Elio Germano, magnifica presenza in un film senza passione

Brutto e pasticciato il nuovo Ozpetek con un gay stalker. "Mi sono innamorato di Elio" spiega Ferzan. "L'omosessualità di Pietro? Non è un tema portante, lui è fragile e puro" si difende Germano.

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Dispiace quando un autore che si ama, regista di film belli e colmi di passione sbaglia un film. Capita. Per mancanza d’ispirazione, perché la ricetta non funziona, perché un lungometraggio è come il vino, e ti accorgi che la cuvée non è buona solo a prodotto finito.
È il caso di "Magnifica Presenza", ultimo lavoro di Ferzan Ozpetek. Sì, lascia l’amaro in bocca questa commedia, pasticciata e non riuscita, su una compagnia teatrale fondata nel 1939 e sciolta probabilmente nel 1943 – ha anche un sito – la cui apparizione magica sconvolge la vita di un pasticciere gay siciliano, Pietro, timido e ingenuo come un novello Candide, nella nuova casa un po’ fatiscente dove va a vivere nel quartiere gianicolense di Monteverde.

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Perché delude? Perché questa riflessione sulla forza dell’immaginazione, del sogno primario (il desiderio di fare l’attore del protagonista), dei confini labili tra realtà e rappresentazione, sviluppata in questo modo, poteva funzionare trent’anni fa, certo non nel 2012. Così lo spettatore non si sorprende, non rimane affascinato, non è coinvolto da una sceneggiatura debole in cui manca l’afflato del cuore e la meraviglia della sorpresa.
Pietro è un omosessuale introverso che molesta con messaggini e fiori un aitante giovanotto – ci mancava il gay stalker! – che gli sputa addosso tutto il suo odio in una scena ridicola e tremenda di cui non vi diciamo altro. Per di più è un ingenuo sempliciotto fatto passare per pazzo – risate in sala: la macchietta omosex mattarella, che spasso!

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“Nel girare una scena ad Elio sono serviti solo pochi minuti a letto per sembrare di aver dormito non meno di dieci ore – spiega il regista -. È un attore che ha segnato molto il mio sguardo verso il cinema, vorrei in futuro girare con lui tanti altri film. Si è trattato di un vero e proprio innamoramento”.
“Pietro è pieno di fissazioni – spiega meglio Ferzan. – Si intestardisce a sfornare i suoi cornetti ogni notte, uno identico all’altro. Abituato fin dall’infanzia ad affrontare le diversità, Pietro è un giovane molto sensibile e particolare ma nel palazzo si muove la mano invisibile del destino. È il mio film più complesso. Mi è venuta in mente questa storia raccontatami da un amico 18 anni fa: una donna vestita in modo strano in un palazzo vicino a casa mia, bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale. Ne ho parlato col produttore Procacci ed è subentrata Federica Pontremoli come sceneggiatrice".

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La pietra dello scandalo, cioè l’omosessualità di Pietro, è vista così da Elio Germano: "Non è un tema portante, avrebbe potuto essere anche un eterosessuale, ma nel suo caso specifico è una caratteristica che amplia la sua sensibilità sviluppandola".
"In un piccolo paese di provincia dell’Italia del Sud – continua l’attore – dove magari ti senti emarginato, questo status ti porta a sviluppare sensi di colpa. Lui si ritrova perciò ad essere sempre iper premuroso verso tutto quello che gli si chiede. E’ una persona fragile e pura che si appassiona agli altri, e, immaginando di poter fare sempre di più, si sente inadeguato a tutto".
Peccato però che di "Magnifica Presenza" non ci si riesca ad innamorare. Perché vederlo, dunque? Perché è costellato di attori bellissimi (non c’è un maschio brutto, a parte l’apollineo Cem Yilmaz truccato da cicisbeo canterino che sembra pure uno scorfano) meritevoli di uno scossone alla patria dignità dell’alzabandiera oltraggiato – leggi: erezioni in sala – e perché Elio Germano è bravo, si immerge compiutamente nel personaggio nonostante qualche mano troppo sventagliante, torna bambino e comunica una naturalezza spontanea ed empatica.

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Il resto del cast – a parte la brava Paola Minaccioni – sembra spaesato e perduto, una serie di figurine scollate in una pièce barbosa. Occhio alla sfornata di dolci e prelibatezze, quasi buttati in faccia ai critici che lamentavano l’abbuffata perenne dei precedenti film di Ozpetek.
Non c’è sentimento in "Magnifica Presenza", non c’è amore (figurarsi il sesso): Pietro osserva distante lo splendore virile, sogna un bellone in giacca e cravatta che lo sfiora e annusa di notte, mostra agli spiriti sfranti quanto è bella Internet e manco si fa un profilo su Me2.
Fa poi male vedere sprecata una scena fortemente scenografica, quella dell’atelier clandestino con abili trans laboriose che creano costumi, addobbi, oggetti di scena e sono capeggiate da un’autoritaria Colonnella Kurtz detta la Badessa (Mauro Coruzzi alias Platinette, al naturale).
Fa piangere, infine, rivedere la grande regina del teatro Anna Proclemer in un ruolo confuso e abbozzato, impietoso nello scrutare un volto bellissimo e magico, senza restituirne lo spessore altero della grande attrice quale è.

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La vera rivelazione del film è però Gianluca Gori, angelo del focolare di una magnifica signora agée, tale Drusilla Foer, elegante e vagamente blasée, qui nel ruolo fantasmatico di un’improbabile cruiser frequentatrice di battuages dove si fa "sesso Braille".Comunque agli italiani sta piacendo: "Magnifica Presenza" è secondo al box office con quasi un milione e 200.000 euro dietro al francese "Quasi amici", arrivato a quasi otto.
È da vedere? Certo, per gustarsi le magnifiche presenze sullo schermo e con cui andrete a vederlo, con cui commentarlo insieme, corroborati dal bisogno dettato da una forte assenza, percepibile dall’inizio alla fine del film: la passione.

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