Il 13 febbraio 2024 Chiara Tagliaferri è diventata madre di Lula, una figlia nata dall’alleanza di tre corpi, da un desiderio rimasto a lungo sopito e poi schiuso, invece, dal tempo e dal caso: come le uova di drago di Daenaerys Targaryen sulla pira di Khal Drogo, come una supernova. Non aveva mai pensato al futuro nella sua vita, prima di desiderare Lula, prima di ritrovarsi adulta e sposata. «Sei innamorato, tu?», mi chiede quando ci vediamo negli schermi, un sabato mattina, in questa estate distopica. «È Nicola (Lagioia, suo marito, scrittore, ndr) che mi ha insegnato a coniugarmi al futuro – aggiunge. Prima di lui c’era solo l’Apocalisse». Mentre si dimentica un attimo del finimondo, ecco il pensiero di Lula, la stella che cade, il mare aperto, la vita a ogni costo. Ma Chiara è infertile, la menopausa ha battuto sul tempo il desiderio e le aspettative. Per avere un figlio – «una figlia, ho sempre saputo che sarebbe stata una figlia» – Chiara Tagliaferri e Nicola Lagioia hanno dovuto considerare traiettorie altre e radunare tutto intorno un esercito di persone. Lo aveva scritto Rita Mae Brown, negli anni Settanta: an army of lovers cannot fail.

Lula è nata da un’alleanza che trascende il sangue, negli Stati Uniti, otto mesi prima che in Italia la Gestazione Per Altri (GPA) diventasse reato universale. Nel suo ultimo libro, Arkansas (Mondadori), Chiara Tagliaferri ricostruisce il percorso che l’ha resa madre. L’abbiamo intervistata.

«Ecco la storia di mia figlia, nata da un’alleanza di corpi»: intervista a Chiara Tagliaferri, autrice di «Arkansas» - Matteo B Bianchi119 - Gay.it
Chiara Tagliaferri, autrice di Arkansas (Mondadori), in un ritratto di Claudio Sforza

Chiara, la maternità con tutte le sue trasformazioni, soprattutto fisiche e fisiologiche, è già di per sé potenzialmente narrativa. Ce lo stanno dimostrando storie come Die, My Love e Nightbitch. Nella storia di tua figlia, però, il tuo materno è disincarnato, extra-corporeo, post-biologico. Dove risiede il potenziale narrativo in questa storia?

Il materno contiene sempre, a prescindere da tutto, degli infiniti dentro di sé. Io non ho generato nulla con il mio corpo, non ho trascorso mesi a vederlo cambiare, non ho partorito, eppure la gestazione di Lula – per molti profondamente innaturale, “mostruosa” – è stata lunghissima. È durata quasi nove anni: due per le fecondazioni eterologhe, poi fallite, sette per arrivare alla GPA. 108 mesi contro i 9 di una gravidanza naturale, più di 3.000 giorni in cui il mio pensiero ha esplorato possibilità, speranze e desiderio, attraversando anche la paura certo. Ci siamo trovati nel mezzo della pandemia di Covid, sembrava una follia immaginare la vita quando tutto sapeva di morte. Ma Lula ci aspettava, eravamo noi a dover trovare un modo per arrivare a lei.

Da femminista, come hai conciliato un desiderio così ingombrante di maternità con la consapevolezza che questa è stata a lungo un’istituzione di potere utilizzata per soggiogare i corpi delle donne?

Risuonavano nella mia testa le parole di donne che mi avevano messo in guardia dalle trappole che sempre imprigionano le madri in un destino di accudimento e manutenzione, rinunciando a se stesse. Carla Accardi, Carla Lonzi e Elvira Banotti hanno raccontato con precisione lo squilibrio di gestione e cura, sbilanciato tutto sulle donne, scrivendo nel loro Manifesto di Rivolta Femminile: «Denunciamo lo snaturamento di una maternità pagata al prezzo dell’esclusione. Non vogliamo pensare alla maternità tutta la vita e continuare a essere inconsci strumenti del potere patriarcale». Nonostante il desiderio, avevo paura di trovarmi travolta. Ma sono diventata madre tardi, a 49 anni, con una consapevolezza e una determinazione che non avrei avuto a vent’anni. Al mio fianco ho un marito che ha desiderato quanto me questa bambina, e che è un alleato. Entrambi scriviamo, entrambi proteggiamo il tempo dell’altro, ci aiutiamo. Questo fa tutta la differenza del mondo.

