È tutto pronto per il primo Sundance Film Festival della storia senza Robert Redford, deceduto lo scorso 16 settembre, per un Festival del Cinema indipendente che è sempre stato vetrina per la cinematografia LGBTQIA+.
Oltre oltre 400 i film a tematica queer presentati in 40 anni di storia, con alcuni cult assoluti. Da Paris Is Burning di Jennie Livingston a Poison di Todd Haynes, passando perChe mi dici di Willy? di Norman René, Caravaggio ed Edoardo II di Derek Jarman, Orlando di Sally Potter, Bound delle sorelle Wachowski, Paragraph 175 di Jeffrey Friedman e Rob Epstein, Hedwig and the Angry Inch di John Cameron Mitchell, Y Tu Mamá También di Alfonso Cuarón, Mysterious Skin di Gregg Araki, La diseducazione di Cameron Post di Desiree Akhavan, Pariah di Dee Dee Rees, Young Soul Rebels di Isaac Julien, Io sono l’Amore e Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, Tangerine di Sean Baker, God’s Own Country di Francis Lee e il più recente Twinless di James Sweeney, in trionfo a gennaio 2025.
Eugene Hernandez, direttore del Sundance Film Festival e responsabile della programmazione, ha ricordato come Redford abbia creato uno spazio in cui i film indipendenti queer potevano prosperare e raggiungere un nuovo pubblico. Dal 22 gennaio al 1 febbraio 2026 il Sundance Film Festival andrà in scena per l’ultima volta a Park City, nello Utah, prima di trasferirsi nel 2027 a Boulder, in Colorado, con oltre 90 film in cartellone (qui il programma completo), molti dei quali a tematica LGBTQIA+.
Ne abbiamo ‘scelti’ undici, da tenere sott’occhio per tematiche trattate, cast e regia, nella speranza che un giorno possano arrivare anche nelle sale d’Italia, a differenza di quanto accaduto con non poche pellicole del 2025 purtroppo ad oggi ancora mai viste.
Barbara Forever di Brydie O’Connor
Un’esplorazione d’archivio della vita, del lavoro e dell’eredità dell’iconica e pioniera regista lesbica Barbara Hammer.
Posizionare l’obiettivo su una celebre regista non è un compito facile, soprattutto per una il cui lavoro è rivoluzionario, sensuale e pieno di vita come quello di Barbara Hammer. Eppure, la regista Brydie O’Connor le rende giustizia. Intessendo un arazzo cinetico di filmati d’archivio guidati dalla voce della stessa Hammer, il doc offre un intimo posto in prima fila nella mente di una poetessa visiva. Barbara Hammer era profondamente interessata a chi fa la storia e chi ne rimane escluso, il che la spinse a documentare la sua vita, il suo corpo, le sue amanti e la gioia dell’identità lesbica. Il ritratto di O’Connor è un tributo stimolante e un documento schietto del processo artistico, che cattura la perseveranza, l’ambizione sfacciata e le inevitabili tensioni che tale impulso crea. L’opera di Barbara Hammer ha aperto le porte a moltissimi artisti, e la sua eredità, così abilmente qui catturata, ci ricorda il perché.
Jaripeo di Efraín Mojica e Rebecca Zweig
Un viaggio nei rodei ipermascolini del Michoacán che scende nel subconscio della memoria, del desiderio queer e della nostalgia.
“Vi ho portato qui a Penjamillo perché possiate vedere cosa significhi essere un giovane ranchero queer”, spiega Efraín Mojica, che con Jaripeo debutta alla regia, al fianco di Rebecca Zweig. Mojica ci fa da guida nel vibrante mondo dei “jaripeos”, rodei rurali che attraggono cowboy macho, festaioli ubriachi e, favoriti dall’atmosfera da baccanale, incontri queer nascosti. Attraverso filmati vérité e Super 8, la telecamera cattura sguardi segreti e tocchi fugaci, soffermandosi amorevolmente sui corpi dei cavalieri: manifestazioni di machismo filtrate da una lente queer. Mojica e Zweig costruiscono intensi ritratti di rancheros queer che condividono ricordi e confidenze in conversazioni calorose, a volte civettuole, e danno vita alle loro esperienze passate in paesaggi onirici indelebili e stilizzati che celebrano l’espressione di sé, il desiderio e l’appartenenza queer. Jaripeo invita gli spettatori a entrare in questo spazio di mascolinità tradizionale e performativa e a scoprire cosa si celi sotto la sua superficie.
TheyDream di William David Caballero
Dopo 20 anni trascorsi a raccontare la storia della sua famiglia portoricana, un regista e sua madre affrontano perdite devastanti. Tra lacrime e risate, realizzano animazioni che riportano in vita i loro cari, scoprendo che ogni atto creativo è anche un atto di abbandono.
