La comunità trans d’America piange la morte Victoria Cruz, tra le figure più amate della Grande Mela e in prima fila durante i Moti di Stonewall del 1969. Aveva 79 anni.
Esattamente 57 anni fa questa donna trans latina apertamente trans fu testimone di un evento storico, ovvero la nascita del movimento LGBT da noi oggi conosciuto, contribuendo successivamente a cambiare la storia personale di migliaia di newyorkesi, lavorando instancabilmente per aiutare coloro che erano presi di mira a causa del proprio orientamento sessuale, identità di genere e condizione medica. Cruz, ricorda The Advocate, si impegnò a favore delle vittime di violenza a New York, dopo esserne stata lei stessa vittima. Trent’anni fa fu ripetutamente molestata e aggredita sessualmente dai colleghi in una casa di riposo a Brooklyn.
Dopo Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera, addio a Victoria Cruz
“Ero molto arrabbiata. Molto arrabbiata“, confessl Cruz a Vanity Fair nel 2017, nel corso di un’intervista per promuovere il bellissimo documentario Netflix “The Death and Life of Marsha P. Johnson“. Quel giorno del 1996 quattro donne la palpeggiarono al seno e all’inguine, per “scoprire se fosse realmente donna“, insultandola pesantemente. Quell’aggressione la sconvolse profondamente, segnando la sua vita. “La cosa peggiore è che non sentivo più la terra sotto i piedi”. La situazione era così grave che un giorno iniziò a portare con sè un coltello al lavoro, ma non volle mai ricorrere alla violenza. Un’amica le indicò il New York City Anti-Violence Project. Ed è qui che prese forma una nuova storia.
Al New York City Anti-Violence Project non solo trovò sostegno, ma l’organizzazione l’aiutò a sporgere denuncia alla polizia. Esplosero proteste fuori dalla casa di riposo e due delle quattro colleghe vennero condannate per molestie, in uno dei primi processi nello Stato di New York in cui qualcuno fu ritenuto legalmente responsabile di violenza transfobica. Christine Quinn, che in seguito divenne la prima donna e la prima persona apertamente gay a presiedere il Consiglio comunale di New York, la accolse come volontaria e alla fine la assunse alla reception e alla linea telefonica di assistenza del NYCAVP. Cruz trascorse 17 anni presso l’organizzazione no-profit, aiutando gli altri. Ma il suo ruolo all’interno dell’organizzazione e nella comunità LGBTQ+, scrive il New York Times, era noto ben oltre la sua qualifica ufficiale. “Le persone entravano in ufficio e chiedevano semplicemente della signorina Vicky“, ha ricordato Catherine Shugrue-Dos Santos, ex vicedirettrice esecutiva dell’organizzazione. “Non volevano rivelare i loro nomi; non volevano parlare con nessun altro. Si era guadagnata la fiducia della comunità“. Cruz comprendeva appieno le minacce intersezionali che le persone transgender dovevano affrontare, dalla discriminazione abitativa alle molestie sul lavoro. La sua competenza la rese il punto di riferimento per migliaia di newyorkesi trans.
Storia di Victoria Cruz, icona trans di New York
Victoria Cruz era nata a Guánica, Porto Rico, con 10 fratelli. Lei e la sua famiglia si trasferirono a Red Hook, Brooklyn, quando era bambina. Un attacco di morbillo le lasciò una grossa cataratta in un occhio, che spinse i suoi nipoti a prenderla in giro: «Vicki ha un occhio blu e uno marrone!». Si diplomò al liceo con una licenza di estetista e iniziò la sua affermazione di genere. Un medico sulla 28esima strada a Manhattan forniva a giovani donne trans come Cruz iniezioni e pillole ormonali, monitorando la crescita del seno e dei capelli. “Era un pioniere“, raccontò a Vanity Fair, “Una volta che ho iniziato ad avere un aspetto abbastanza normale, ho cominciato ad andare nei bar e a frequentare i locali“. Cruz era minuta e attribuiva alla sua statura il merito di averla salvata dall’arresto in numerose occasioni, quando le sue amiche trans venivano spesso fermate dalla polizia durante le retate nei locali del West Village. Erano anni in cui a New York era illegale praticare la sodomia o travestirsi, e la polizia pattugliava ogni notte gay, lesbiche e soprattutto donne trans nere e latine. “Conoscevo Marsha“, disse Cruz a Vanity Fair, riferendosi ovviamente a Marsha P. Johnson.
Entrambe si trovavano allo Stonewall Inn nelle prime ore del mattino di sabato 28 giugno 1969. La polizia aveva innumerevoli volte fatto irruzione nel bar gay gestito dalla mafia, incluso il martedì di quella stessa settimana. Ma quella notte le persone trans, gay e lesbiche all’interno reagirono, lanciando bottiglie e mattoni. Cruz era fuori con il suo ragazzo, Frankie, un canadese che lavorava come buttafuori nel locale. Lui le disse di tornare a casa mentre la violenza si intensificava. Lei partecipò alle proteste, con alcuni cimeli del locale portati a casa come ricordo di quelle lunghe giornata di resistenza e a lungo mostrati con orgoglio.
Amica di Sylvia Rivera, Cruz si è fatta avanti quando il movimento ha preso piede, per garantire che le persone trans fossero rappresentate e ricordate. Negli anni ha lavorato come parrucchiera, come spogliarellista e si è prostituita, per arrivare a fine mese. “La concorrenza era spietata“, scrisse di suo pugno per Whereloveisillegal. “La maggior parte delle ragazze che si prostituivano per strada mi lanciavano bottiglie e sassi. Dovetti cambiare locale e iniziai a lavorare sulla 47esima strada, tra la Quinta e la Sesta, nel Diamond District. Lì offrivo prestazioni sessuali ai gioiellieri, ma scoprii che anche loro volevano offrirmi prestazioni sessuali. Non mi pagavano in contanti, ma in oro. Così accettai. L’oro era una merce difficile da vendere mentre lavoravo nei bar. Perché se guadagnavo soldi, li spendevo in droga e in alcol”. “La parola transgender non esisteva all’epoca. Eri o una butch queen, una fem queen, una drag queen o un travestito. Lì conobbi un uomo e decisi di smettere di lavorare come sex worker perché il cancro gay stava arrivando alla fine degli anni ’70, inizio anni ’80“. Victoria iniziò così a studiare, “perché il mio corpo non sarebbe durato a lungo e l’istruzione era una risorsa fondamentale per il mio futuro“. Laureatasi in teatro e belle arti conobbe Kevin, che la fece diventare tossicodipendente da crack per otto anni. Sul punto di morire capì che era arrivato il momento di smettere. Lo lasciò, si disintossicò, e il resto è storia.
Victoria Cruz ha ricevuto il Crimes Victims Board Award dall’amministrazione Obama, consegnatole dal Procuratore Generale Alexander Haig, grazie ai 18 anni di lavoro incessante per aiutare chiunque ne avesse bisogno. “Sono riuscito ad aiutare la mia comunità. Sono riuscito ad aiutare me stessa. Sono riuscito a portare la luce nell’oscurità, perché la nostra comunità si trovava proprio lì, nell’oscurità. E sono riuscita a portarla alla luce“, scrisse di suo pugno per Whereloveisillegal.
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