Cresciuto in un ambiente soffocante, Eric Shin ha imparato sin da bambino cosa significhi sentirsi soli, emarginati e diversi.
Nato in Corea del Sud e cresciuto tra Asia e Stati Uniti, Eric si è trovato ben presto a fare i conti con le rigide regole imposte dalla sua famiglia (e dalla religione che professavano, che gli proibiva persino di festeggiare Natale e compleanno) e con un sistema che non gli permetteva di far emergere la sua vera identità: “Mi sono sempre sentito molto emarginato“, ci ha raccontato.
Nonostante tutto questo, però, Eric oggi vive a Vercelli con il suo compagno. È un creator queer di successo, che può vantare milioni di visualizzazioni e che con il suo primo singolo, Kittesen, ha trovato un nuovo modo per dire al mondo: “Vivi come vuoi“.
Egli, infatti, nonostante le diverse difficoltà incontrate lungo la sua strada, non si è mai arreso e ha sempre ascoltato chi ha creduto in lui.
Dunque, in questa lunga intervista avrete modo di conoscere più a fondo Eric che, con profonda sincerità e palpabile emozione, ha deciso di raccontarci la sua storia, partendo dalla sua infanzia, passando per la sua adolescenza e la scoperta della sua sessualità, per arrivare ad oggi che sta progettando la sua vita insieme al suo compagno.
Un’intensa intervista in cui Eric ci ha raccontato, con delicatezza e determinazione, come ha trasformato il suo dolore in forza e come oggi, con i suoi contenuti, speri di essere d’ispirazione e di strappare un sorriso in chiunque lo segue: “Cerco sempre di trasmettere positive vibes“.
Una storia di rinascita, amore e speranza che sono davvero felice di aver potuto vivere qualche giorno fa insieme a lui e ora di poterla raccontare a voi tramite queste righe.
Buona lettura!

Eric Shin: la sua adolescenza tra Asia e Stati Uniti alla scoperta del sé
Nato in Corea del Sud, hai raccontato di essere cresciuto in un ambiente fortemente religioso e oppressivo, quello dei Testimoni di Geova, che abbracciava visioni anti-LGBTQI+: che bambino sei stato?
Ero un bambino molto obbediente e molto silenzioso e penso che fosse legato alla mia educazione. Sono nato in una famiglia asiatica e sin da piccolo i miei genitori mi hanno insegnato ad essere molto educato, di rispettare gli anziani e di eccellere sempre a scuola. Ovviamente, come tutti i bambini, anche io non ho mai messo in discussione quanto mi dicevano perché loro rappresentavano tutto il mio mondo. E lo stesso ho fatto con la religione: li accompagnavo alle riunioni dei Testimoni di Geova, assorbendo tutti gli insegnamenti che venivano trasmessi lì.
Se ripensi a quei momenti, quali sono le prime immagini che ti vengono in mente?
Non saprei perché, soprattutto all’inizio, per me era tutto normale. Pensavo che si trattasse di una chiesa normale, come quella che frequentavano anche tutti gli altri bambini. Poi, pian piano, ho realizzato che si trattava di una setta.
Con il senno di poi, cosa percepisci di negativo da quell’esperienza?
Mi sono sempre sentito molto emarginato dai miei compagni di scuola. Ad esempio, ricordo che non mi era permesso festeggiare i compleanni, il Natale. Mi sentivo sempre molto invidioso dei miei compagni di scuola perché loro invece potevano festeggiare e ricevano molti regali. Mentre io ero sempre molto solo.
Quando hai capito di essere omosessuale e come hai reagito?
Secondo me, l’ho sempre saputo. Vivendo in quel mondo, però, non conoscevo le parole giuste per definirmi. Ricordo che mi sentivo molto più a mio agio con le mie amiche femmine mentre mi sentivo sempre insoddisfatto quando giocavo con i ragazzi, magari a calcio o con i videogames. Quindi crescendo ho cominciato a capire di più sulle persone che mi attraevano.
Dunque, se guardi indietro a te bambino, cosa pensi?
Se ripenso al passato, ancora oggi provo molta tristezza per il me bambino. Soprattutto perché non percepiva minimamente il bel futuro che sarebbe arrivato. Quando avevo 13 anni mi sentivo molto impotente perché pensavo che non avrei mai potuto vivere la vita che desideravo. In qualche occasione ho persino pensato di togliermi la vita. Dentro di me, però, c’era una voce che mi spingeva a non arrendermi. Per fortuna, ho sempre ascoltato questa voce nella mia testa.
Chi ti è stato d’esempio in quel periodo?
