Coming Out Day: rispondiamo a 10 domande prima di uscire dall’armadio

Per chi ancora sta aspettando il momento giusto o ha paura della reazione di amici e parenti… ecco le risposte a 10 domande che ci siamo fatti prima di uscire allo scoperto.

L’11 ottobre è il Coming Out Day, il giorno giusto per dichiararsi e vivere la propria sessualità senza doversi più nascondere. Ma esiste davvero un giorno “giusto” per dichiararsi? In realtà, no. Ogni giorno è buono, così come il modo e la persona con cui confidarsi. E’ naturale però essere pieni di dubbi, prima di fare questo grande passo, importantissimo per una persona LGBT. Se per alcuni può essere una passeggiata, per altri è un percorso difficile, pieno di insicurezze, paure e di domande.

Ce ne sono in particolare 10, di domande, che una persona si pone prima di uscire allo scoperto. In occasione del Coming Out Day, cercheremo di dargli una risposta.

Coming Out Day: le 10 domande che ci si pone

10 domande e 10 risposte per arrivare preparati al Coming Out Day (o a qualunque altro giorno dell’anno).

  1. Sono sicur* di essere gay/lesbica/bisex/ trans/ di genere non binario?

    Prima di tutto occorre essere certi del proprio orientamento sessuale. Non perché “potrebbe essere una fase“, o “col tempo capirò meglio“, ma perché al momento del coming out dovrai essere decis*, felice e sicur* di te. Quindi, prima di andare dai tuoi genitori o dagli amici, dovrai essere cert* della tua sessualità.

    Se ti dimostrerai incert* o traballante, classificheranno il tuo annuncio come una tua insicurezza. E questo non deve accadere. Se ti sentirai pront* a questa dichiarazione, saprai anche gestire le situazioni peggiori, ovvero quando i destinatari del tuo messaggio non la prendono bene, iniziando a indirizzarti offese e insulti.

  2. Quando è meglio fare coming out?

    L’11 ottobre è la data scelta per “festeggiare” questo evento, poiché molto importante per una persona LGBT. Ma non esiste nessun Coming Out Day. Non c’è una data di scadenza, una persona può dirlo a 18 anni, come a 30 o a 50.

    Quel che è certo, è che NESSUNO deve farti pressione. E’ un momento tuo, lo dirai quando lo vorrai. In questi casi, comunque, l’appoggio di un fratello o di una sorella oppure del proprio compagn* potrebbe aiutarti a dirlo, sapendo comunque di avere già una persona dalla tua parte. 

  3. Come lo dico al mio/a migliore amico/a?

    Parti dal presupposto che si tratta del miglior amico/a. Ti conosce da anni, ha bellissimi ricordi insieme a te. Cosa potrebbe cambiare? La paura c’è, ed è naturale, soprattutto se la persona in questione si è dimostrata in passato chiusa riguardo a certi argomenti. Ma è sorprendente come un’opinione può cambiare, quando si scopre ad esempio che il proprio miglior amico è omosessuale.

Certo, ci sarà un momento di incredulità, di imbarazzo, ma dopo qualche minuto per metabolizzare la cosa, preparati a un’infinità di domande. E’ semplice curiosità, data dall’ignoranza (in senso buono) riguardo il mondo LGBT. E preparati alla domanda più comune: “Ma tra i due, chi fa la donna?

  • Perché con i genitori è così difficile?

    E’ difficile perché sono i tuoi genitori. Loro vogliono il meglio per il/la propri/a figlio/a, ma il più delle volte in una visione etero-normativa. Se capiscono che l’amore e la felicità sono i due fattori che contano, non avranno problemi ad accettare il tuo orientamento sessuale, altrimenti ci vorrà un po’ di tempo. Ancora una volta, a fermarci è la paura. Si ha paura della reazione negativa, delle urla, dei pianti.

