Giuseppe Maggio arriva in Mrs Playmen come un’onda laterale, apparentemente decorativa: è il fotografo bello, sicuro di sé, il maschio che seduce la ragazza di periferia e la trascina nel mondo dei nudi patinati. Luigi Poggi, però, puntata dopo puntata, mutua la facciata da macho in una fluidità affettiva, sessuale e intellettuale che attraversa e incrina l’industria dell’erotismo etero e maschiocentrico nell’Italia cattolica dei primi anni Settanta. È omosessuale, frequenta i pochi locali clandestini dell’epoca, ama le modelle e i modelli che fotografa, vorrebbe in verità trasformare quell’impalcatura standard in una narrazione visiva più realistica, più vicina allo spirito creativo avanguardista di quegli anni, ma allo stesso tempo partecipa alla macchina che consuma i corpi femminili. Un comprimario solo in apparenza: il suo arco narrativo è decisamente politico, forse il più politico, della serie Netflix dedicata ad Adelina Tattilo (interpretata da una straordinaria Carolina Crescentini), la donna che fece di Playmen la culla del non conformismo, mai troppo amata da destra né da sinistra. Apertamente avversata dal clerico-catto-conformismo che ieri come oggi attanaglia la cultura italiana.

Giuseppe Maggio non è un volto nuovo, solo che il sistema lo tratta spesso come se lo fosse. Romano, classe 1992, debutta adolescente nel cinema di Moccia con Amore 14, poi è protagonista romantico in Almeno tu nell’universo, attraversa anni di fiction generalista (Solo per amore, Il bosco, Tutti insieme all’improvviso, La compagnia del cigno) e approda alle piattaforme con il successo globale di Baby, e ancora Sul più bello, e Perfetta illusione. Negli ultimi tempi sposta l’asse: in Spagna canta Raffaella Carrà in Ballo Ballo e in Francia interpreta un giovane Bernardo Bertolucci in Maria di Jessica Palud, presentato a Cannes. Fluente in francese e spagnolo, un curriculum che racconta un attore più mobile e curioso di quanto l’industria italiana sembri concedergli. Nel 2022 Maggio regala una proverbiale prova recitativa in La mia ombra è tua, nel quale si affianca a Marco Giallini, in un road movie diretto da Eugenio Cappuccio passato forse troppo inosservato (qui sei minuti di videobook di Giuseppe Maggio).
Nell’intervista caon Gay.it realizzata in video-chiamata, Maggio entra dentro Luigi Poggi: la rappresentazione LGBTIAQ+ e le ispirazioni per la costruzione del personaggio, le ferite, l’ambizione, il desiderio, il nudo integrale girato e poi tagliato, il rapporto di potere e tenerezza con l’oscuro e combattuto personaggio interpretato da Filippo Nigro, il suo sguardo sull’attivismo “da social” e su un cinema italiano dove, dice, troppo spesso conta chi ti presenta, più che quello che sai fare.
Intervista a Giuseppe Maggio

Partiamo da Luigi Poggi, il fotografo di immagini erotiche della serie tv che sta sbancando Netflix. È un personaggio inventato, inizialmente scritto quasi come una caricatura: vanesio, narcisista, manipolatore. Poi c’è un percorso di redenzione, e di presa in carico morale, a mio avviso molto riuscito. Come ci hai lavorato per farlo diventare il corpo ferito e tridimensionale che vediamo nella serie?
Giuseppe Maggio: Sulla carta era davvero molto netto, quasi “tipo” più che persona. Con il regista ci siamo detti: ci interessa solo un vanesio manipolatore o vogliamo capire perché è così? Da lì ho iniziato a ragionare sulle sue circostanze: viene dalla periferia romana, ha visto sempre e solo un modello amorale, gente disposta a tutto pur di arrivare. E lui copia quello che ha davanti. Mi interessava far sentire che dietro la facciata c’è un ragazzo pieno di ferite, uno che ha un disperato bisogno di essere guardato, di qualcuno che per la prima volta non lo usi ma si fidi di lui. Quel qualcuno, nella serie, è Tattilo.
Come giornale cerchiamo di porre attenzione alle modalità di rappresentazione dei personaggi LGBTIQ+, soprattutto in prodotti mainstream. Luigi poteva facilmente diventare una macchietta caricaturale. È stato un argomento nella costruzione di Luigi Poggi?
Giuseppe Maggio: All’inizio quel rischio c’era, anche perché l’epoca lo “giustificherebbe”. Ma né io né il regista avevamo voglia di fare l’ennesimo cliché. Non c’è nulla di sbagliato nelle identità più effeminate, ci mancherebbe, ma qui la tentazione era un’altra: fare il gay simpatico, rassicurante, tutto luce positiva per non disturbare nessuno.
Invece Luigi ha anche un lato oscuro, sbaglia, ferisce. E a me interessava proprio questo: un personaggio queer che non sia solo “esemplare”, ma umano, contraddittorio, a volte persino sgradevole. È lì che smette di essere un’idea e diventa una persona.
Luigi Poggi è in effetti nei fatti più queer di quanto molte persone che sbandierano la queerness sarebbero disposte ad ammettere. In un’intervista hai raccontato che non era la prima volta che baciavi un uomo sul set. Qui succede con Filippo Nigro. La prima volta quando è stata?
