Il 26 aprile 2025 ci sarà a Roma la prima Dyke March mai organizzata in Italia. La manifestazione lesbica e transfemminista è nata negli Stati Uniti e oggi diffusa in molte città del mondo. L’appuntamento è alle ore 16 in Largo Agosta, per una marcia festosa e radicale che rivendica visibilità, autodeterminazione e diritti per tutte le soggettività lesbiche, non conformi, non binarie e trans (qui il resoconto della presentazione in Senato).
Un momento di orgoglio collettivo, che mette al centro i corpi e le voci di chi troppo spesso viene marginalizzatə anche all’interno delle stesse comunità LGBTQIA+. Ma cosa significa davvero la parola “dyke”? Da dove viene, e perché è così importante riappropriarsene?
Origine e significato della parola “Dyke”
Il termine dyke è un’espressione gergale inglese utilizzata per indicare una donna lesbica, spesso con connotazioni di mascolinità o androginità. Sebbene oggi sia stato in parte riappropriato dalla comunità lesbica come simbolo di orgoglio e resistenza, la sua origine è complessa e oggetto di dibattito.
Le radici del termine
- Derivazione da “bulldyke”: secondo il Green’s Dictionary of Slang, dyke deriverebbe da bulldyke, termine apparso tra fine Ottocento e inizio Novecento per descrivere donne lesbiche con espressione di genere maschile.
- Derivazione da di “hermaphrodite”: alcuni studi accademici ipotizzano un’evoluzione da hermaphrodite → morphodite → morphodyke.
- Significato anatomico: dyke potrebbe aver indicato in passato la vulva, come nello slang ottocentesco “hedge on the dyke”.
- Stile e apparenza: nel XIX secolo, diked out significava essere vestiti in modo vistoso o elegante, possibile origine dell’associazione con soggettività non conformi.
Un insulto trasformato in bandiera
Nonostante oggi venga spesso usato con fierezza, dyke ha una lunga storia come insulto. Per decenni è stato un termine dispregiativo rivolto alle donne lesbiche, in particolare a quelle percepite come mascoline, aggressive o non conformi agli stereotipi di genere dominanti. Gridato per strada, scritto sui muri o sussurrato nei corridoi delle scuole, dyke era – e talvolta è ancora – una parola d’odio.
Proprio per questo, la sua riappropriazione ha un valore politico profondo. Dichiararsi dyke oggi significa rivendicare un’identità fuori norma, liberarsi dalla vergogna e ribaltare la violenza simbolica. Tuttavia, resta una parola “carica”: usata fuori contesto o da chi non appartiene alla comunità lesbica, può ancora ferire.
Riappropriazione e orgoglio
Negli anni ’70, il termine è stato rivendicato da molte lesbiche come segno di forza e orgoglio identitario. Eventi come le Dyke March ne sono l’espressione più potente. Autrici come Alison Bechdel lo hanno impiegato con orgoglio in opere come Dykes to Watch Out For.
Oggi, dyke può essere una parola d’amore, militanza, rabbia e affermazione. Il suo significato dipende dal contesto e, soprattutto, da chi la pronuncia e come la vive. Ci vediamo a Roma il 26 Aprile in Largo Agosta alle ore 16.
Dyke March a Roma il 26 aprile, l’importanza di scendere in piazza
