BOTTE E SILENZIO

La violenza tra le coppie gay. Un problema di cui non si parla, per vergogna o indifferenza. Non esistono strutture di accoglienza. Che fare?

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La violenza perpetrata all’interno della coppia è uno dei crimini più diffusi della nostra società. Luoghi comuni e ragioni politiche ben precise fanno credere che questo riguardi solo gli eterosessuali, ma gli abusi verso il partner si verificano anche all’interno di coppie gay e lesbiche.

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Ci sono motivi semplici ma molto validi per cui le vittime omosessuali mantengono un silenzio impenetrabile sulla loro tragica situazione: ad esempio la paura di un forzato coming out o l’imbarazzo, soprattutto da parte degli uomini, di subire intimidazioni e atti discriminatori da parte della polizia o dei servizi sociali. Per abuso non si intende solo la violenza fisica ma qualsiasi comportamento atto a forzare, dominare o isolare il partner o l’uso di qualsiasi forma di potere imposta all’altro per mantenere il controllo della relazione. Di solito l’uomo reagisce con un classico atteggiamento da macho del tipo “posso gestire la situazione”, senza comprendere che essere attaccati dal proprio compagno crea una doppia ferita – sia fisica che emotiva – molto profonda, che se protratta a lungo può sfociare in depressione, perdita di autostima e a volte anche nel suicidio. Una reazione che accomuna le vittime, uomini o donne che siano, è il silenzio. Parlarne con parenti o amici è imbarazzante e di solito gli uomini devono fronteggiare reazioni di incredulità o scherno. Nessuno mette in dubbio che un uomo che colpisce la sua ragazza o sua moglie sia un violento, ma la cultura comune vuole che la violenza tra uomini sia accettabile e quella tra donne umoristica o peggio ancora, eccitante. Anche quando si ha il coraggio di rivolgersi alle forze dell’ordine si presentano alcune difficoltà. Contrariamente alle relazioni etero, tra i gay non è quasi mai chiaro chi tra i due uomini sia la vittima e chi il violento: nei casi di abuso domestico tra coppie uomo-donna la polizia di solito arresta l’uomo, intuendo che la vittima possa più facilmente essere la donna, ma sfortunatamente sia gli agenti che eventuali testimoni sono portati a credere che uno scontro tra persone dello stesso sesso sia semplicemente una lotta paritaria. Più frequentemente, entrambi vengono portati in prigione ed eventi del genere sono ben lontani dall’aiutare la vittima che si trova già in un incubo.

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Altro problema: la mancanza di ricoveri per omosessuali maltrattati. Ci sono diverse case che ospitano donne picchiate dai propri uomini: in America solo poche città – Boston, San Francisco o New York per citarne alcune – offrono rifugi per gay o lesbiche maltrattati, in Italia non risulta che ce ne siano. Mentendo sulla natura dello scontro che li ha ridotti in necessità di cure e riparo, gli uomini di solito finiscono in ricoveri per senzatetto e le donne, se hanno fortuna, vengono accolte in case per ragazze vittime di violenza, ma nessuno dei suddetti luoghi è in grado di offrire l’aiuto più appropriato. Alcuni ragazzi si rifugiano nelle saune: pagano, entrano e fanno capire di non volere del sesso. È un posto relativamente sicuro, ma se sei stato picchiato e magari anche violentato non è facile stare in un luogo in cui tutto parla di sesso. I centri per donne maltrattate hanno un difetto di base: essendo aperti alle donne una vittima non sarà mai al sicuro in quanto la sua compagna violenta potrà avere accesso al rifugio. Ma l’abuso non si limita alla violenza fisica come pugni, schiaffi, bruciature o l’uso di un’arma. A volte si entra nella sfera delle azioni che violano la libertà: isolare il/la partner, controlli telefonici continui, criticare, ridicolizzare, umiliare, minare l’autostima della persona, presentarsi non invitati al lavoro, a casa di parenti o amici con lo scopo di mostrare un controllo oppressivo sulla vita del compagno/a, e allo stesso scopo, minacciare un outing pubblico.

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Nel caso di brutalità si arriva a forzare rapporti sessuali o atti specifici, stupro, distruzione di mobili o oggetti. A volte non si riesce a comprendere certi comportamenti per quello che sono davvero e ci si rassegna a vivere vittime della violenza. John Redriver, Canada, ha vissuto per mesi accanto ad un uomo violento senza riuscire ad accettare la realtà, fino al momento in cui si è ritrovato sdraiato sul pavimento mentre il suo compagno tentava di soffocarlo premendogli una sbarra di ferro sul collo. Luise, invece, è stata a lungo vittima di minacce prima che la sua compagna passasse alle vie di fatto. La faceva sentire colpevole dei suoi eccessi di rabbia, la stuprava, le telefonava in continuazione al lavoro e minacciava di uccidersi se lei l’avesse lasciata. Alla fine Luise decise di rivolgersi alla polizia dove le dissero di trasferirsi, cambiare numero di telefono e di dire alla sua ex che era diventata etero. Dice Luise: “Ero umiliata: nessun poliziotto avrebbe mai consigliato ad una donna maltrattata da un uomo di dirgli che era diventata gay! Non poter contare sull’aiuto delle forze dell’ordine è spaventoso.” Alla base di certi comportamenti però non c’è solo l’omofobia, ma anche una gran dose di ignoranza e luoghi comuni difficili da abbattere. Prima di tutto l’idea che in un rapporto tra donne sia tutto meraviglioso perché c’è più sensibilità e che solo gli uomini siano violenti. Il fatto che si tratti di due donne non vuol dire automaticamente che la forza sia la stessa. Degli uomini si pensa generalmente che non possano essere vittime di violenza fisica o stupro perché quando si litiga tra due ragazzi si tratta di “lotta”.

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In piena ignoranza molti eterosessuali credono che tra coppie gay sia normale il sadomasochismo come comportamento sessuale e che quindi la vittima sia conseziente. Nel s/m ci sono precisi accordi verbali tra i due partner e questo non è assolutamente il caso di un aggressore e della sua vittima. Usare la violenza è un modo innaturale e sbagliato di relazionarsi agli altri. Per questo non bisogna perdere tempo sperando in una fase passeggera, credendo alle scuse di una persona chiaramente inaffidabile. Il primo passo è parlare con qualcuno, un parente, un amico, un professionista gay-friendly. La comunità gay deve iniziare ad abbattere il muro del silenzio: più se ne parla e più sarà facile per le vittime comprendere la propria situazione e liberarsene.

di Lily Ayo

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