Chi era Roy Cohn, l’amico gay di Trump, scaricato da Donald perché malato di Adis

Insegnò a Trump ad avvelenare il mondo: e ne rimase avvelenato.

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Roy Cohn e Donald Trump negli anni '70 - '80
Roy Cohn e Donald Trump negli anni '70 - '80
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Si chiamava Roy Cohn, ed era il tipo d’uomo che non si presenta: si impone, con un sorriso da squalo e lo sguardo unto di vaselina e minaccia. Era l’uomo che insegnò a Donald Trump a mordere prima di parlare, a denunciare prima di difendersi, a non chiedere mai scusa. Un principe oscuro di un’America che fingevamo di non riconoscere. Forse avete visto “The Apprentice“, diretto da Ali Abbasi, nel quale Roy Cohn è interpretato da un magistrale Jeremy Strong (esploso nel ruolo di insuperabile anti-eroe meschino di Succession) e Trump interpretato da Sebastian Stan.

Il sodalizio tra narcisisti

Trump, giovane erede immaturo e con la cravatta troppo lunga, lo incontrò nel 1973: aveva bisogno di aiuto per svicolare da un’accusa federale di discriminazione razziale. Cohn, ex braccio destro del senatore McCarthy (quello che perseguitava i comunisti) e avvocato da manuale di necromanzia legale, prese il ragazzo Donald sotto l’ala come si prende un cucciolo d’avvoltoio. In cambio ottenne ammirazione cieca, cene sontuose al Le Cirque, e una specie di venerazione che sembrava amore, ma era solo ambizione travestita.

Un’omosessualità negata, sputata, calpestata

Roy Cohn amico gay del primo Donald Trump
Roy Cohn amico gay del primo Donald Trump

Cohn era gay. Ma se glielo dicevi in faccia, ti querelava. Frequentava giovani prostituti maschi con la stessa disinvoltura con cui predicava contro “i finocchi” nei salotti dei conservatori newyorkesi. Una schizofrenia etica, un’identità martoriata, che però non gli impedì di orchestrare campagne d’odio, di appoggiare Reagan, e di avvelenare ogni dibattito pubblico con la sua prosa torbida e la sua risata da becchino. Un mostro.

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Morire come un cane, da solo, e ignorato

Nel 1986, Roy Cohn morì di AIDS. Disse che era un cancro al fegato. Mentì fino all’ultimo respiro, come se l’onestà fosse un peccato capitale. E Trump? Scomparve. Tagliò ogni legame. Licenziò quel suo mentore, nonché amico, lo evitò, lo espulse dalla sua narrazione personale come si getta un bicchiere scheggiato. Nessun fiore, nessun necrologio, solo il silenzio glaciale dei traditori. Ancora oggi, le agiografie del tiranno dei dazi sono prive di riferimenti a Cohn. (Leggi: Bessent, il ministro gay di Trump imbarazzato dai dazi >)

Il maestro del disprezzo, servito freddo

Trump finge di non ricordarlo. Ma ogni gesto, ogni insulto, ogni attacco violento contro migranti, donne, persone LGBTIAQ+, porta a ben vedere la firma invisibile ma indelebile di Roy Cohn. L’uomo che insegnò a Trump l’arte di non provare pietà. L’uomo che gli diede il mondo, e fu da lui gettato nel buio al primo accenno di fragilità. Musk farà la sua stessa fine?

 

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