Non è un fenomeno poi così facile da spiegare, quello legato all’immagine, al talento e alla voce di Taylor Swift. E non è facile da comprendere, non è facile da spiegare, perché è stratificato e tentacolare. La musica ha un suo ruolo, certo, e allo stesso modo c’entrano i testi e i concerti. Ma non è tutto qui. C’entra la politica, c’entra l’economia, c’entrano dio e il diavolo, c’entrano le ragazze e c’entrano gli uomini, c’entrano il denaro, la filosofia e il femminismo.
Nel giro di qualche anno, venti quasi, Taylor Swift, a poco a poco eppure rapidissimamente, è diventata una leggenda vivente. Una popstar in grado di macinare traguardi e raggiungere primati mondiali, una Morrissey con l’eyeliner che mobilita le folle (letteralmente) e sposta gli equilibri economici delle città. È Barbie e Re Mida, la perfetta crasi tra Beyoncé e Dolly Parton, l’angelo del focolare e il diavolo tentatore, il simbolo della Grande America Repubblicana e l’idolo del progressismo democratico. È una ragazza con la chitarra e una scatenata hitmaker, una bambina sulla spiaggia e un’amante dal cuore rotto, è furba imprenditrice e una nostalgica innamorata. È un enigma di vetro, Taylor Swift. Sembra trasparente e, invece, se provi a prenderla ci sbatti la faccia contro.
Per questo abbiamo interrogato Riccardo Conte, autorə di Gay.it, che da qualche giorno è in libreria con Taylor Swift, una biografia non autorizzata, edita Sonzogno della più influente artista al mondo. Ecco la nostra chiacchierata.
Ciao Ric! Una, nessuna, centomila: chi è davvero Taylor Swift?
Tutte queste cose e nessuna. Tutte le cose che hai detto poco fa.
E come mai ha così tanto successo?
Proprio perché è così tante cose, tutte assieme. È riuscita a essere tante versioni diverse di sé, a incarnare tutte le fasi della crescita di una ragazza. Certo, una ragazza bianca, ricca, privilegiata, assolutamente conforme. Questo va detto. Eppure, ciononostante, riesce a parlare a tante persone diverse e anche a tante generazioni differenti: alla ragazzina di quindici anni alle prese con le prime cotte, alla ragazza di trent’anni che si rende conto di essere la propria peggior nemica, alla scrittrice che ama Emily Dickinson e, in pieno lockdown, inventa mondi e terre inesplorate.
Senza pagare il prezzo della trasversalità, però, mi sembra. Mi spiego meglio: Swift è una cosa e quell’altra, ha un’identità imprecisa. Come fa a non deludere mai?
Delude, è impossibile non farlo. Un pubblico così ampio è un pubblico pieno di contraddizioni. C’è chi la difende strenuamente, sempre, e chi, invece, intravede delle crepe. Io in primis.
Quali crepe vedi?
Mi piacerebbe prendesse una posizione più netta in merito a certi temi. Però forse è un discorso più ampio di così, sono moltə lə artistə che non si esprimono sul genocidio in Palestina, per esempio.
Credo ci sia altro, però, dietro al successo di Taylor Swift. Correggimi se sbaglio, ma non può essere solo la capacità di trasversalità ad averla resa una leggenda di questa portata.
Tipo?
Tipo la sua capacità di autonarrazione, che è assolutamente affine al gusto culturale contemporaneo. È riuscita a sublimare l’autofiction in musica più di altri. Però la persona intervistata sei tu: cos’ha Taylor Swift più dellə altrə?
Lei è riuscita a fare una grande mitologizzazione delle sue esperienze, sì. Lo ha sempre fatto, lo fa dal 2006. Credo che dalla sua abbia una capacità narrativa impeccabile. Taylor Swift sa raccontare storie, non solo la sua. Non si può ascoltarla senza ascoltare i suoi testi, si perde il 50% della sua musica.
Succede.
Succede: in molti arrivano e ti dicono non capisco perché Taylor Swift abbia così tanto successo.
Michele Serra, per esempio.