Quando ero bambino ho ascoltato in segreto la musica di Lady Gaga. In quel periodo lei era un’artista molto controversa e i miei genitori non mi permettevano di comprare il suo album. Ricordo, però, che una notte sono andato a comprare in segreto il suo nuovo album e da quel momento ho cominciato a scoprire la mia sessualità, cosa mi piacesse e chi avrei voluto essere.
Cosa ti sentiresti di dire ad un adolescente che sta vivendo una situazione simile alla tua, magari in un ambiente ostile?
Dunque, per chi sta vivendo oggi una situazione simile alla mia, mi sentirei di dire di non avere paura e di chiedere aiuto a qualcuno di fidato, che sia un insegnante, un amico o un familiare. Ricordate: basta anche solo una persona per cambiarci la vita. Quindi non abbiate paura e parlate con gli amici o con qualcuno che pensate possa aiutarvi.
Tu a chi hai chiesto aiuto?
Io al liceo ho potuto contare sull’appoggio di una mia professoressa che mi ha spinto a fare domanda per l’università, ha creduto in me e mi ha sempre incoraggiato a essere me stesso.

Corea del Sud, Stati Uniti, Cina e Italia: il viaggio di Eric Shin
Da giovanissimo hai dovuto lasciare la tua terra d’origine (la Corea del Sud) per trasferirti prima negli Stati Uniti, poi a Shangai e infine a Milano: come hai affrontato questi step della tua vita?
La prima volta che ho lasciato la Corea del Sud avevo sei anni. Mio papà si era dovuto trasferire negli Stati Uniti per lavoro e noi lo avevamo dovuto seguire. Dunque ho vissuto lì fino ai miei 16 anni; poi siamo tornati in Corea del Sud.
In quei dieci anni trascorsi negli Stati Uniti sei riuscito ad ascoltare di più te stesso o eri ancora succube di tutto ciò che di più grande ti circondava?
Ancora no perché ero molto piccolo. Andavo a scuola e in segreto ascoltavo la musica degli artisti queer, ma solo quando sono tornato in Corea del Sud ho capito la mia sessualità e ho iniziato ad ascoltarmi, grazie anche alla mia professoressa del liceo che mi ha spronato a fare domanda per l’Università. E così sono partito per Shangai.
Cosa ti sentiresti di dire alla tua professoressa che ti ha aiutato ad ascoltare il tuo cuore?
Non avevo mai pensato a quanto lei fosse stata importante per me. Ho sempre cercato di tenere quei ricordi chiusi in un cassetto. Quindi le direi un grazie sincero e che mi manca molto.
Dopo l’esperienza a Shangai, che cosa ti ha portato qui da noi in Italia?
Onestamente non lo so. Ero sempre in movimento e ad un certo punto ho pensato che non avessi mai visitato l’Europa; dunque, ho deciso di fare domanda per frequentare un’università qui a Milano. E così sono arrivato in Italia. Quindi eccoci qua. Ora vivo con il mio compagno a Vercelli, una città che si trova tra Milano e Torino.
Immagino che, soprattutto all’inizio, anche qui in Italia non sia stato molto facile per te: c’è stata qualche occasione che ti ha ferito particolarmente?
La parte peggiore per me è stata il razzismo casuale. Ad esempio, i miei coetanei chiamavano ogni persona asiatica cinese, senza capire che non è così. È per questo che nel mio brano “Kittesen” ho inserito la frase “Mi chiamano cinese, ma non sono cinese. Str0nz@, sono coreano”. Oppure, molti italiani si sentono ancora liberi di usare parole che per esempio negli Stati Uniti sono bandite da tempo, come per esempio la n word. Insomma, mi lasciava perplesso l’atteggiamento degli italiani nei confronti dei migranti. All’inizio ero scioccato.

Da creator a cantante: “KITTESEN” è il primo singolo di Eric Shin
Com’è nata questa tua passione per i social?
Quando sono andato a convivere con il mio ragazzo (da sabato 21 dicembre 2024 mio marito) mi annoiavo a stare a casa, perché lui lavora. Quindi, non potendo lui darmi attenzione tutto il giorno, io ho iniziato a creare qualche contenuto per i social. Da sempre amo ballare e quindi ho iniziato a registrare qualche video in cui coreografavo alcune celebri canzoni. Uno di quei video è diventato virale, superando le 7 milioni di visualizzazioni, e quindi lì è sbocciata completamente la mia passione per i social media.
Il tuo percorso come content creator ha ispirato tante persone della comunità queer. Qual è il messaggio che speri di trasmettere ogni giorno attraverso i tuoi contenuti?