    Si ha paura di rimanere senza voce, di andare in panico, di non riuscire a dire quelle due parole:sono gay“. C’è chi consiglia di dirlo con una lettera, chi con l’aiuto di una persona (parente, amic* o compagn*). L’importante è non tirarla per le lunghe, andare dritto al sodo, scandire le parole, non parlare né con un tono di voce troppo basso né troppo alto, buttare fuori tutto. Alla fine avrai le lacrime agli occhi? Piangi. Anche questo contribuirà a far capire quanto è stato doloroso e coraggioso questo gesto.

  • Cosa faccio se reagiscono male?

    Dobbiamo essere onesti: ci può essere una reazione negativa. Ma ci sono vari gradi. Cacciare di casa un/una figlio/a non è facile per un genitore, così come ricoprirlo/a di insulti. Nel peggiore dei casi, è sempre bene avere un punto di appoggio, come un amico che può ospitarci, così come l’accesso immediato almeno al portafogli e al cellulare, in modo da avere il minimo indispensabile per arrangiarsi. Ma questo è il caso peggiore.

    In un eventuale momento drammatico le urla sono dettate dall’incredulità del momento, così come il non rivolgere più parola o tenere il broncio. Comportamenti infantili, ma dettati dal fatto che non sanno affrontare la questione. Come se nulla fosse, un bel giorno torneranno a parlarvi: avranno un problema al cellulare che non sanno come risolvere.

  • E se gli dessi una delusione?

    Se si parla di delusione, tornate al punto 1 senza passare dal via! Scherzi a parte, anche questa è una possibile domanda. Loro volevano che mi sposassi, che avessi dei figli, che li portassi da loro ogni domenica per pranzare tutti assieme. O perché sognavano una vita perfetta, con loro da nonni ad accudire i nipoti.

  • Beh, diciamocelo: la vita è la vostra. Sarete voi a scegliere come essere felici, o no? Sentirsi in colpa, neanche per idea!

  • Cosa faccio se mi dicono di andare da uno psicologo?

    Andare dal dottore, da uno psicologo, dallo psichiatra. Per guarire cosa? Non c’è nulla da guarire. Al massimo, un aiuto psicologico potrebbe aiutare ad accettarti, a vivere la propria sessualità senza ansie e timori.

    Ma se non ti serve, se sei felice di aver fatto finalmente coming out, rifiuta qualsiasi consiglio strampalato: che ci vadano loro dallo psicologo.

  • Quanto tempo hanno bisogno per metabolizzare il mio coming out?

    Un’ora, un giorno, una settimana, un mese. Un amico potrebbe impiegarci 30 minuti, o anche di meno. Chi nemmeno un secondo. Un genitore forse deve prendere atto, capire cosa significa tutto questo.

    Ma alla domanda, non c’è risposta. Dipende dalla persona. Bisogna pazientare, senza fare pressioni.

  • Come affronto l’argomento omosessualità dopo averglielo detto?

    Potrebbe capitare che i genitori (o uno di loro) ti chiedano qualcosa riguardo il mondo LGBT o riguardo la tua vita sentimentale. Anche in quel caso, devi essere pront* a rispondere con sicurezza e decisione. Armati di pazienza, perché quello che a te sembra ovvio, per loro non lo è. Amore tra due persone dello stesso sesso? Potrebbero non capire.

    Un consiglio: aspetta che siano loro a chiedere, non fare tu la lezioncina. E tranquillo, la parte più difficoltosa ormai è passata!

  • Ma se una mamma lo capisce subito o lo sa già, a cosa serve dirlo direttamente?

    Si dice che una madre lo capisca subito. Ma non è un buon motivo per non dirglielo, facendo finta che una semplice intesa senza una parola sia un coming out. Molti genitori lo capiscono, ma vogliono che sia il figlio a confidarsi con loro.

    E poi, c’è sempre il papà, che di solito non pensa alla sessualità del figlio/a. E non è detto che la mamma lo sappia già. Quindi.. niente scuse!