Rosa Balistreri è stata una delle voci più intense e originali della musica italiana del Novecento. Cantautrice siciliana, nata a Licata nel 1927, ha raccontato la vita delle donne del Sud con parole crude, dirette e senza filtri. Con il suo stile inconfondibile, ha portato in scena storie di povertà, violenza domestica, ingiustizie sociali e resistenza quotidiana, in un’epoca in cui le donne erano ancora schiacciate dal patriarcato e dal silenzio. La sua storia torna a rivivere al cinema grazie al film di Paolo Licata, “L’amore che ho”. Perché è importante, oggi, (ri)scoprire la vita e le lotte di Rosa Balistreri? Perché ha incarnato la ribellione dei corpi, delle identità, delle storie negate. E perché le sue battaglie sono giunte fino a noi, più forti che mai.

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Rosa Balistreri, voce ribelle della Sicilia che ha cantato le donne, l’emarginazione e la libertà
Rosa Balistreri è stata una voce potente e scomoda. Cantautrice, interprete viscerale e anima ribelle della Sicilia più profonda, capace di trasformare la sofferenza personale in arte, diventando una figura iconica e ancora attuale, che merita un posto speciale nella memoria storica queer e femminista.
Nata a Licata (Agrigento) nel 1927, in una Sicilia ancora profondamente patriarcale e rurale, Rosa proveniva da una famiglia poverissima e visse un’infanzia segnata da violenza domestica, lavoro precoce e privazioni. Non andò mai a scuola: imparò a leggere e scrivere solo da adulta (lei stessa, rivelò, a 32 anni). L’infanzia di Rosa fu una lotta continua per sopravvivere in un contesto segnato dalla miseria e dall’oppressione maschile. In quel periodo iniziò anche a cantare: le canzoni popolari siciliane divennero per lei un modo per esprimere sentimenti che non poteva dire ad alta voce.
A 16 anni andò in sposa – fu un matrimonio combinato – ad un uomo, ma anche questa esperienza fu drammatica. Il marito si rivelò violento e possessivo, e il matrimonio divenne presto un incubo. Subì un aborto a causa delle percosse dell’uomo. Dopo essere diventata madre, Rosa tentò di ucciderlo per difendersi dalle continue violenze, costituendosi prontamente e subendo una condanna a sei mesi di carcere.
Successivamente fu accusata di furto dalla famiglia palermitana presso la quale prestava servizio come domestica, rimase incinta del figlio dei padroni e subì un nuovo aborto ed altri sette mesi di carcere per quell’accusa. Le violenze continuarono anche quando divenne sagrestana nella Chiesa degli Agonizzanti a Palermo: fu il prete a molestarla. Poi il trasferimento a Firenze, dove fu raggiunta dalla madre e dalla sorella Maria – dopo una lite con il marito. Quest’ultimo, raggiunta la Toscana nel tentativo di convincerla a fare ritorno a casa, la uccise. Il padre, sconvolto, si tolse la vita a sua volta.
Solo negli anni Sessanta, in seguito all’incontro con il poeta Ignazio Buttitta e Dario Fo, iniziò a farsi notare nella scena musicale italiana. La sua voce roca, profonda, carica di dolore e rabbia, divenne il simbolo delle lotte di chi non ha voce: donne, contadini, poveri, emarginati. Le sue canzoni raccontano storie vere di femminicidio, abusi, carcere, emigrazione e disperazione, rompendo il silenzio su temi ancora oggi centrali nel dibattito sociale. Seguirono gli anni del successo e dei riconoscimenti, delle frequentazioni importanti con personaggi del calibro di Leonardo Sciascia, Renato Guttuso, Franca Rame e Andrea Camilleri.
Quest’ultimo, nel 1990, la volle per lo spettacolo teatrale “I mafiusi de la Vicaria di Palermu”. Al termine di una delle rappresentazioni al Teatro Stabile di Reggio Calabria, Balistreri fu colpita da un ictus e trasportata a Palermo, dove morì il 20 settembre, a 63 anni.

