L’amministrazione Trump ha aperto un’indagine sulle pratiche DEI in casa Walt Disney Company. Giovedì scorso Brendan Carr, presidente della Federal Communications Commission, ha inviato una lettera al CEO Disney Bob Iger ufficializzando l’inchiesta nei confronti della major per non aver cancellato le politiche DEI come richiesto da Donald Trump a tutte le aziende, private o non, americane ed europee. Questo perché come da noi scritto la scorsa settimana, il 99% degli azionisti Disney vuole mantenere attive le politiche DEI di inclusione, cestinando le minacce del tycoon.
Trump indaga Disney
“Vglio assicurarmi che Disney e ABC non abbiano violato le normative FCC sulle pari opportunità di lavoro promuovendo forme odiose di discriminazione DEI“, ha scritto Carr nella lettera inviata a Walt Disney Company, pubblicata da Business Insider. Carr ha precisato di avere l’autorità di indagare su Disney, che annovera la rete ABC come parte del suo vasto portafoglio, perché ABC è un’entità regolamentata. Secondo Carr il Communications Act e le regole della commissione proibiscono alle aziende media “di discriminare in base ad etnia, colore, religione, origine, età o genere“. Carr non ha indicato contenuti Disney specifici, ma ha citato resoconti di iniziative che “si tradurrebbero in gruppi di affinità e spazi segregati“. In soldoni, incredibile ma vero, l’amministrazione Trump accusa la Disney di essere troppo inclusiva all’interno dei propri progetti televisivi e cinematografici, nonché sul posto di lavoro. Imporre una percentuale di personaggi provenienti da categorie storicamente sottorappresentate, come deciso nel 2022, sarebbe ora ‘discriminatorio’ nei confronti di tutte le altre fino a quel momento sempre e solo rappresentate.
Eppure Iger aveva provato in qualche modo a tendere una mano a Donald Trump, tagliando ad esempio una sottotrama trans dalla serie Pixar Win or Lose, oltre ad aver risolto una causa per diffamazione intentata da Trump come privato cittadino impegnando 15 milioni di dollari per la biblioteca presidenziale e accettando di pagare 1 milione di dollari in parcelle legali in un caso che riguardava alcune dichiarazioni espresse dal conduttore della ABC George Stephanopoulos. Secondo Carr Disney starebbe ora promuovendo “la sua missione DEI“, mentre ABC avrebbe implementato “standard di inclusione” obbligatori che “potrebbero aver imposto quote razziali e di identità a ogni livello di produzione“. Una campagna di ritorsione, quella voluta da Trump, contro i media tradizionali che osano criticarlo.
Appena eletto presidente della FCC, a inizio 2025, Carr ha ridato centralità ad un reclamo contro ABC su come David Muir e Linsey Davis avevano moderato il dibattito presidenziale del 2024. Non contento Carr ha ripreso un reclamo contro CBS su come 60 Minutes abbia osato modificare un’intervista con Kamala Harris e un terzo reclamo contro NBC per l’ospitata pre-elettorale della stessa Harris al Saturday Night Live. Carr ha pubblicamente affermato che userà il potere della Federal Communications Commission per bloccare i media che a detta dei repubblicani si sono schierati “contro Donald Trump“, che evidentemente li vuole tutti servi e assoggettati al potere.
Disney troppo inclusiva, la guerra dei repubblicani ha inizio con Ron DeSantis
Ma lo scontro tra Disney e il partito repubblicano ha origine nel 2022, quando la major “osa” attaccare la cosiddetta legge “Don’t Say Gay“ voluta dal governatore repubblicano Ron DeSantis, che vieta di parlare di orientamento sessuale e identità di genere nelle scuole.
“La proposta HB 1557 della Florida, nota anche come legge “Don’t Say Gay”, non sarebbe mai dovuta passare e non sarebbe mai dovuta essere confermata come legge”, scrisse The Walt Disney Company in un comunicato ufficiale. “Il nostro obiettivo, come azienda, sarà far sì che questa legge venga abrogata o contestata nei tribunali, e ci impegnamo a supportare le organizzazioni nazionali o statali che lavorano in questo senso. Ci impegnamo a sostenere i diritti e la sicurezza dei membri LGBTQ+ della famiglia Disney, e la comunità LGBTQ+ in Florida e in tutto il Paese”. Una presa di posizione netta da parte di un’azienda che in Florida “esiste” e paga milioni di tasse da oltre mezzo secolo, quando prese forma il celebre Disney World.