In TheyDream, il regista William David Caballero riunisce decenni di storie della sua famiglia in un’opera profondamente toccante e creativa di guarigione intergenerazionale attraverso l’arte. Al centro c’è Milly, la madre di Caballero, che si è assunta diligentemente la responsabilità di prendersi cura del padre, della madre e del marito mentre affrontavano l’invecchiamento e vari problemi di salute. Lavorando a stretto contatto con Milly, Caballero utilizza miniature e tecnologie di motion capture per trasformare vecchi filmati amatoriali e conversazioni registrate con i familiari defunti in sequenze animate a volte fantasiose, spesso agrodolci. Dimostrando profonda vulnerabilità e candore, TheyDream e le sue storie di amore e perdita familiare sono allo stesso tempo singolarmente personali e universalmente toccanti. Una volta un professore di documentari disse a Caballero che nessuno avrebbe mai voluto vedere un film sulla sua famiglia. Quanto si sbagliava.
Big Girls Don’t Cry di Paloma Schneideman
Durante un’estate trasformativa nella Nuova Zelanda rurale del 2006, la quattordicenne Sid Bookman scopre il desiderio, l’identità e internet, imitando le persone da cui desidera essere amata.
Paloma Schneideman, guidata dal programma cinematografico di Jane Campion, ha creato un ritratto artistico di formazione dell’adolescenza queer che si colloca splendidamente nello spazio liminale tra giovinezza ed età adulta, desiderio ed esperienza – un periodo in cui siamo consapevoli di tutto, ma privi di un linguaggio per esprimerlo. Con dolorosa consapevolezza, siamo inevitabilmente attratti da Sid (l’esordiente Ani Palmer in una stellare interpretazione) – il suo provare identità, la sua imitazione, la sua finta maturità, la sua vergogna e il suo desiderio di accettazione – mentre si fa amare da un gruppo di adolescenti più grandi, la prima generazione per la quale la curiosità sessuale è intrecciata con internet. La voce di Schneideman è fresca e vibrante, la sua fotografia intima e poco profonda si concentra su volti e corpi, carichi di precarietà e vulnerabilità e perfettamente in sintonia con questi giovani. Il film trasuda specificità e autenticità, rendendo con ironia e nitidezza una vita interiore che, per sua natura, è così oscura.
Extra Geography di Molly Manners
In un collegio femminile inglese, due migliori amiche affrontano le sfide dell’adolescenza – amicizia, ragazzi, studi e crescita – intraprendono il loro progetto scolastico: innamorarsi.
Nel suo divertente ed elegante film d’esordio, Molly Manners (In My Skin, One Day) offre una storia ironica e toccante sull’amicizia. Rese vive dalle straordinarie interpretazioni di Galaxie Clear e Marni Duggan, Minna e Flic vivono interamente l’una nel mondo dell’altra – i loro pensieri e movimenti perfettamente sincronizzati sono giocosamente accentuati dallo stile visivo della Manners. Affascinanti, adorabilmente egocentriche, codipendenti e sarcastiche, si presentano insieme per il provino di Sogno di una notte di mezza estate (nonostante Shakespeare sia una schifezza) e – sapendo che l’amore rende “mondani” – decidono che il loro progetto scolastico sarà innamorarsi della prima persona che vedono: la loro insegnante di geografia (Alice Englert). Escogitano un piano, innamorati della propria intelligenza (“Probabilmente dovremmo sognarla”), ma la loro sincronicità presto vacilla. Extra Geography offre una lezione agrodolce sull’amicizia inaffondabile: nella vita, nell’amore e in Shakespeare, qualcuno viene sempre messo in ombra.
Give Me the Ball! di Liz Garbus ed Elizabeth Wolff
La campionessa mondiale di tennis Billie Jean King ha avuto un impatto rivoluzionario sulla cultura e sullo sport. Rare interviste d’archivio con Billie Jean e le persone a lei più vicine qui rivelano come una donna abbia anteposto il cambiamento del mondo alla salvezza di se stessa.
La storia dello sport femminile professionistico non potrebbe essere raccontata senza Billie Jean King. Il suo status è così iconico che alcuni potrebbero perdere di vista la vera essenza dell’essere umano: le sue lotte, i suoi difetti e la sua spinta competitiva totalizzante. Nella lotta per l’equità, per sé e per gli altri, King era intransigente, al punto da mettere in secondo piano il suo benessere personale nascondendo il suo orientamento sessuale e i suoi disturbi alimentari. Le registe Liz Garbus ed Elizabeth Wolff presentano Billie Jean King per intero, con le sue parole e con filmati d’archivio che riportano in vita i momenti bui e le vittorie indelebili.
I Want Your Sex di Gregg Araki
Quando il giovane Elliot ottiene un lavoro dall’artista e provocatrice Erika Tracy, le sue fantasie diventano realtà nel momento in cui lo sceglie come sua musa sessuale. Ma Elliot si ritrova fuori dalla sua portata quando Erika lo porta in un mondo di sesso, ossessione, potere, tradimento e omicidio.