La lotta per le donne
La figura di Rosa Balistreri è profondamente femminista, pur non appartenendo a nessun movimento ufficiale. Le sue canzoni danno voce a una Sicilia “al femminile”, raccontata da dentro: non da una studiosa o da un’intellettuale, ma da una donna che ha vissuto in prima persona le ingiustizie del genere.
In “Cu ti lu dissi” e “Terra ca nun senti”, canta il dolore e la ribellione delle donne schiacciate da mariti violenti, dalla miseria e dall’omertà. In “Amuri senza amuri” racconta la finzione del matrimonio imposto e la ricerca di un amore autentico. Rosa cantava con rabbia e senza mediazioni, con un linguaggio diretto, crudo e potente. Era una voce queer prima ancora che il termine fosse diffuso: cantava fuori dagli schemi, fuori dai ruoli imposti, fuori dalle convenzioni borghesi. Era una donna libera, che parlava di libertà con un linguaggio radicale e poetico insieme.
Le critiche al potere
Rosa Balistreri è stata anche una figura antifascista e antisistema. Nei suoi testi c’è una forte critica al potere, alla religione patriarcale, alla mafia e alla politica corrotta. Questa visione del mondo l’ha resa una figura marginale per anni, ignorata dal mainstream, ma amatissima nei circuiti culturali alternativi.
Oggi è riconosciuta come una delle voci più autentiche della canzone italiana di protesta, riscoperta da giovani artisti, attivisti LGBTQIA+ e femministe. La sua opera, autentica e senza compromessi, continua a parlare a chi combatte per la visibilità, per il diritto all’amore, per l’identità e contro ogni forma di oppressione.
Nell’epoca dei social e del pop commerciale, Rosa Balistreri rappresenta l’opposto: la verità scomoda, la rabbia non filtrata, la poesia che nasce dal fango. È un modello di empowerment femminile e artistico che parla ancora oggi a chi cerca una via alternativa per esprimere il proprio dissenso.
Donna e madre, cantautrice, simbolo. Era una voce che faceva tremare le fondamenta della Sicilia patriarcale. Le sue canzoni sono archivi di memoria, denuncia e resistenza.
La sua storia nel film “L’amore che ho”

Dallo scorso 8 maggio, al cinema è arrivato “L’amore che ho”, il film – presentato al 42° Torino Film Festival – e diretto da Paolo Licata, liberamente tratto dal romanzo “L’amuri ca v’haiu” del nipote di Rosa Balistreri, Luca Torregrossa. Lucia Sardo, Donatella Finocchiaro, Anita Pomario e Martina Ziami interpretano Rosa Balistreri nelle diverse fasi della sua vita, realizzando a una rappresentazione intensa e sfaccettata della cantante siciliana. Carmen Consoli, che ha sempre considerato Rosa una fonte di ispirazione e una guida, appare nel film nel ruolo di Alice e firma le musiche originali dell’opera. Il volto di Emanuele, il padre di Rosa, è interpretato da Vincenzo Ferrera.
Più che un biopic, la pellicola rappresenta un vero e proprio viaggio emotivo in cui la narrazione non lineare mescola ricordi, canzoni e lotte, offrendo un affresco della Sicilia rurale degli anni ’30, della Firenze turbolenta degli anni ’60 e ’70, e degli ultimi, profondi anni ’90.
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Carmen Consoli: “Cosa insegna Rosa Balistreri”

Fin da piccola, Carmen Consoli è stata folgorata dalla figura di Rosa Balistreri, in particolare dal suo modo unico di fare comizi con la chitarra in mano. Un’ispirazione che ha mantenuto viva nel corso degli anni, tanto da portarla in tour mondiale con il suo spettacolo Terra ca nun senti.
Fin da bambina, Consoli è stata indignata dall’ingiustizia sociale e dalla disuguaglianza, come quando osservava “il padrone che mangia la carne mentre gli altri muoiono di fame”. Con il suo lavoro, ha sempre portato avanti la voce dei più deboli, degli ultimi e degli emarginati, e oggi, attraverso Rosa, ci ricorda che “Rosa Balistreri non fa parte del ciclo dei vinti. Perché Rosa, a un certo punto, vince”.
Nel film, Carmen Consoli racconta la storia di Rosa intrecciando brani tradizionali e nuovi pezzi, cucendo addosso alle attrici diverse sfumature della sua vita: dalla dolcezza delle ninna nanne cantate da giovane alla figlia, alla passione e rabbia della sua musica adulta, fino alla resa più dolce della vecchiaia. Ogni attrice interpreta i brani con la propria voce, perché, come afferma Carmen, “tutte devono cantare Rosa”. La stessa Consoli appare anche in un piccolo ruolo: quello di un’artista di strada che, per caso, si ritrova a cantare con la vecchia Rosa la bellissima A Curuna.
Carmen, parlando di Rosa, ai microfoni di Today la definisce “una donna che non si lascia sottomettere, che crede in sé stessa fino alla fine, malgrado la legge non sia favorevole alle donne vittime di violenza, Rosa rischia il carcere. E va in carcere”.
La Cantantessa conclude: “Rosa insegna il rispetto verso sé stessi ma non un amore gratuito, un amore che lei si guadagna lavorando, migliorandosi. Quell’amore noi oggi lo chiamiamo autostima e si alimenta con la cultura, lo studio, la coscienza di sé. Lei insegna tutto questo”.
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