivato il momento di discernere il merito artistico dal pensiero politico. Per questo motivo leggere questo libro lascia una nota di amarezza e instilla rimpianto. Preferivamo dandy arrampicatori sociali disposti a tutto per il successo e storie di ordinaria follia.
Pagine e pagine sulla stroncatura del film Moonlight, le critiche al grandioso scrittore David Foster Wallace, l’invettiva contro il libero pensiero su Twitter e sui canali social. Lo sfogo diventa bile e richiede al lettore uno sforzo empatico eccessivo.
Caro Easton, ti vogliamo bene lo stesso, però la prossima volta raccontaci una storia diversa. Siamo pronti a rituffarci nella tua geniale follia.
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di Gabriele Torchetti