Per esempio, ma in tantissimi e tantissime. In moltə, tra l’altro, lo fanno con un certo snobismo, con una certa arroganza. Siamo soprattutto noi italianə, va detto.
Perché?
Perché – credo – non abbiamo una cultura del cantautorato femminile. Abbiamo il culto delle interpreti, delle brave cantanti. Anche le popstar che abbiamo oggi in Italia (finalmente) – vedi Elodie, vedi Annalisa, vedi Angelina Mango – non ci interessano per quello che dicono. Spesso scrivono loro le canzoni, ma questo passa sempre in secondo piano.
Un commento un po’ da boomer: forse negli anni Novanta le ascoltavamo di più le cantautrici? Penso a Elisa, a Cristina Donà, a Carmen Consoli.
Probabilmente sì. Oggi, come sai, ne abbiamo di cantautrici – Levante, Francesca Michielin, per esempio – eppure non hanno la stessa eco delle popstar.
Non è un filo misogino tutto ciò?
Certo, e vale anche per Swift.
Sì?
Sì, lei non ha mai assecondato il male gaze, ma anzi si è messa a servizio del female gaze, se davvero un female gaze esiste. Questo a molti dà fastidio. Lei rappresenta in pieno tutte le declinazioni del concetto di una certa girlhood. È uscito un pezzo sul New York Times che racconta alcune tappe dell’Eras Tour. La reporter narra di come i mariti, gli spettatori maschili, lamentino una certa assenza di sex appeal. L’epos di Swift e la sua estetica non sono fatte per i maschi. In questo vedo delle somiglianze con Greta Gerwig. Entrambe sono riuscite a capitalizzare sulla girlhood, e nello stesso periodo tra l’altro.
A quali ragazze parla, però, Taylor Swift?
A moltissime ragazze, non a tutte. Swift è riuscita a far sembrare universale un’esperienza della girlhood, che è tutto fuorché comune, che è assolutamente privilegiata, poco intersezionale. Ma ciò ha a che fare con un problema culturale, temo. La componente del privilegio non è da sottovalutare: pensiamo che la girlhood descritta da Swift sia universale, perché culturalmente siamo solitə ascoltare solo le esperienze delle ragazze bianche. È ovvio che una donna nera o BIPOC porterà altre istanze, fornirà un racconto differente. Anche se il discorso è spinoso: sono molte le donne non bianche ad ascoltare i suoi album.
Perché?
Perché racconta la vulnerabilità, una vulnerabilità che – in un modo o nell’altro – forse accomuna tutte. Swift non ha paura di mostrarsi né troppo arrabbiata, né troppo piagnucolona, né troppo femmina né troppo poco femmina, né troppo gelosa né troppo cringe. Taylor Swift è cringe, ma lo rivendica. Il male gaze vorrebbe le ragazze più contenute, più controllate. Lei, in questo, non si contiene.
Per questo è apprezzata anche dal mondo LGBTQIA+?
Sì, perché racconta in un certo senso una resistenza alla paura del giudizio. È così che molte persone queer finiscono per sentirsi capite da una ricca donna cis ed eterosessuale. Il brano But Daddy I Love Him parla proprio di questo: amare qualcunə, anche se tuttə pensano sia sbagliato.
È liberatorio, può essere liberatorio, per le persone queer ascoltare le canzoni di Taylor Swift?
Assolutamente sì, ne sono convintə. I suoi brani si prestano molto bene a essere interpretati secondo le diverse esperienze più singolari. Figurati, che in moltə – lə cosiddettə Gaylor – sono convintə vi sia un’evidente chiave di lettura queer nella musica di Swift.
Vale a dire?
È un discorso un po’ controverso, però sono parecchie le persone convinte di questa lettura. Forse perché in diversi brani, Swift si mette nei panni del ragazzo e parla ad altre ragazze.
Com’è il sesso nelle canzoni di Swift? C’è?
C’è, eccome, soprattutto da Reputation in poi. Lo poeticizza molto, non è mai esplicita, ma c’è, ne parla.
