Donna, nera, schiava: chi era Sojourner Truth, pioniera dell’intersezionalità

Quando ha nove anni, Isabella-Soujorner viene venduta insieme a un gregge di pecore, per la cifra di 100 dollari.

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Donna, nera, schiava: chi era Sojourner Truth, pioniera dell’intersezionalità - Matteo B Bianchi15 - Gay.it
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Soujorner Truth è nata due volte. La prima volta – si suppone – nel 1797. Si suppone, sì,  perché molti tra i dati biografici che la riguardano sono imprecisi, indecifrabili o assenti. Sojourner Truth è nata schiava e per chi nasce schiavə non v’è registrazione alcune: chi nasce schiavə nasce invisibile. Il suo vero nome, tra l’altro, è Isabella – detta Bella – Baumfree. I suoi genitori, James e Elizabeth Baumfree, appartengono alla famiglia del colonnello Hardenberg e per lui lavorano in una piantagione di Rifton, nei pressi di New York. Bella parla olandese come i padroni, ma parla poco, tutti parlano poco intorno a lei: non ci sono parole che tengano, il codice da seguire è quello della frusta e del bastone. Quando ha nove anni, Isabella-Soujorner viene venduta insieme a un gregge di pecore, per la cifra di 100 dollari, a John Neely, che arriverà addirittura a batterla con un fascio di verghe, a stuprarla e picchiarla ogni giorno. Negli anni seguenti, la donna dovrà subire ancora e ancora una mercificazione continua, sempre per la stessa cifra. Nel 1815, giovanissima, si innamora di Robert, anch’egli schiavo in una fattoria limitrofa, ma entrambi capiscono molto presto che non esistono – non possono esistere, anzi – amori e innamoramenti per chi, come loro, vive in schiavitù. La relazione tra i due, infatti, è ostacolata dal padrone di lui, che vieta ai suoi servi di avere unioni con schiavi di altre piantagioni, perché i figli di questi legami altrimenti non potrebbero essere di sua proprietà. Una figlia, a dire il vero, verrà alla luce e, anche per questo, Robert, viene sottoposto a punizioni corporali e ferito a morte. Isabelle e la piccola Diana non lo vedranno mai più.

Sojourner Truth. Ain't I a Woman? - Una donna al giorno
Isabella – Bella – Baumfree, altresì nota come Sojourner Truth

Due anni più tardi, Isabella viene costretta a sposare uno schiavo molto più grande di lei, Thomas, con il quale avrà altri quattro figli. L’ultima, Sophia, nascerà nel 1826, e insieme a lei nello stesso anno Bella scapperà. Madre e figlia trovano ospitalità a casa dei coniugi quaccheri Van Wagenen, che si prendono cura di loro sino al 1827, quando l’abolizionismo della schiavitù diviene finalmente legge nello stato di New York. All’indomani della liberazione, Isabella inizia a lavorare come domestica presso alcune famiglie facoltose di New York City. Lava, stira e pulisce con grande zelo fino al 1843. Poi tutto cambia. Nel 1843, davanti ai suoi occhi, si accende una luce, come una lucciola davanti alla sua finestra: è un lume intermittente ma inesauribile. Isabella segue quella luce. È dio – dice – e si converte, diventa metodista: «lo spirito mi chiama e io devo andare». È in quel momento che nasce una seconda volta, è in quel momento che nasce Sojourner, Sojourner Truth. È dio – dice – ad aver scelto questo nome per lei: colei in cui alberga la verità oppure colei che vaga per diffondere la verità. È una sorta di messaggera, Sojourner. Come Iride, porta nel mondo le missive degli dei. In barba alle sue scarse capacità linguistiche – non era alfabetizzata –Sojourner, come una Sibilla, imbonisce chi la ascolta e profetizza il futuro: «avremo i nostri diritti».

 

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L’incontro con dio e la riscoperta dello spirito danno a Sojourner Truth un’idea chiara circa quello che è il suo scopo: farsi portavoce degli ultimi e raccontare cosa significa essere una donna, essere nera ed essere schiava. Per questo, fino al 26 novembre 1883, quando muore a Battle Creek, nel Michigan, Truth viaggia in lungo e in largo per l’America e per il mondo: partecipa a convegni, interviene nelle scuole, parla alle più nutrite platee, nelle chiese più frequentate.

«Quando ho lasciato la casa di schiavitù, ho lasciato tutto. Dovevo viaggiare su e giù per il paese per mostrare al popolo i suoi peccati ed essere un simbolo per loro. Dovevo dichiarare la verità al popolo».

Diventa quella che oggi chiameremmo un’attivista per i diritti civili. La sua storia e il suo pensiero sono riportati in un libro di recente pubblicazione: Quando morirò, tornerò a casa come una stella cadente, uscito per le belle edizioni Wudz nella traduzione, non felicissima, di Amina De Agostini.