Nel 2022 è così iniziata una vera e propria battaglia tra i repubblicani e lo studios.
Nel 2023 il governatore della Florida ha firmato una nuova legge che conferisce allo Stato un nuovo potere sull’area che ha a lungo concesso alla Disney speciali capacità di autogoverno.
“Dagli anni ’60, hanno goduto di privilegi diversi da qualsiasi azienda o individuo che nello stato della Florida abbia mai goduto“, disse DeSantis in una conferenza stampa. “La mia firma porrà fine anche all’esenzione della Disney dal codice edilizio della Florida e dal codice di prevenzione degli incendi della Florida. Porrà fine all’esenzione della Disney dalle revisioni e dall’approvazione delle normative statali”. “Avevano esenzioni dalle leggi che tutti gli altri dovevano seguire. Sono stati in grado di ottenere enormi benefici senza pagare la loro giusta quota di tasse”. “Come si fa a concedere a un parco a tema il proprio autogoverno e poi a trattare tutti gli altri parchi a tema in modo diverso?”. “Crediamo che non sia stata una buona politica“.
La Florida ha in sostanza acquistato il Reedy Creek Improvement District, nato nel 1967 per permettere alla Walt Disney Company di costruire Disney World, garantendo all’azienda il quasi totale controllo del territorio, sconti fiscali e finanziamenti agevolati per lo sviluppo di servizi e infrastrutture ad uso e consumo di residenti e turisti. Per volontà di DeSantis il Reedy Creek Improvement District è diventato Central Florida Tourism Oversight District ed è stato sottoposto a diversi livelli di supervisione statale, con un nuovo consiglio composto da uomini scelti dal governatore e non dalla Disney, come sempre accaduto.
Per tutta risposta, pochi mesi dopo Walt Disney World ha annunciato che avrebbe ospitato per i prossimi due anni il vertice Out & Equal Workplace, ovvero la “più grande conferenza LGBT+ al mondo“, nonché l’arrivo del suo primo storico Pride d’America.
Successivamente Disney ha citato in giudizio Ron DeSantis per “una mirata campagna di ritorsione da parte del suo governo” come replica alle critiche dell’azienda alla sua legge “Don’t Say Gay“. La major ha accusato DeSantis e altri funzionari statali di una “incessante campagna per armare il potere del governo contro la Disney come rappresaglia per aver espresso un punto di vista politico“. Uno sforzo, quello guidato dai repubblicani, che “ora minaccia le operazioni commerciali della Disney, mette a repentaglio il suo futuro economico nello Stato e viola i suoi diritti costituzionali“. Nella causa,la Disney ha affermato di aver “esaurito ogni sforzo per cercare una risoluzione” con repubblicani della Florida, non lasciando loro “altra scelta che intentare questa causa“.
E non è finita qui, anzi. A metà 2023 Disney ha cancellato i piani di costruzione di un campus da 1 miliardo di dollari a Lake Nona, in Florida. Il campus avrebbe ospitato quasi 1.000 dipendenti che si erano appena trasferiti dalla sede centrale dell’azienda in California e avrebbe generato oltre 2.000 posti di lavoro in tutto lo Stato. Josh D’Amaro, presidente di Disney Parks, ha annunciato lo stralcio del progetto “dati i notevoli cambiamenti avvenuti dai tempi dell’annuncio, comprese nuove condizioni legate al business”. Il New York Times ha sottolineato come la disputa con DeSantis abbia “avuto un ruolo di primo piano” nella cancellazione del campus. Contro il governatore della Florida si sono scagliati i suoi stessi colleghi di partito, stanchi di questa folle battaglia che ha tolto investimenti, tasse, turisti e posti di lavoro alla stessa Florida.
5 anni di inclusione LGBTQIA+ Disney