Di cosa avevi paura esattamente?

Mia madre ha cresciuto me e mia sorella ripetendoci di non sposarci, di non fare figli, perché avrebbe voluto per noi una vita diversa dalla sua, più libera. È cresciuta con una madre crudele, in una famiglia biologica dove c’era quasi timore a intercettare le traiettorie dell’altro. Per affrancarsi ha fatto quello che facevano le ragazze all’epoca, si è sposata. Ha avuto fortuna, ha trovato un uomo buono, mio padre, poi siamo nate mia sorella e io. Mia madre era un’insegnante: lavorava a scuola, poi tornava a casa e lavorava ancora per noi. Lavorava sempre. A lungo le donne sono state soggiogate dall’istituzione della maternità, come hai detto tu, persino le regine, persino le principesse. Ce lo dimostra il mondo di George R. R. Martin: ogni donna nasce per servire, per fare figli, maschi possibilmente. Lo raccontano Sylvia Plath, per esempio, o Louisa May Alcott. Hai presente Piccole donne?

Arkansas. Storia di mia figlia - Chiara Tagliaferri - copertina

Sì, certo, indimenticabile Jo March.

Alcott le fa dire: «Vorrei che avessimo dei ferri da stiro sopra le nostre teste, così non cresceremmo mai». Alcott non voleva crescere perché sapeva che sarebbe dovuta diventare donna, che tutti si sarebbero aspettati da lei che diventasse madre. Proprio lei, che a 8 anni scrisse di voler diventare ricca con la sua scrittura. Lei, che poi, infatti, madre non è diventata. È stata genitrice delle sue sorelle, dei suoi fratelli e anche dei suoi genitori, prendendosi cura di tutti, anche economicamente, ma non ha mai avuto figli. Dietro quelle parole, c’ero io. Dietro Sylvia Plath, ancora io.

Perché Sylvia Plath?
Nei suoi diari ha scritto cose incredibili, che risuonano in tutte noi. A un certo punto annota: «Cavolo, mi sono detta, troverai conforto nella vita domestica e soffocherai cadendo a testa in giù nella terrina con la testa nei biscotti». E anche: «Non voglio un figlio che si sostituisca ai miei bisogni, non voglio un figlio che mi impedisca di scrivere». Ho avuto le stesse paure di Sylvia Plath, così per anni ho nascosto il mio desiderio anche a me stessa. Ma, quando l’ho guardato in faccia, poi è esploso. È diventato un’ossessione. Ho cercato un figlio persino nei cassonetti.

Scusa?

Avevo sentito al TG che una donna aveva trovato un bambino neonato, abbandonato nell’immondizia. Volevo essere quella donna.

Nasce dalla paura Arkansas?

Nasce perché avevo bisogno di generare mia figlia attraverso le mie parole. Il libro precede la sua nascita; quando siamo arrivati in Arkansas, ho iniziato a scrivere ogni cosa. Volevo che Lula avesse un diario in cui era contenuta tutta la vita che c’è stata prima del suo arrivo. Volevo che sapesse che tempo faceva, com’era la casa che avevamo affittato e quali animali avevamo incontrato: pavoni, procioni, scoiattoli, falchi. Volevo che conoscesse l’America in cui è nata.

Che America hai trovato?

Un’America arrabbiata, dura di cuore. Piena di boschi, eppure poco fertile. Il sogno americano si è accartocciato, è imploso, e la gente è delusa, armata fino ai denti. Nei supermercati, cercavo il latte per Lula e vicino al caffè ho trovato i fucili. Siamo stati in Arkansas poco prima della seconda vittoria di Trump, ma era già chiaro che avrebbe trionfato: mi è arrivata addosso una violenza silente, la ferocia delle persone a cui è stato strappato un sogno. Volevo scrivere anche questo, voglio riempire Lula di parole come non è, invece, stato fatto con me.

Che famiglia era la tua?

Una famiglia che aveva poca dimestichezza con le parole. Non era una mancanza d’amore, questo l’ho capito da grande, ma un timore a lasciar passare troppo l’affetto, perché chi non è stato abituato a riceverlo fatica a gestirlo. Niente della mia infanzia è stato annotato: non si sa a che ora io sia nata perché l’orologio era rotto, non si sa – nessuno lo ricorda – chi ci è venuto a trovare in quel momento. Era una famiglia dignitosissima, la mia, ma povera. Non c’era tempo per le smancerie, ognuno doveva fare il proprio dovere, bisognava lavorare sodo, sempre.