Il testo – e questo va chiarito subito – non è stato scritto da Truth, che, come si è detto, non era alfabetizzata, ma raccoglie la trascrizione (inevitabilmente parziale) dei suoi interventi pubblici. Sono soprattutto gli amici William Lloyd Garrison e Olive Gilbert a occuparsi della ricezione e della redazione della sua biografia e di tutti i suoi interventi. Di questi ultimi, se ne potrebbero contare a centinaia (Internet ne è pieno), ma il pamphlet di Wudz ne seleziona intelligentemente venti. Presi insieme, letti uno dopo l’altro, questi discorsi ci consegnano l’immagine di una donna, che è inconsapevolmente pioniera di quell’intersezionalità di cui oggi facciamo sfoggio, spesso senza averla compresa davvero. Il suo pensiero sgorga da un’amara consapevolezza: la popolazione nera tutta – le donne così come gli uomini – ha sofferto del giogo della schiavitù, è morta di lavoro e ha perso la libertà per il sostentamento dei bianchi. Eppure, ora che la schiavitù è stata abolita, pur nella subordinazione, gli uomini neri, a passi piccoli, ottengono diritti che alle donne sono preclusi. Su tutti, il diritto al voto. Truth e tutte le sue compagne schiave hanno lavorato al pari degli uomini, prodotto tanto quanto loro, filato lana più di loro, e cresciuto figli senza di loro, eppure ora giovano meno della libertà ottenuta. Erano schiave, e in un certo senso lo sono ancora. Nel 1867, presso l’American Equal Rights Association di New York, Sojourner Truth tiene uno dei suoi discorsi più importanti e commoventi. Durante il suo intervento dichiara:

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«Ho più di ottant’anni e ho lavorato molto, tanto quanto un uomo, ma non ho mai ricevuto la stessa paga. Io lavoravo nei campi e legavo il grano, stando al passo con chi lo mieteva: ma gli uomini che facevano le medesime cose ricevevano il doppio della paga. Lo stesso vale per le donne tedesche. […] Noi facciamo tanto, vogliamo tanto. Quello che vogliamo è un po’ di denaro».

E ancora nella stessa occasione, con grande ironia, Truth asserisce:

«Se [le donne] possono rimuovere ceppi, possono votare. È più facile votare che rimuovere ceppi. Non è un duro lavoro votare, anche se ho visto alcuni uomini che hanno avuto difficoltà».

L’abolizione della schiavitù per Sojourner Truth non è stata che una conquista. Necessaria e già fin troppo tardiva, ma una sola delle tante conquiste inderogabili. La fine di quell’abisso che è stata l’epoca della schiavitù è da intendere come la frattura di un blocco di ghiaccio. Ora che il permafrost è stato rotto – dice – è tempo di scendere in profondità. Ciò che serve è una rivoluzione totale delle dinamiche del potere, la liberazione da ogni catena. Proprio nel riconoscimento della doppia, anzi tripla, gabbia in cui è stata infilata – il genere, l’etnia e dunque la classe sociale – il pensiero di Truth si rivela anticipatorio di quel concetto che Kimberlé Crenshaw sistematizzerà molti anni più tardi, sul finire degli Ottanta del Novecento. Nata in Ohio, nel 1959, Crenshaw è considerata la madre dell’intersezionalità. Nel saggio Mapping The Margins, infatti, la studiosa sottolinea come le discriminazioni, spesso, possano convergere contemporaneamente nell’esperienza di una persona o di un gruppo di individuə, e denuncia l’incapacità del nostro sistema sociale di osservare e affrontare questa co-esistenza. Partendo dal suo vissuto di donna afroamericana, Crenshaw evidenzia appunto la simultaneità dei dispositivi di oppressione: l’esperienza della sua comunità è minacciata da un duplice gesto marginalizzante: quello misogino e quello razzista. Là dove le discriminazione compenetrano e si intersecano, allora anche la lotta deve farsi intersezionale. Le radici comuni dell’oppressione vanno individuate e minacciate.

Sojourner Truth | Biography, Accomplishments, & Facts | Britannica
Sojourner Truth

Il femminismo contemporaneo – quello figlio della terza e della quarta ondata, per intenderci – ha molto a che vedere (giustamente) con il pensiero intersezionale. Eppure, per anni, non è stato così. Sojourner Truth, la nostra Sibilla, è stata ascoltata tardi, troppo tardi o forse, comprensibilmente, ha espresso con i pochi strumenti che aveva un concetto avanguardistico, fuori dal suo tempo. Ha parlato troppo presto a un pubblico che ancora non poteva comprendere.

Con questo, sia ben chiaro, non si vuole intendere che il femminismo di Sojourner Truth sia in tutto e per tutto limpido e contemporaneo, anzi. Il suo predicare, ammantato di un incedere femminista inconsapevole e impronunciato, è attraversato costantemente da tensioni moralistiche, influenzate a propria volta da una religiosità rigorosa, che è da intendere come l’unica (o quasi) chiave di interpretazione che una donna analfabeta e incolta può avere. Nel 1870, per esempio, quando tiene una conferenza nel Rhode Island, Truth si scaglia molto aspramente contro il costume, non ritenuto abbastanza casto, di alcune sue contemporanee impegnate attivamente per il suffragio universale:

«Che razza di riformatrici siete, con le ali d’oca in testa, come se voleste volare, e vestite in modo così ridicolo, a parlare di riforme e di diritti delle donne? A mio avviso, fareste meglio a riformare prima voi stesse».

Ecco, in questo è tutto fuorché vicina a quello che si intende oggi con femminismo intersezionale, ma ciò che colpisce del suo discorso sono la pragmaticità e la lucidità con cui riconosce le ingiustizie razziste, classiste e sessiste, riuscendo ad analizzarle insieme e separatamente. Il femminismo di Sojourner Truth, pur piegandosi di sovente a una retorica ecclesiastica un po’ inconsistente, rimane ancorato all’esperienza della terra e del lavoro. È un femminismo concreto, che accoglie anche le istanze economiche, che parla di denaro e di lavoro, che chiama in causa la politica e le leggi, che prioritizza i diritti. È importante accendere una luce, anche piccola e intermittente, sulla figura di Sojourner Truth – e Quando morirò, tornerò a casa come una stella cadente lo fa bene – perché nel suo passaggio su questa Terra ha gettato semi che sono sbocciati molti anni più tardi e dimostrato che la politica riguarda tuttə, può e dovrebbe riguardare tuttə.

 

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