Cerco di trasmettere positive vibes. La nostra vita è già di per sé molto impegnativa. Sui social mi piace guardare video divertenti e penso che i miei follower cerchino altrettanto; dunque, mi impegno a pubblicare contenuti che possano far ridere, intrattenere, divertire, distraendoci per un attimo da ciò che ci succede attorno.
Quando hai deciso di passare dalla creazione di contenuti alla musica? Qual è stata l’ispirazione dietro “KITTESEN” e come ti rappresenta?
Per prima cosa mi sento di dire che noi tutte persone queer, chi più chi meno, abbiamo la necessità di affrontare e guarire dai nostri traumi del passato. In quest’ottica, per me i social network sono stati sin dall’inizio un canale per esprimere la mia creatività. Dunque, nonostante molte persone vedano il lavoro come influencer un qualcosa di cringe, io credo invece che questa professione mi abbia permesso di liberarmi dal giudizio degli altri. Quindi, ho deciso di fare questa canzone per dire: “Chi sei? Ma chi se ne frega di quello che pensano gli altri di te. Vivi come vuoi vivere te”.
So che hai avuto modo di esibirti con “Kittesen” a La Boum: che cosa ha significato per te?
Quando sono arrivato qui in Italia, a Milano, ho iniziato a frequentare insieme ai miei amici il “La Boum” e ho avuto modo di conoscere alcune Drag che si esibiscono su quel palco. Così, quando è uscito il mio singolo, mi è stato proposto di esibirmi lì e io ho accettato molto volentieri. Per me quel posto è stato moto importante. Anche se in realtà penso che il “La Boum” sia un luogo molto importante per tutte le persone queer.
Sui social, anche dopo il rilascio del tuo singolo “KITTESEN”, hai ricevuto diversi commenti negativi: come reagisci a chi commenta negativamente ciò che fai?
Per prima cosa ci tengo a precisare che la mia canzone non è molto seria. E, forse, proprio per questo, sono rimasto parecchio sconvolto quando le persone hanno iniziato a lasciare commenti negativi sotto il mio video, scrivendo cose tipo: “Perché devi venire qui dal Korea a fare ste cagate?”. Dall’altro lato, però, quando vedo questa tipologia di commenti sotto i miei video penso che siano frutto di una frustrazione comune dovuta alla conduzione in cui vivono molte persone. Penso che tante di queste siano infelici e riversino l’odio sui social. Quindi prima mi infastidivo, ora non me ne frega niente.

Eric Shin e la sua storia d’amore: “Sabato 21 dicembre 2024 mi sposo!”
Qui in Italia hai incontrato il tuo grande amore: com’è nato?
Noi ci siamo incontrati su Tinder. Devo essere sincero: prima di incontrare il mio compagno, ho frequentato molti stronzi. Penso, infatti, che molti uomini italiani facciano ancora fatica a dichiarare il loro amore nei confronti di un altro uomo, perché hanno paura dei loro familiari o dei nonni. Il mio compagno, invece, è totalmente diverso. È una persona molto dolce che mi supporta in tutto ciò che faccio. Sono molto felice di sposarlo.
Quando vi sposerete?
Il nostro matrimonio è previsto per sabato 21 dicembre 2024. Faremo una festa piccola perché, come ben sai, qui in Italia non si tratta di un vero e proprio matrimonio, bensì di un’unione civile. Ma poi chissà… magari un giorno le leggi cambieranno e noi potremo fare una festa molto più grande, con tutte le persone che ci vogliono bene. Magari anche con i follower; perché no?
Alla luce di quello che hai appena detto, che futuro vedi per la tua coppia?
Per noi la cosa più importante è essere felici e in salute. Per il momento mi sembra che stia andando tutto per il verso giusto. Poi ovviamente mi auguro che l’Italia diventi sempre più aperta e inclusiva nei confronti della comunità LGBTQIA+. Comunque, penso che il nostro futuro sarà meraviglioso. Bisogna essere positivi.
Avete mai pensato a dei figli, a delle adozioni?
Sì. Adesso la situazione è molto triste, però, dobbiamo avere forza. Non dobbiamo arrenderci e dobbiamo continuare a dimostrare a chi ci governa che noi siamo umani e che siamo tutti uguali.
Per concludere…
Mi piacerebbe dire a chi ci sta leggendo che, con tutte le cose brutte che stanno succedendo nel mondo, tutti abbiamo davvero bisogno di dare e ricevere un po’ di gentilezza e compassione. Dobbiamo essere empatici. E se qualcuno non è gentile con noi, possiamo rispondere con la mia canzone “Kittesen”.
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