«Sono il patriarcato che combatto», scrivi più volte nel libro. Lo pensavi davvero o avevi solo paura che ti venisse mossa questa accusa?

Chiunque decida di ricorrere alla GPA ha accesso a un database con i dati delle donatrici: serve a conoscerle meglio, a comprenderne la loro storia, il quadro clinico. Si possono anche, così, conoscere dettagli molto meno importanti: tipo il colore degli occhi e dei capelli, l’altezza, la conformazione fisica. Tutto. Io, per un attimo, ho cercato in quel database le donne più belle. Volevo una figlia di porcellana, una bambina delle fiabe. È stato un attimo, un pensiero che mi ha appena sfiorato, ma l’ho pensato ed è su questo che mi sono interrogata. Non potevo non farlo, da femminista. Sarei stata disonesta. Volevo essere sincera, anche indigesta. Dobbiamo dire le cose che non ci diciamo mai.

Che rapporto hai con questa contraddizione?

Sono vittima del patriarcato, anche se lo combatto. Ho cinquantadue anni, sono stata adolescente negli anni in cui le ragazze venivano scelte per il loro aspetto, in cui le donne riponevano molte delle loro aspettative nel mito della bellezza. Le eroine di cui leggevo morivano tutte perché desideravano troppo: Anna Karenina non fa la fine che fa per una scopata con Vronskij, ma perché si innamora di lui, perché abiura il suo ruolo di madre e di moglie. E la società russa la rigetta. Emma Bovary si ammazza piena di debiti dopo aver inseguito il desiderio del lusso, il piacere dei giovani amanti, disprezzando la sua vita e il marito che ritiene mediocre. Tutto questo ha forgiato il mio immaginario .

A proposito di femminismo, filosofe come Luisa Muraro, sulla GPA, hanno scritto cose come: «I genitori, diciamo gli aspiranti genitori, prendono materiale biologico di qua e di là e lo mettono insieme con la procreazione assistita, lo immettono nel corpo femminile prescelto, e viene così confezionato un essere umano».

I femminismi hanno posizioni divergenti nei confronti della GPA. Per il femminismo della differenza, la parola madre è legata alla procreazione biologica. Altri femminismi la collegano al desiderio e non al patrimonio genetico. Mi sono sempre chiesta come sia possibile che alcune femministe rivendichino la libertà totale del corpo delle donne, ma non credano che quando una donna decide di diventare gestante, quella possa essere una scelta spontanea. Daisy, la nostra gestante, negli Stati Uniti, non lo fa perché ha necessità economiche.

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Parlaci di Daisy.

Daisy è femminista e cattolica, proprio come Michela Murgia. Ha un lavoro, una casa di proprietà, una figlia, una comunità che la sostiene. Le gestanti, negli Stati Uniti, non sono donne reiette: probabilmente guadagnerebbero più soldi facendo un secondo lavoro, certamente meno pericoloso. Ma decidono con grande consapevolezza e lucidità di voler offrire la loro capacità generativa a chi non l’ha. Nicola e io abbiamo firmato moltissimi contratti che sancivano, tra le altre cose, il suo diritto ad abortire in qualsiasi momento e circostanza. Suo il corpo sue le decisioni: questo è sempre stato imprescindibile per noi.

La mancanza di tutele nei confronti della gestante è un tema-vessillo per chi si oppone alla GPA.

Ci sono contesti in cui i diritti delle gestanti sono garantiti; ma la malainformazione si è fatta cultura dominante, soprattutto con il governo Meloni. Viviamo in un momento politico-sociale in cui viene avallata una sola formula familiare, che taglia fuori tutte le opportunità della genitorialità. Se la legge sceglie chi è genitore e chi non può esserlo, significa che i governi stanno lavorando per privilegiare alcuni corpi su altri, per marginalizzare le soggettività non procreative. Il mio corpo era un corpo marginale perché non era in grado di generare né di ospitare nulla. Sono una donna infertile, come centinaia di migliaia di altre donne nel nostro paese. Sono arrivata all’idea della gravidanza tardi: mi hanno giudicato egoista per questo e, allo stesso modo, mi hanno accusato di pensare solo a me stessa quando, ormai adulta, ho espresso il mio desiderio di diventare madre.