Nell’ultimo film dello sceneggiatore e regista Gregg Araki, una galleria d’arte di Los Angeles, aperta al sesso, ospita un gioco sadomaso deliziosamente enigmatico, in cui l’irrequieto Elliot, interpretato da Cooper Hoffman, viene spinto al limite dalla sarcastica e tagliente Erika, magistralmente interpretata da Olivia Wilde. Più che una satira del mondo dell’arte o una celebrazione della depravazione, la scrittura arguta e la struttura narrativa circolare di Araki e Karley Sciortino rivelano una riflessione audace ma sincera sullo stato attuale del sesso, sfidando le concezioni distorte di kink, esibizione e predisposizioni generazionali verso la libertà e l’autonomia sessuale. I Want Your Sex è l’undicesima première di Araki al Sundance Film Festival (dopo l’episodio Now Apocalypse del 2019), e costituisce una nuova e prismatica convalida della forma per l’autore: una crociata sessuale scandalosamente giocosa che solo Gregg Araki poteva realizzare.
Lady di Olive Nwosu
Nella tentacolare metropoli africana di Lagos, una giovane tassista fieramente indipendente incontra una banda di prostitute radiose e spericolate, la cui sorellanza la trascina nel pericolo e nella gioia, avviandola verso la propria trasformazione.
Lady è una donna forte in un mondo dominato dagli uomini. Tassista per le strade di Lagos, Lady guadagna abbastanza soldi per prendersi cura di sé e della nonna, mentre la maggior parte dei nigeriani deve scegliere tra colazione e pranzo. Quando la sua madrepatria, produttrice di petrolio, elimina i sussidi per il carburante per i suoi cittadini, l’amica d’infanzia di Lady, Pinky, le propone di unirsi al suo capo, che sta cercando un autista notturno per le sue donne. L’entusiasmante lungometraggio d’esordio della regista Olive Nwosu pulsa delle potenti energie e delle complesse realtà di Lagos. Lady irradia l’amore e i sogni tra le persone, le scelte fatte per forgiare percorsi per sopravvivere a circostanze debilitanti e traumi intergenerazionali, e il profondo cambiamento di una nuova generazione, che risponde all’appello di DJ Revolution di decolonizzare le loro menti e riprendersi la propria vita.
Leviticus di Adrian Chiarella
Due sfortunati adolescenti devono sfuggire a un’entità violenta che assume le sembianze della persona che più desiderano: loro stessi.
Inquietante esordio alla regia dello sceneggiatore e regista Adrian Chiarella, Leviticus promette un nuovo, toccante ingresso nel canone dell’horror di formazione. Una sperduta cittadina australiana ospita i mali del fanatismo religioso e le sue conseguenze per i giovani queer, creando un’atmosfera agghiacciante e quasi claustrofobica. Joe Bird e Stacy Clausen incarnano teneramente Naim e Ryan, adolescenti magneticamente attratti l’uno dall’altro che entrano nella loro sessualità, ma che si trovano ad affrontare violenza fisica e spirituale a ogni passo. A tratti sensuale, e altrettanto spesso emozionante, Leviticus brilla sia come un’esperienza straziante di mezzanotte che come un horror sociale queer. Al centro di questa spietata narrazione di una maledizione c’è un’autentica riflessione su cosa significhi amare in modo queer nonostante i persistenti pericoli interni ed esterni.
Tell Me Everything di Moshe Rosenthal
Tra la mania del pop di fine anni ’80 e la crescente epidemia di HIV, il dodicenne Boaz scopre un segreto devastante sul padre che idolatra, che minaccia di distruggere la sua famiglia. Attraverso un viaggio lungo anni, Boaz cerca di guarire la ferita e di recuperare il legame padre-figlio che non ha mai smesso di desiderare.
Sulla scia del suo straordinario primo lungometraggio, Karaoke, Moshe Rosenthal crea una storia padre-figlio avvincente e profondamente commovente che esplora lo sconvolgimento di una famiglia dopo una rivelazione scioccante. Tell Me Everything è raccontato con calore e intimità attraverso l’esperienza di Boaz, un ragazzo che si avvicina al suo bar mitzvah e all’età adulta, ma che cerca ancora di comprendere la mascolinità e suo padre, con la prospettiva offuscata da confusione e paura. Nell’esplorare la verità, Boaz si lascia alle spalle l’infanzia a ogni passo, portando con sé vergogna, senso di colpa e rabbia fino all’età adulta. Grazie a performance fenomenali, una narrazione ricca di dettagli, una vibrante sensibilità visiva e una vivida evocazione degli anni ’80, Tell Me Everything è una toccante storia di famiglia, resa dei conti e ricerca di un padre, o forse solo del tentativo di vederlo veramente.
Zi di Kogonada
A Hong Kong una giovane donna tormentata da visioni del suo futuro incontra uno sconosciuto che cambia il corso della sua notte, e forse anche della sua vita.
Kogonada gioca con la forma, e vi ritorna, in questa delicata poesia cinematografica. Ambientato in un’elegante Hong Kong, zi è un film con un’anima. Le attrici abituali di Kogonada, Michelle Mao, Haley Lu Richardson e Jin Ha, ritraggono con cura delle disadattate, alle prese con una sapiente fusione di ansia esistenziale, inquietudine romantica e ricordi personali. Dopo Columbus (Sundance Film Festival 2017), After Yang (Sundance Film Festival 2020) e A Big Bold Beautiful Journey, Kogonada realizza un film decisamente sobrio, che esplora un pervasivo senso di sradicamento, coltivando al contempo un’incessante sensazione di pace.