Niente a che vedere con altre popstar, vedi Britney Spears, che prima di lei, anni fa, è stata definita la fidanzata d’America.
Taylor Swift è sempre rassicurante, forse anche troppo. Può essere una critica da muoverle questa. Non disturba mai. Non ha avuto lo stesso impatto di colleghe come Madonna.
Un po’ democristiana, la nostra Taylor?
Dài, non proprio. Non è democristiana, ma non è manco Courtney Love.
Ti provoco: peccato.
Certo, se si vuole solo arte esplicitamente schierata, a suo modo militante, allora Swift non è la musicista che si sta cercando. Non fa musica d’avanguardia. Dipende tutto dalla sensibilità di chi ascolta.
Parlando di donne e di politica: qual è il rapporto di Taylor Swift con il suo genere e con il femminismo?
La sua consapevolezza di genere è cresciuta negli anni. Ti faccio un esempio: nel 2013 esce il brano Better than Revenge in cui Swift si rivolge alla nuova fidanzata di un suo ex, scrivendo: She’s better known for the things that she does on the mattress (È più nota per le cose che fa sul materasso).
Ok, vagamente sessista.
Esatto, lo sa anche lei, e infatti ha cambiato il testo che oggi recita così: He was a moth to the flame, she was holding the matches. (Lui era una falena attratta dalle fiamme. Lei aveva i fiammiferi.) Completamente diverso.
È femminista, Taylor Swift?
Non saprei, ma la cosa più femminista che fa è riflettere sulla condizione delle artiste nell’industria musicale. Fa spesso riferimento all’ageismo nel mondo dello spettacolo, al pericolo di una continua rottamazione. Nei suoi brani torna spesso questa sorta di profezia di rimpiazzamento: lei sa che verrà presto sostituita. Forse accadrà davvero, non ora, ma forse accadrà. Denuncia, poi, anche il tentativo costante di fare paragoni tra artiste, di creare rivalità, zizzania. Un atteggiamento che depotenzia le identità delle singole artiste. Poi se posso aggiungo una cosa.
Prego.
Taylor Swift malsopporta – e lo dichiara – le aspettative di una parte di società che ti vuole sposata e con dei figli oppure ti fa slut shaming se esci con troppi ragazzi.
Qual è, invece, il rapporto di Taylor Swift con il genere maschile? Da quello che emerge dalle canzoni, ovviamente.
Al maschio lei tendenzialmente fa il culo. Che sia il produttore che non vuole cederle i diritti o il tizio che le fa ghosting. I maschi le hanno sempre dato filo da torcere, lei ha sempre dovuto tener testa ai signori incravattati che hanno provato a dirle cosa fare.
Faccio un passo indietro, molto indietro: Taylor Swift ha successo sin dai suoi esordi, ma quando è successo che è diventata un fenomeno di questa portata?
Sul piano internazionale, credo il cambiamento sia avvenuto tra il 2014 e il 2015 con la pubblicazione di 1989, il primo album dichiaratemente pop. In quel momento lei smette di essere la reginetta del country e diventa una popstar.
È la virata pop dunque a contribuire al suo boom?
Certo, e non dimentichiamoci che lei è anche una bravissima business woman. Lei sapeva che in quel momento virare verso il pop le sarebbe stato utile e lo ha fatto. Quell’album ha poi un grande pregio, secondo me: è senza tempo. Lo ascolti oggi e non sembra essere uscito dieci anni fa. Per questo, viene definito un classico.
In Italia l’exploit è arrivato più tardi però.
Credo sia merito di TikTok, anche. Alcune canzoni da Midnights sono esplose su TikTok e così ha preso piede anche tutto il suo universo, la sua estetica, la retorica delle varie ere che ben si presta ai trend social. Penso poi abbiano influito anche i numeri: Swift macinava così tanti record all’estero che è stato impossibile continuare a ignorarla qui.
Parliamo un attimo di te, che a Taylor Swift hai dedicato un libro: quando hai capito che l’incontro con lei sarebbe stato fatale?
