Festival di Cannes, integralismo religioso e omofobia nel viscerale Il Discepolo

Vari spunti queer sulla Croisette: eros lesbosoft in Mademoiselle, pulsioni gay in Rester Vertical e Isadora Duncan saffica in La Danseuse

Festival di Cannes, integralismo religioso e omofobia nel viscerale Il Discepolo - The Disciple - Gay.it
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Temevamo la penuria queer, non c’è stata. Il weekend appena trascorso al 69esimo Festival di Cannes ha offerto vari spunti lgbt ed è curioso che uno dei film più gay non figuri, inspiegabilmente, nell’elenco dei candidati alla Queer Palm. Si tratta del russo Uchenik (Il Discepolo) di Kirill Serebrennikov, applaudito al Certain Regard, dramma energico e viscerale sull’allievo di un liceo, il ribelle Veniamin (Petr Skvortsov), ossessionato dalle Sacre Scritture che cita in continuazione – sullo schermo appare ogni volta la didascalia relativa – e da abietti moralismi, quali il disgusto per il semplice fatto che le ragazze della scuola possano indossare il bikini per il corso di nuoto. È in costante conflitto con la progressista docente di biologia che tiene corsi di prevenzione sessuale e sostiene la naturalezza dell’orientamento omosessuale, al punto che spesso è necessario l’intervento della preside per placare gli animi.

The Disciple 2

L’unico ragazzo che lo asseconda è un invalido con una gamba più corta dell’altra – lo esorta persino a fargli un rito di preghiera affinché guarisca dalla malformazione – ma in realtà è innamorato di lui: quando cercherà di rendere esplicito il sentimento attraverso un bacio sulle labbra, le conseguenze saranno dirompenti. Attraverso uno stile solido fatto di lunghi e fluidi piani sequenza che della concitazione fanno il loro registro, si riflette su quanto l’omofobia in Russia sia in realtà avallata dall’intero sistema – in questo caso è la scuola stessa che tollera i comportamenti di Veniamin, ritorcendosi contro la docente di biologia, vero capro espiatorio – e di quanto sia responsabile nella diffusione del sentimento antigay proprio il sistema scolastico. Speriamo che qualche distributore avveduto porti Il Discepolo anche in Italia.

Rester vertical 2

Il regista francese Alain Guiraudie porta in concorso un film errante e insolito, Rester Vertical, meno bello e compatto del precedente Lo sconosciuto del lago ma in grado di intrigare. Tornano i temi da sempre cari a Guiraudie: la bellezza arcana della natura selvaggia, gli istinti pulsionali, le anomalie sociali. Li racconta attraverso un personaggio vagabondo e sfuggente, Léo (Damien Bonnard), in procinto di scrivere il suo prossimo lavoro cinematografico ma attanagliato da una crisi d’ispirazione. Si reca nel Lozère, un dipartimento boscoso nel sud della Francia, alla ricerca dei lupi che infestano la zona e vorrebbe coinvolgere un giovane nel suo film ma costui non ne vuole sapere. Conosce una pastorella, Marie (India Hair), da cui ha un figlio – si vede il momento del parto in primo piano, fa abbastanza impressione anche perché ex abrupto – ma lei cade in depressione e Léo è costretto ad occuparsi del bimbo. Guiraudie a un certo punto innesta elementi queer a dir il vero piuttosto incongrui (il rozzo padre di Marie vorrebbe portarselo a letto, in una scena choc si vede Léo che sodomizza un vegliardo in punto di morte e si giustifica davanti agli agenti di polizia parlando di ‘suicidio assistito’). Fa pure irruzione il fantasmagorico – in questo ricorda un suo lavoro precedente, Le roi de l’évasion, ma con meno ironia – nei panni di una sorta di donna sciamano che analizza Léo in una capanna. Sembrerebbe una metafora autoriale della ricerca di un’anarchica libertà anche narrativa per sfuggire ai lupi divora-ispirazione del conformismo e della prevedibilità ma, soprattutto nella seconda parte, il rischio del deragliamento è piuttosto tangibile. Resta indiscutibile la capacità di Guiraudie nel creare atmosfere perturbanti in cui il risveglio sessuale assume la valenza di una riappropriazione dei propri istinti svincolati dall’ingabbiamento sociale.

La Danseuse 2

Più tradizionale è la convincente opera prima La Danseuse di Stéphanie di Giusto sulla (vera) ballerina americana lesbica Loïe Fuller che ebbe successo a Parigi durante la Belle Époque soprattutto grazie a spettacoli scenografici in cui sventolava ampie stoffe con sofisticati giochi di luce. Senza la patina tipica di certi film in costume, si restituisce l’indomita indole dell’artista dalla salute cagionevole (bravissima la protagonista SoKo, ex fidanzata di Kristen Stewart) di cui si attenua l’omosessualità – viene approfondito il rapporto con un conte libertino che la desidera, interpretato da Gaspard Ulliel – ma non manca un bel bacio saffico con Isadora Duncan (Lily Rose Depp). Brividi lesbosoft anche nel patinato thriller coreano in concorso Mademoiselle di Park Chan-wook dove birichini giri di palline bijoux servono alla bisogna per soddisfare i palati sessuali di signore insoddisfatte: qui il piacere lesbico significa però soprattutto affrancamento dai restrittivi codici di padrone e servo per restituire autonomia e indipendenza a donne sottomesse con metodi sadiani.

Mademoiselle

Delude invece il blando e ripetitivo horror metropolitano The Transfiguration di Michael O’Shea che ha un attacco queer: in un bagno pubblico sembra svolgersi un approccio gay ma si tratta invece del vampiro di colore protagonista in azione sul collo della vittima di turno. Poteva essere un incursione originale nel genere, invece il vampirismo è solo un pretesto per l’ennesima variazione su un drop-out newyorchese con fratello criminale; in questo caso c’è in ballo l’amichetta adorata con cui farsi un bel banchetto ematico, oppure no.

I, Daniel Blake

Tra i miglior film in concorso si colloca l’asciutto ed etico I, Daniel Blake di Ken Loach (da sempre una garanzia: solo lui riesce ad affrontare con lucidità e senza retorica l’urgenza di importanti temi sociali), questa volta alle prese coi dilemmi burocratici del Welfare inglese in cui si trova un carpentiere cardiopatico che fa amicizia con una mamma single indigente. Due titoli reinventano con creatività l’idea di cinema comico e sono la strepitosa commedia tedesca Toni Erdmann di Maren Ade in cui un padre perseguita una figlia carrierista cercando di farle riscoprire la gioia di vivere (la scena del naked party improvvisato è la più spassosa vista finora) e il francese Ma Loute di Bruno Dumont, stralunata sarabanda d’inizio Novecento alla P’tit Quinquin sulle coste del Nord della Francia, in cui Juliette Binoche si sforza così tanto nel fare un’infinità di smorfie da sembrare quasi simpatica.

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