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Chi è Bryan Washington, tra le voci più importanti della letteratura queer

Bryan Washington, tra le voci più importanti della letteratura queer mondiale, torna in libreria con “Pranzo di famiglia”, una storia di partenze e di amicizia, di lutto e corpi in rivolta.

Chi è Bryan Washington, tra le voci più importanti della letteratura queer - Matteo B Bianchi40 - Gay.it
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Lo scrittore queer di Houston

Pochi giorni dopo aver vinto il Nobel, in un discorso pubblico, nel 1993, la scrittrice afroamericana Toni Morrison ha rivendicato l’importanza di abitare il margine. «Ho vissuto al confine e ne ho reclamato la centralità. L’ho reso centrale e ho lasciato che il mondo, che tutto il mondo, gli venisse incontro». E fa qualcosa di molto simile, come ha notato anche il Guardian, lo scrittore texano Bryan Washington. Nato nel 1993 (!), Washington è a oggi una delle voci più importanti della letteratura queer e afroamericana. Il corpo, ancora esile, dei suoi testi – una raccolta di racconti e due romanzi – racconta molto bene cosa significhi vivere ai margini dell’America e del mondo, senza cercare di conquistare il centro. Con Lot,  la raccolta di racconti con cui esordisce, pubblicata in Italia da Racconti Edizioni, Bryan Washington già corrode le basi del Grande Romanzo Americano, che per sua natura e indole è generalmente macho, monolitico e bianco, affidandosi alla frammentarietà del genere e dei punti di vista.

Chi è Bryan Washington, tra le voci più importanti della letteratura queer - COP Washington - Gay.it

Tutti ambientati a Houston, i tredici racconti fotografano il Texas e, insieme, fungono da cartina topografica, da simbolo, di un’altra America, quella oscura e pericolante, sporca e affollata delle periferie. Washington prende l’umanità del margine e, all’improvviso, vi accende sopra un faro. È una luce inaspettata, che coglie tuttə di sorpresa come un miracolo o una maledizione. La maggioranza che racconta è queer e afrodiscendente. Le persone bianche – WASP, specialmente – e le soggettività egemoniche compaiono solo a intermittenza e agiscono nella secondarietà. Il primo piano, invece, è abitato da corpi dissidenti, neri o migranti, da sex-worker, latinx e persone queer.  Margine e periferia, così, tra le mani di Washington assumono significati nuovi. La sua America è un grande sobborgo attraversato da migliaia di vite e di corpi, in viaggio da ogni parte del mondo, in transito verso ogni parte del mondo. Vite e corpi che, qui, esistono a prescindere, in sé, e non in relazione alla cultura bianca dominante. È Nicolàs, in questo caso, fil rouge di tutti i racconti, ad assumere il punto di vista e la voce narrante. Lui, come moltə tra ə personaggə che lo affiancano, è meticcio e queer, e sul finale, in una scena catartica e battesimale che vale tutto il libro, giunge alla piena accettazione di sé, della sua duplice obliquità e delle sue infinite fragilità.

Bryan Washington Reads Haruki Murakami | The New Yorker

Il discorso – e insieme l’immaginario che lo sorregge – che Washington ha cominciato con Lot, cinque anni fa, è oggi nei suoi testi ancora incredibilmente coerente e puntualissimo, evidentemente più maturo ma immutato nella sua essenza. Intanto, Houston è sempre un palcoscenico vivo, uno sfondo animato, la grande madre, la grande pelle. Houston è il motore degli eventi, la tana e l’orizzonte da cui è impossibile fuggire, l’origine di ogni amore e di ogni violenza, il segno di una maledizione e, al contempo, la possibilità ultima, l’unica speranza. È per Washington quello che Madrid è per Almodovar, quello che è Istanbul per Ozpetek, quello che è Bologna per Luca Carboni.

Storie queer dal margine

In Promesse, il primo romanzo di Washington, pubblicato in Italia da NN Editore, la capitale texana accoglie Mike e Ben, fidanzati da qualche anno e per la prima volta in crisi, costretti a re-immaginare la traiettoria del loro amore e a prendere di petto quel sentimento per capire se ha davvero senso viverlo ancora, e attraversarlo, osservarlo cambiare. La svolta arriva quasi subito: Mike è costretto a lasciare la città e l’America per tornare al luogo che gli ha dato i natali, la città giapponese di Osaka. Lì, suo padre, che ha presto abbandonato la famiglia, è in fin di vita. Intanto, a Houston, le cose e la vita continuano e Ben si trova a condividere la sua casa, la loro casa, con Mitsuko, la madre di Mike. Lontani l’uno dall’altro, i protagonisti di questo romanzo non possono più fuggire dalle spirali del passato e sono costretti a prendersi cura di quella ferita originale, che sempre nei testi di Washington coincide con la famiglia e gli abbandoni, con le partenze e le dimenticanze, con le tutte le cose perse, tutte le vite che sono andate perse, via da noi, distanti, in un altrove irraggiungibile. Ed è questa ferita, sono queste ferite, questi lividi antichissimi a tallonare il presente incidendo sulle esistenze e sui corpi molto più di quanto Ben e Mike – e noi con loro – possiamo ammettere e accettare. Le loro storie, la vita che è successa prima del loro incontro, dividono i due protagonisti, ed è quello stacco –  anche culturale ed etnico, di lingua e di classe, perché tutto nella fiction di Washington è connotato anche in questa direzione  – a causare incomprensioni e ulteriori raffreddamenti.