La propaganda della destra ha così iniziato a bombardare Disney e i suoi prodotti, accusando l’azienda di “progapanda LGBTQIA” e “deriva woke“. Tutto questo per aver semplicemente incluso comunità fino a quel momento mai rappresentate al Cinema e in Tv dopo un secolo di film, cortometraggi e serie tv.

Nel 2019, ovvero due anni dopo il LeTont queer del live-action di La Bella e la Bestia, i primi cambiamenti.
Se a Disneyland Paris prende vita il Magical Pride, nella serie Disney+ Andi Mack si assiste ad un primo coming out. Nel frattempo Tuo, Simon, film LGBTQIA+ di Greg Berlanti, diventa serie per Disney+ con Michael Cimino protagonista, mentre il primo personaggio dichiaratamente di High School Musical prende forma nel reboot e in DuckTales arrivano i primi storici genitori gay della serie animata.

Nel 2020 su Disney+ esce il bellissimo corto Pixar Out, con un coming out in famiglia al centro della trama, che scatena le mamme fondamentaliste cristiane d’America che gridano al boicottaggio perché a loro dire si tratterebbe di “propaganda LGBT per i nostri figli”. Nello stesso anno arriva in streaming The Owl House, serie animata con un personaggio bisessuale, ed esce al Cinema Onward, con al suo interno un primo personaggio gay Pixar. E se in Loki viene confermata la bisessualità del protagonista e in Fata Madrina Cercasi abbiamo due papà gay, in The Proud Family Zachary Quinto e Billy Porter doppiano 2 papà gay animati, con Pride splendida docuserie sulla lotta per i diritti LGBTQ+. Nel 2021 polemiche insensate sul coming out del personaggio gay interpretato da Jack Whitehallhall in Jungle Cruise, con la serie Hawkeye che introduce un nuovo personaggio queer nel Marvel Cinematic Universe e Andrew Burnap, attore dichiaratamente fluido, che viene scelto come protagonista maschile del live-action di Biancaneve, a sua volta preso di mira e fatto a pezzi da fake news costruite ad arte.

Nel 2023 è Disney+ Italia a distribuire la serie tratta da Le Fate Ignoranti di Ferzan Ozpetek, così come la docuserie Raffa sulla leggendaria Carrà, con il musical queer Meglio Nate Che Niente in uscita su Disney+ insieme a Ms.Marvel, serie con il comico gay Jordan Firstman nel cast. Lanciata la prima storica Pride Collection, Disney accellera sul piano dell’inclusività e della rappresentazione LGBTQIA+ con gli arrivi del musical queer Trevor, di Fire Island e Lightyear, storico primo lungometraggio animato Pixar con una coppia di donne al suo interno, mamme e con tanto di bacio, senza dimenticare il primo supereroe gay Marvel di sempre in Eternals.
Sempre in ambito animato è Strange World a scrivere un altro pezzetto di storia grazie al primo storico protagonista gay di un classico animato Disney. Nella serie animata Baymax, invece, appaiono personaggi gay e trans*. Nel 2024 spazio all’acclamata serie animata X-Men ’97 con protagonista un mutante non binario e al primo dottore queer con la nuova stagione di Doctor Who, senza dimenticare Nell – Rinnegata, nuova serie Disney+ tra autodeterminazione delle donne e identità queer, The Acolyte, accusata dagli ultracattolici d’America di promuovere “l’agenda LGBTQ e la stregoneria”, e Agatha All Along con le sue irresistibili streghe queer e il suo giovane protagonista gay.

E il 2025 non sarà da meno perché a metà aprile è in arrivo su Disney+ Mid-Century Modern, nuova sit-com ideata dai creatori di Will and Grace con Ryan Murphy produttore. Protagonisti tre migliori amici, “gay gentlemen di una certa età”, che dopo aver perso un caro amico decidono di trascorrere i loro ultimi “anni d’oro” insieme, vivendo nella stessa casa, a Palm Springs. Cuori senza Età ma in versione omosessuale, con Matt Bomer nei panni di Jerry, Nathan Lane in quelli di Bunny e Nathan Lee Graham nel ruolo di Arthur.

Troppa inclusività e troppa rappresentazione LGBTQIA+ per i repubblicani d’America, che evidentemente vorrebbero continuare a vedere in tv storie con famiglie ‘tradizionali’ e protagonisti bianchi, cisgender ed eterosessuali, come se noi tuttə vivessimo in Wandavision e nella sua distopica versione di una sit-com anni ’50.






