Cannes al via. Sbarca l’eros gay cinese ma senza clamore

Accoglienza fredda per l'erotico gay "Spring Fever" di Lou Ye che ha sorpreso solo per alcune scene sessualmente esplicite. Passabile la commediola trans "He's my girl" con Antoine de Caunes.

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Non è stato accolto con favore, alle due proiezioni stampa – l’abbiamo dovuto rivedere per districarci tra i vari personaggi fisicamente molto simili tra loro – il film cinese più esplicitamente gay che sia mai approdato sulla Croisette, il diseguale "Spring Fever" di Lou Ye (‘Purple Butterfly’) in corsa per la Palma d’Oro. Silenzio assoluto alla fine della prima, qualche timido applauso in Salle Bazin. E dire che questo trasgressivo melò erotico in digitale ambientato a Nanchino non è privo di qualità, a partire da alcune fiammeggianti scene d’amore carnale tra maschi, realistiche e appassionate: in particolare un’energica sodomia sotto la doccia girata con elaborate variazioni d’intensità di luce. Raramente in un film proveniente dall’Asia, nazione molto presente a questo festival al contrario dell’America, si è vista un’intimità omosessuale così dettagliata e partecipe, colma di traboccante desiderio – baci profondi, tenere carezze, provvidi abbracci – come nemmeno in "Happy Together" di Wong Kar-Wai.

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La contestualizzazione molto queer (un locale gay con esibizioni en travesti, un bagno turco per soli uomini, passeggiate mano nella mano in un bosco) gli conferisce una forte impronta omo che va contro una certa tendenza contemporanea del cinema glbt in cui la vita sociale dei personaggi spesso prescinde da un’ambientazione gay tout court. E dire che le donne amiche, complici e amanti qui sono ben due, ma tratteggiate superficialmente e con un leggero sospetto di misoginia (sono isteriche e irresolute): la moglie di un bibliotecario ingaggia un investigatore scoprendo che il marito la tradisce con un uomo, a cui si lega lo stesso detective e una sua amichetta, sarta in una fabbrica che rischia la chiusura.
Ispirato a un romanzo di Yu Dafu degli anni ’20 di cui gli amanti leggono un estratto dopo aver fatto l’amore, vanta qualche spiraglio poetico inficiato dal simbolismo insistito della fioritura come stato di rinascita emozionale. Riguardo alla percezione dell’essere gay in Cina, il regista spiega che «non è facile, come molte altre cose. Nel 2001 l’omosessualità era ancora considerata un disordine mentale ma nel 2005 c’è stato un vero dialogo tra il viceministro della Salute e le associazioni omosessuali per combattere l’Aids.

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Riguardo al fatto che i corpi nudi sono solo di ragazzi, in realtà avevo filmato anche la donna ma aveva una presenza così incredibilmente potente nell’esprimere la gelosia che mostrarne il corpo sarebbe stato ridondante. Trattare l’omosessualità semplicemente come l’opposto dell’eterosessualità sarebbe risultato un approccio moralistico. Lei va oltre, comprende che si tratta dell’amore tra due esseri viventi, non è importante che siano due ragazzi. Agli attori ho mostrato vari film gay che amo tra cui "Belli e dannati" e "Midnight Cowboy"».
"Spring Fever" non ha ottenuto il visto di censura del governo cinese ed è stato proibito in patria.Al Marché è stata presentata una passabile commediola mainstream, "He’s my girl" di Jean-Jacques Zilbermann, innocuo séguito di "Man is a woman": dieci anni dopo ritroviamo il clarinettista gay ebreo Simon Eskenazy (il composto Antoine de Caunes) costretto a ospitare a casa sua, nel quartiere parigino a maggioranza africana di Château Rouge, la petulante mamma malata. Simon si innamora di un arabo trans, Naïm (il misurato Mehdi Dehbi, scelto fra 300 candidati "per la grazia e l’emozione che trasmette"), impiegato come cameriera in un locale di cabaret. 

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Per insediarsi a casa del clarinettista, Naïm si spaccia per infermiera diventando confidente della madre ma nella vita di Simon spunta il figlioletto di dieci anni avuto dall’ex moglie attrice, Rosalie (l’angelica Elsa Zylberstein) in procinto di risposarsi. Confezione professionale, recitazione inappuntabile ma forse troppa carne al fuoco – l’omogenitorialità, l’identità trans, i riti ebraici, un tocco etnico alla "Popoli & Paesaggi" – per approfondire adeguatamente i diversi temi affrontati.
Le prime vere emozioni arrivano però dal secondo film in concorso, il lucido dramma urbano "Fish Tank" della dogmatica Andrea Arnold, autrice dell’ottimo "Red Road" premiato proprio qui a Cannes. Con un occhio partecipe fra Ken Loach e i Dardenne, la regista inglese premio Oscar racconta della solitaria Mia (l’esordiente Katie Jarvis), una quindicenne disadattata appassionata di musica hip hop che abita con sorellina ignorata e mamma odiata in un quartiere popolare di una cittadina a est di Londra, nella contea di Essex. 

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Quando la genitrice si porta a casa il carismatico Connor (Michael Fassbender, il bellissimo Esmé in "Angel" di Ozon), la figlia se ne invaghisce con esiti drammatici. Secco, preciso, psicologicamente incisivo nel giustificare il transfert padre-figlia-sorella, potrebbe intrigare la giuria a maggioranza femminile dove c’è anche la nostra ex ribelle Asia Argento.
Un curioso particolare gender ha infuso un che di stravagante allo spassoso film d’apertura, "Up" di Pete Docter prodotto dalla Disney Pixar, prima pellicola d’animazione a inaugurare il Festival di Cannes. L’uccello esotico oggetto delle mire di conquista dell’esploratore cattivone di turno, chiamato Kevin dai due protagonisti, un vecchietto che si porta in Sudamerica la casa volante appesa a una miriade di palloncini e un ragazzino boy scout, obeso e tontarello, si scopre essere una femmina con tanto di nidiata pigolante. 

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Vertiginoso l’effetto 3D stereografico, apprezzabile soprattutto nei piani lunghi e lunghissimi, grazie a speciali occhialini "Expand" di ultima generazione. Chissà quando, grazie ai prodigi cinetecnologici riusciremo a vedere un film gay in tre dimensioni… Scommettiamo che sarà un manga porno queer?

di Roberto Schinardi – da Cannes

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