Sono moltə quellə che sovrappongono maternità e gravidanza.
Abbiamo imparato a medicalizzare i nostri corpi in tutti i modi: abbiamo tentato di sconfiggere la morte, di procrastinarla, di sembrare più giovani. Abbiamo sovvertito la natura, lo vediamo ogni giorno, stiamo assistendo alle conseguenze di questa nostra hybris. Quando però una coppia – etero o gay – tenta di avere dei figli in modi diversi da quelli naturali ecco che viene mostrificata, che viene resa spaventosa. È interessante che si invochi la “natura” solo quando si parla di riproduzione.

È peggiorata la situazione, secondo te, negli ultimi anni?
Sì, ho amici che hanno fatto ricorso alla GPA molti anni fa, venti direi, più o meno. Mi raccontano che quando sono tornati in Italia, con i loro figli, all’aeroporto li aspettava una festa: la comunità era felice per loro. La paura di calpestare l’unico modello possibile di genitorialità ancora non c’era, perché non c’era il fascismo al governo. E il fascismo, si sa, vuole controllare i corpi, quelli delle donne, soprattutto. Posso leggerti questa frase di Primo Levi che ho salvato?

Vai.
È un estratto da un pezzo che scrisse per il Corriere nel 1974: «Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine».

È il mondo in cui ci stiamo muovendo.

Un mondo che colpisce i diritti civili e dunque punisce i desideri.

I desideri sono diritti?
No, non lo sono, ma senza i desideri non combatteremmo. Combattiamo perché desideriamo un mondo migliore. Il femminismo è nato come un movimento pacifico di desiderio, un movimento ingegnoso che ha conquistato diritti che oggi sono in bilico. Alle sei della sera, ogni sera, a Sanremo, suona una campana per i figli mai nati. Ero a Terni, poco tempo fa, e mi hanno raccontato che lì è impossibile abortire, tutti i medici sono obiettori di coscienza.

«Ecco la storia di mia figlia, nata da un’alleanza di corpi»: intervista a Chiara Tagliaferri, autrice di «Arkansas» - Matteo B Bianchi120 - Gay.it

Il bersaglio del risentimento anti-GPA sono soprattutto le coppie omogenitoriali.
Sì, anche perché sono quelle che più si espongono. 9 coppie su 10 tra quelle che ricorrono alla GPA sono eterosessuali, ma non parlano per paura, per vergona, per proteggere i loro figli dallo stigma sociale. Non le giudico. Ci vuole molto coraggio, soprattutto adesso che è reato universale.

Facciamo un attimo chiarezza: cosa vuol dire che la GPA è reato universale in Italia? Cosa si rischia?
Si rischiano dai tre mesi ai due anni di carcere e una sanzione che va dai 600.000 al milione di euro se viene dimostrato che il percorso è cominciato dopo il 16 ottobre 2024, giorno in cui è stata approvata al Senato la legge Varchi che ha paragonato al GPA al genocidio, al crimine di guerra, alla pedofilia e al traffico di umani.

Arkansas è una casa infestata: dentro ci sono i fantasmi di Laura Palmer e di Michela Murgia, di David Lynch, di tuo padre, della gatta Lunedì, di Elvis, del fratello che non hai mai conosciuto. Perché disturbare i fantasmi per raccontare la vita?

Ho Heathcliff tatuato sul collo, Emily Brontë mi ha insegnato che il confine tra il regno dei morti e il regno dei vivi è sottilissimo. I morti sanno varcare questa soglia, venendoci in soccorso. I morti dentro ai vivi, i vivi dentro ai morti. Solo in questa commistione possiamo andare avanti. Senza di loro non mi sarei lanciata in questa vita. Senza mio padre non avrei avuto Lula: la sua piccola eredità mi ha permesso di contribuire alle spese necessarie per intraprendere il percorso costoso della GPA in piena trasparenza normativa. Io, che porto nella mia carne il sangue di mio padre, sono madre senza sangue per Lula, ma saprò attraversare ogni soglia per starle vicino.

Hai avuto paura della morte quando hai deciso di intraprendere il percorso che ti ha portata ad avere Lula?