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Con Promesse, ancor più che con Lot, tra l’altro, Pranzo di famiglia, il più recente tra i romanzi di Washington, condivide la spina dorsale, il passo e la lingua. Al posto di Mike e Ben, il libro racconta la storia di TJ e Cam. Quest’ultimo, dopo essersi trasferito a Los Angeles, alla ricerca di un posto in cui nascondersi dal dolore, torna a Houston dove reincontra il primo. Da piccolissimo, orfano, Cam viene accolto dalla famiglia di TJ e, insieme, i due sono cresciuti come fratelli, in uno spazio di frontiera, magico e pericolosissimo, tra ciò che è sangue e ciò che non lo è, tra ciò che è famiglia e ciò che non lo è, tra ciò che Eros e ciò che invece non lo è. Diventando adulti insieme, Cam e TJ hanno scoperto cosa significa essere maschi e queer e coltivato, in silenzio, la loro zona segreta di esplorazione e di desiderio. Il loro rapporto è da sempre ingarbugliato e opaco, scivoloso, terribile eppure irrinunciabile. Ma ancora una volta, come è successo anche a Ben e Mike, è il dolore ad allontanarli, a sigillarli in un mutismo impenetrabile.

La fragilità del maschio

Cam è tornato a Houston, perché dietro di sé non ha lasciato più niente. Kai, l’amore della sua vita, è morto e a lui non resta che scappare, che andare per tornare, che partire per perdersi, che vivere tentando di morire. Così, scopa nell’anonimato e nella compulsione, poi sparisce dallo sguardo e dai cellulari dei suoi amanti. Prima è qui, poi non c’è più. Contatto bloccato. Si sottrae a tuttə, persino a sé stesso e al cibo, che nei libri di Bryan Washington è sempre il segno della resa e della comunione, delle mescolanze e delle ibridazioni, in genere di una voglia di stare vivi, di andare nonostante tutto, di provarci ancora e ancora, poi ancora, nonostante tutto. Ma Cam rinuncia, abdica a qualsiasi pasto, corrode il suo corpo per poi lanciarlo addosso agli altri come uno straccio. Non mangia, appunto, ma si lascia divorare. È lui il cibo del mondo, si offre alla bocca di tutti – avanti, sbocconcellatemi – fino a che non rimangono che le ossa.

Come il romanzo precedente, anche Pranzo di famiglia, allora, senza moralismi né stupori, racconta la sessualità queer in sé stessa, come strumento del piacere e della liberazione, ma anche come dispositivo ingannevole, come trappola invisibile. Il sesso come carezza, come fauce aperta. E ancor di più, seppur forse con tono meno gridato, Promesse e Pranzo di famiglia vogliono raccontare una certa fragilità del maschile e del maschile queer, quella cagionevolezza d’animo che è il segno di un’incapacità al dolore e alla parola sentimentale. Parlare e soffrire sono azioni, più o meno passive, che hanno a che fare con la frustrazione dell’inatteso. Nessuno tra ə personaggə di Washington sa davvero comunicare e infatti la sua lingua è un frammento, è sempre sincopata, imprecisa e indefinita. Quando si parla, non si arriva mai da nessuna parte. L’amore, per esempio, si fa con il corpo, si fa con i gesti, mai plateali, anzi impercettibili. Allo stesso modo, il dolore non si racconta, non ha parole. Il dolore neanche si vive. Dal dolore si scappa finché si può, perché stare nel dolore è come morire stando in vita. Ed è per questo, allora, che i testi di Washington sono attraversati da un eterno movimento, da un senso inesausto di convulsione e contorsione. Tuttə, in Lot così come in Promesse e in Pranzo di famiglia, si affrettano e si arrabattano; quando non partono, almeno escono, camminano e poi subito tornano. Quando partono e arrivano, invece, comunque non si fermano, perché poi tornano o ancora si spostano. È forse la soglia stessa, quella zona liminale che Bryan Washington sceglie come teatro delle sue storie, a impedire la stasi. La periferia, i luoghi della queerness, valgono ancora come spazi della contaminazione, della trasformazione perpetua. Non c’è trasformazione alcuna né rinascita o emancipazione nella stasi. E nessunə in questo momento, in letteratura, riesce a raccontare le contaminazione, la queerness e la soglia come Washington, che fa precipitare il contenuto, l’idea, nella forma rendendo i suoi stessi libri spazi agitati di convulsioni e metamorfosi, di fughe e rincorse.

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