Frequentavo il primo anno di scuola superiore, ancora si scaricava musica illegalmente e sul MP3 mi ero scaricato Love Story. Ero in fissa con il brano, senza particolari motivi. Mi piaceva. Notavo, però, che c’era una struttura che prestava più attenzione allo storytelling. Capivo che lei mi stava raccontando qualcosa. Ho iniziato ad appassionarmi, a poco a poco. Quando poi uscì Speak Now, il terzo album, me lo feci comprare da mia zia che stava negli Stati Uniti, perché qui ancora non era disponibile. Con il tempo, ho iniziato a riflettere sul fenomeno Taylor Swift e sui suoi testi. A me interessano le storie, le narrazioni. E lei racconta storie, me le racconta bene. Chiunque è appassionato di storie e di parole, non può non entusiasmarsi. Stimola molto l’immaginazione, lei. Non è tutta autofiction quella che fa, tra l’altro.
Anzi, mi sembra negli anni sia diventata più straniante, più vicina alla figura di una cantastorie che a quella di una cantautrice del sé.
Certo, è molto più criptica ora. Ricorre più spesso a riferimenti letterari, anche.
Tipo?
Intanto io credo lei sia cresciuta a pane e commedie romantiche.
Tipo Nora Ephron, dici.
Esatto. In un discorso pubblico ha anche citato Ephron.
Scusa ti ho interrotto. Dicevamo, riferimenti letterari.
Sì, lei cita Fitzgerald, Emily Dickinson, un certo tipo di estetica un po’ poetico-rurale. Spesso cita Peter Pan e i lost boys. Poi ricorre all’immaginario mitologico, cita le profetesse, Cassandra per esempio. Credo sia anche un po’ uno scudo per nascondersi, sai?
Dici?
Sì, credo voglia proteggersi dal continuo scrutinio sulla sua vita privata.
Però anche questo contribuisce al suo successo, no?
È una cosa che detesto, ma sì è così. La gente trascorre ore intere a leggere i testi nell’ottica di decifrarne i collegamenti con la sua vita privata. Credo che – volente o nolente – contribuisca anche questo all’appeal generale.
Alla base di questo cambiamento di passo nella sua scrittura non c’è anche un po’ il desiderio di dimostrare di essere maturata, di non raccontare solo di sé?
Certo, ma penso sia una delle grandi contraddizioni di Taylor Swift: fa come le pare pur rimanendo una una grande people pleaser. E questo lei lo dichiara nei suoi testi. Un esempio: quando la criticano di essere troppo pop o troppo lieve, lei tira fuori l’album che include il feat. con i The National e quello con Bon Iver, che sono i paladini di un certo tipo di musica indie, anche molto impegnata. Quando la criticano perché è troppo country, allora lei reagisce sfornando un album pop.
Vuole proprio piacere a tutti.
Sì, torniamo al discorso iniziale, lei non vuole deludere, vuole rassicurare tutti. Forse è anche generazionale, questa tendenza al people pleasing. Lei è l’epitome della popstar millennial. La Gen Z se ne sbatte di più di piacere a tutti. Prendi Billie Eilish.
Cos’è l’amore per Taylor Swift?
È poesia, lo ha detto. È finzione. Lei romanticizza i sentimenti. È puro romance. Per spiegarsi le cose, per spiegarsi l’amore e le relazioni, lei se lo deve raccontare, lo deve sublimare attraverso la finzione.
Lo facciamo tutti, no?
Cosa?
Ci raccontiamo le cose per viverle davvero.
Sono pienamente d’accordo. Abbiamo bisogno di raccontare storie per dare un senso a quello che ci succede.
Apri Pinterest, componi una moodboard e la intitoli a Swift, che foto scegli accanto alle sue?
Innanzitutto, foto di gattini. Foto belle di gattini, gattini che sembrano dipinti. Una foto di Emily Dickinson, uno skyline di Manhattan, una penna con calamaio e una macchina da scrivere. Infine, le sciarpe, le foglie, tutte le cose dell’autunno. Infine, una Christian Autumn Girl.