Arrivati in Arkansas, un giorno io e Nicola ci siamo trovati in mezzo a una tempesta. Eravamo in macchina, non si vedeva nulla, solo acqua da ogni parte e carcasse di automobili a bordo strada. Lì, sì, ho avuto paura, perché mi è parsa possibile la morte. Stavamo tornando da Graceland e ho pensato “Se adesso moriamo? E se invece muore nostra figlia? Se sopravviviamo all’alluvione, ma accade qualcosa a Lula, io faccio come Lisa Marie, la figlia di Elvis. Ci ho messo sette anni, non me la faccio portare via nemmeno dalla morte

Cosa ha fatto Lisa Marie?

Ha conservato il cadavere del figlio Ben, suicida, nel ghiaccio secco per due mesi. Non voleva separarsi da lui. È una pratica possibile negli Stati Uniti. Arkansas si apre con questa storia, tra l’altro.

Perché hai visitato Graceland, la casa di Elvis?

Perché Elvis era il mito di mia madre, era un modo per ritrovarmi vicina a lei anche dall’altra parte dell’oceano. Ma mi sono ritrovata tra i fantasmi: c’è principalmente la voce di Elvis che esce ovunque, dagli altoparlanti, c’è il meditation garden, con le tombe della famiglia disposte a raggiera. Pensavo di trovare tracce di Priscilla ovunque, invece tutto a Graceland racconta dell’amore di Elvis non per la moglie, ma per Gladys Love, sua madre. Arkansas è pieno di madri!

Il tuo desiderio, il seme di tuo marito, gli ovuli di una donatrice, il grembo di una gestante, poi assicuratori, avvocate, consulenti: Lula è nata da un’alleanza che trascende il sangue. Quale rete la circonda oggi?

La stessa direi, di vivi e di morti. Daisy, la gestante, è diventata un’amica vera. Condivido con lei la crescita di Lula e lei condivide con noi quella di sua figlia. Speriamo di ritrovarci molto presto. Poi ci sono Clara, che lavora in una surrogacy agency, e Luca, il nostro assicuratore: senza di loro saremmo stati persi. Clara è una zia per Lula. Luca è una delle persone a me più care ed è sempre molto vicino alla mia famiglia, sebbene viva all’estero. Ci sentiamo ogni giorno, mi manda i video dei concerti a cui va, da Madonna a Rosalia, e io lo invidio un sacco! Intorno a noi c’è stata e c’è una roccaforte di persone, tutte legate dall’amore. Vorrei lo potessero comprendere le persone che associano la GPA alla barbarie.

Michela Murgia ha detto che se avesse potuto avrebbe gestato lei per voi.

Senza Michela non saremmo qui, oggi, a parlare. Non avrei scritto né fatto sentire la mia voce. Ha sempre supportato la mia scelta, come dici, e oggi ha trovato il suo modo per starmi accanto pur trovandosi in chissà quale altro regno. È grazie ai suoi articoli che mi sono avvicinata alla possibilità della GPA.

Ce lo racconti?
Prima di intraprendere questo percorso, mi sono sottoposta a tre fecondazioni eterologhe (tutte andate male), ho costretto il mio corpo a trattamenti di ogni tipo. L’ho odiato nel profondo, disprezzandolo perché non rispondeva ai comandi, così l’ho punito smettendo di mangiare. Michela se n’è accorta e ha trovato il modo per venire in mio aiuto: ogni mattina andavo da lei per lavorare insieme alle nostre Morgane. All’ora di pranzo cucinava per me, e senza dirmi nulla lasciava vicino al mio computer delle piccole ciotole con dentro il cibo. È così che ho ripreso a mangiare. È lei che mi ha parlato per prima, con grande lucidità, delle possibilità di un percorso di gestazione per altri, facendomi leggere degli articoli che aveva scritto sul tema.

Quando ti sei sentita madre di Lula per la prima volta?

Quando Daisy ci ha detto di essere incinta e ci ha mandato il link a un sito che rapportava via via le grandezze del feto a quelle di vari frutti: fin quando il frutto era piccolo, lo inghiottivo, e Lula finiva nella mia pancia. Poi, sicuramente, quando l’ho presa in braccio per la prima volta: non l’avevo mai fatto prima. In casa mia sono l’ultima a essere nata, e non ho mai accudito i figli appena nati delle mie amiche. Forse avvertivano in me qualcosa di doloroso, e, al tempo stesso, avevano paura: percepivano un’ombra, qualcosa di oscuro in me. Quando ho avuto Lula tra le braccia è stata tutta luce, invece. Il momento più luminoso, più sorridente della mia vita. Lula era il futuro nelle mie braccia.

Foto di Claudio Sforza

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