La lesbica quasi omofoba di Emma e quelli di “Via Castellana Bandiera”

Intervista esclusiva alla regista e interprete del film rivelazione di Venezia. Le differenze col romanzo, il suo teatro a tematica lgbt, l'idea di portare una sua pièce al cinema.

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Emma Dante è una donna di soave dolcezza, dalla comunicativa affabile e ironica quanto basta per non prendersi troppo sul serio nemmeno quando la sua arte ti suggerisce la dimensione ‘altra e superiore’ della poesia e della saggezza. Non sembra “esigente e dura” come dicono che sia a teatro e sul set. La conosciamo al Circolo dei Lettori di Torino in occasione della presentazione, insieme al cosceneggiatore Giorgio Vasta, del suo folgorante esordio cinematografico “Via Castellana Bandiera” che ci fa pensare, dopo una seconda visione, a una delle opere prime italiane più originali e appassionate degli ultimi anni, sorretta da una regia funzionale, a totale servizio dei magnifici attori e da un plot asciutto e fiammeggiante, privo di inutili orpelli. E così, la cocciutaggine dell’anziana albanese e della coppia lesbica che si fronteggiano in auto senza che una lasci passare l’altra nel budello del titolo – dove Emma ha vissuto ben dieci anni – diventa potente metafora dell’immobilismo e dello stallo culturale in cui sembra precipitato l’intero Paese.
È tratto dal curioso, omonimo romanzo breve che la Dante aveva pubblicato nel 2008 per Rizzoli (potete trovare l’e-book in vendita online), un interessante esperimento linguistico che gioca sul registro dialettale del palermitano innestato nell’italiano, evitando però facilonerie folkloristiche attraverso una prosa piuttosto immaginifica di ammirevole creatività.
Prima dell’incontro pubblico, Emma ci ha concesso un’intervista esclusiva.

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Del personaggio di Rosa, nel romanzo, è ben tratteggiato, con pochi cenni precisi, il suo ‘disorientamento sessuale’, come hai scritto, più che l’orientamento sessuale: odia le lesbiche e non accetta la sua ‘natura maschile’.
Secondo me il disorientamento sessuale di Rosa è più un disorientamento dello sguardo degli altri. Lei in realtà non è disorientata, non la vedo così. È molto consapevole e decisa nelle scelte della sua vita. Ma è costretta ad andarsene da Palermo proprio perché lì la vedono disorientata. Si porta dietro questa ferita. Nel romanzo si spende molto tempo sui personaggi di Rosa e Clara, nel film certe cose si lasciano intendere ma non vengono dette, è tutto molto più misterioso.

Che cosa c’è di Emma in Rosa?
C’è molto. Pur essendo io una donna di 46 anni ci sono cose che mi fanno tornare bambina: punto i piedi, mi arrabbio, odio la sciatteria, i tabù, la maldicenza. Non sopporto quando gli altri non accettano la diversità che per me è una ricchezza profonda.

Il personaggio di Clara è invece meno torturato, lo definisci così: “come tutte le donne nordiche, nell’intimità è passionale. Spregiudicata, leale e romantica”. Secondo te le donne del nord sono più passionali di quelle del sud?
Mi tiri fuori delle frasi che non ricordo, non l’ho riletto da un sacco di tempo! Sì, le donne del nord sembrano più altere mentre quelle siciliane sembrano più focose, usano più la gestualità. Non mi piace generalizzare ma le donne del nord sembrano più algide ma poi si concedono di più, sono generose quando c’è un rapporto di seduzione. Clara è un po’ così, sembra spigolosa ma poi si dà tutta.

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Perché hai scelto Alba Rohrwacher per il ruolo di Clara?
Mi piace moltissimo, è un’attrice che è l’opposto di me. Ha una grande luce.

Rosa e Clara sono in realtà molto complementari anche se hanno una visione diversa dell’amore.
Clara non è una ‘vera’ lesbica, ha un’esperienza d’amore con una donna per la prima volta. Ha avuto altre esperienze eterosessuali. È in qualche modo bisessuale. Rosa è invece lesbica dalla nascita. Ma per assurdo Clara vive la sua sessualità in maniera meno torturata rispetto a Rosa: questo è strano. Rosa odia le lesbiche, in qualche modo è omofoba! In realtà Rosa è stata rovinata dalla famiglia, dal contesto in cui è vissuta: quelle ferite lì non te le togli più, quelle incomprensioni e giudizi terribili ti restano addosso tutta la vita. E rischiano di farti diventare un essere peggiore. Rosa rischia ma alla fine ritrova Clara.

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È magnifico il personaggio dell’anziana albanese Samira, “una Madonna senza Paradiso”. Come hai scelto la splendida Elena Cotta, vincitrice della Coppa Volpi a Venezia?
Un personaggio fondamentale, perché non dice una parola. Riempie la storia di senso. Ma in realtà non è muta: non ha più niente da dire. È la maschera antica della tragedia greca, la donna monolite che sta lì, assorbe tutto, sia le cattiverie che le cose buone, una specie di cassaforte. Sono stata fortunata a trovare quest’attrice straordinaria. L’ho conosciuta ai provini. Quando l’ho vista mi sono detta: è lei. Mentre scrivevo pensavo a Samira come uno stereotipo: scura, magrissima, con gli occhi scuri. Ho capito che lei era bionda con gli occhi azzurri. Samira era molto oltre l’idea che mi ero fatta. È incredibile quando succede. Elena Cotta ha sconvolto le mie certezze.

Nel romanzo la componente istintuale, animalesca è molto importante.
Sì, come nel film: ci sono piccioni, zanzare, mosche, pony, cani, gatti. È un film molto animale. Ma non c’è la pioggia di vermi!

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Il personaggio di Natale, l’omosessuale che in un luogo di battuage conosce una coppia formata da un anziano e suo genero che lo portano a casa loro, nel film non c’è. Eppure nel romanzo gli dedichi un intero capitolo. Da dove nasce l’idea e come mai l’hai espunto?
Viene dal racconto che mi ha fatto un carissimo amico che tuttora frequenta i battuage e ha vissuto le esperienze che racconto. Mi ha detto di essere andato a casa di un uomo molto anziano con suo genero: è esattamente la scena che racconto nel romanzo. Lui è poi stato con entrambi. Ma in particolare il dettaglio della fotografia del genero con la moglie, figlia dell’altro uomo, che lui osserva mentre hanno l’incontro sessuale, era molto interessante narrativamente. L’ho tolto perché il film è concentrato in Via Castellana Bandiera, quasi tutto avviene nella via, non c’è neanche il tradimento di Clara col ragazzo.

Nel tuo teatro spesso è presente la tematica queer, come in “Le pulle”, “Mishelle di Sant’Oliva” e il recente “La bella Rosaspina addormentata”.
Faccio spesso spettacoli in cui cerco di indagare le tematiche ‘scomode’, cerco di combattere i tabù, di fare altre domande. Spesso il mio teatro racconta storie di omosessuali, di figli non capiti e rifiutati, puttane che sognano una vita diversa.

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Pensi di continuare a lavorare nel cinema, magari portando il tuo teatro sul grande schermo?
Sì, sto proprio pensando a una pièce teatrale che possa diventare un film. Ma deve essere un’altra storia necessaria che faccio con grande partecipazione, sennò non ha senso. Non faccio cinema tanto per farlo.

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