Giuseppe Maggio: In realtà era successo già ne ‘La compagnia del cigno’, in un ruolo molto piccolo, con Alessandro Roia. Lì è stata una cosa rapida, quasi un lampo. In ‘Mrs Playmen’ è diverso: la relazione con il personaggio di Nigro è una delle colonne portanti del percorso di Luigi, quindi il bacio è solo la punta dell’iceberg di un rapporto di potere, desiderio, dipendenza, tenerezza.
Ti faccio la domanda che tutti si fanno un po’ morbosamente, ma credo sia comprensibile: la scena di nudo integrale tra te e Nigro. Tu l’hai girata davvero, gli spettatori però non la vedono. Cos’è successo?
Giuseppe Maggio: L’abbiamo girata, sì. C’è la scena dopo che abbiamo fatto l’amore: lui seduto a letto con la vestaglia che fuma, io nudo sdraiato accanto. In montaggio hanno scelto di non inquadrare il nudo integrale.
Immagino che si siano chiesti che tipo di patina dovesse avere la serie, che pubblico avesse, se quella nudità fosse necessaria o no. Hanno deciso di no, legittimo. Io non metto mai “paletti” di questo tipo: se accetto un progetto, accetto anche le scene scomode. Quello che mi interessava di quel nudo era il senso: lui (Nigro ndr), cresciuto in un’educazione rigidissima, anche nell’intimità ha bisogno di coprirsi; Luigi invece non si protegge, è nudo davvero. In un’inquadratura c’erano due educazioni, due mondi. E per me quella era la chiave.
Nella tua testa, chi è Luigi Poggi? E quanto ti assomiglia nella fame e nell’ambizione?
Giuseppe Maggio: È uno con una fame enorme, questo è evidente, ma non solo di successo: ha un fuoco estetico fortissimo. Non vuole limitarsi a fare le foto posate alle ragazze “giuste”, vuole ribaltare lo sguardo, sporcarsi con una bellezza più graffiata, più vera. La sua prima copertina è di una ragazza che non rientra nei canoni dell’epoca: viene dal nulla, è viva, non perfetta. Lui è attratto da quel tipo di bellezza.
Qui mi ci ritrovo molto: in tutto quello che faccio cerco una mia idea di bellezza, non qualcosa che sia oggettivamente “bello”, ma che mi faccia provare un godimento estetico. La bellezza è quello che ti muove dentro, non quello che mette tutti d’accordo.
A differenza del personaggio di Nigro, un fascista omosessuale velato, Poggi vive con una certa tranquillità la propria sessualità, pur restando in bilico in alcune scelte di ambizione e potere. È stata una scelta degli sceneggiatori quella di inventare un personaggio così risolto con la propria sessualità? O mi sono perso qualcosa?
Giuseppe Maggio: Gli sceneggiatori hanno posto le basi, ma il bilico l’abbiamo costruito molto sul set. Ci siamo chiesti: vogliamo raccontare il “marchettaro” da manuale o un tipo che, pur vivendo in quel mondo, è molto più consapevole di sé?
Luigi oscilla sempre tra questi poli e solo alla fine capisci davvero da che parte sta. Con il personaggio di Nigro il rapporto è quasi “classico”: meno fisico di quanto ci si aspetterebbe, più mentale, da maestro-allievo. È un legame che ti cambia dentro, più che nel corpo, e mi sembrava una cosa potente da mostrare oggi.
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C’è una scena che abbiamo molto amato, ma che ci lascia inquieti, oggi più di ieri francamente: l’aggressione omofoba nel locale da parte di squadristi fascisti. Nigro scappa, tu ti butti nella mischia a difendere gli altri. È un turning point politico enorme. Come l’hai lavorata?
Giuseppe Maggio: Quella scena per me è una delle più forti. È lì che Luigi smette di essere spettatore e prende una posizione, anche fisica, rischiosa. Ho cercato di portare tutto quello che avevamo seminato prima: gli sguardi con Tattilo, il fastidio trattenuto quando gli altri ridono delle donne in copertina, l’empatia che lui prova e non sa ancora nominare. In quella rissa esce allo scoperto: non solo come gay, ma come persona che non sopporta più di stare zitta davanti alla violenza.
A proposito di genealogie: ho scoperto solo documentandomi su questa serie, che Adelina Tattilo, anni dopo Playmen, fondò Adam, una delle prime riviste erotiche gay italiane patinate. La figura di Adelina Tattilo ti ha influenzato? Mi sei sembrato sinceramente rapito, mentre ne parli.
Giuseppe Maggio: Tantissimo. Amo i personaggi che non si limitano a stare nel proprio tempo, ma lo spostano di qualche centimetro. Tattilo è una di quelle che ha spostato molto, in silenzio e a colpi di copertine.
È bello, come attore, sentirsi anche solo un tassello di questo racconto più grande: non stai solo facendo una serie tv, stai toccando storie che hanno avuto un effetto concreto su come oggi guardiamo i corpi, il desiderio, chi sta ai margini.
Restiamo sulle rivoluzioni. Nello stesso periodo di Tattilo, nel ’69, a New York esplodono i moti di Stonewall. Oggi, che tipo di rivoluzione ti sembra possibile o necessaria?
Giuseppe Maggio: È difficile fare paragoni, perché allora si combatteva letteralmente contro l’intera società, non contro una “bolla”. Pensare a uomini e donne che in quegli anni hanno messo il proprio corpo davanti alla polizia, ai manganelli, mi commuove. Penso anche a figure come Renato Zero: uno che viene da un mondo super patriarcale, super chiuso, e decide di esporsi così com’è. Quella fu una rivoluzione enorme.
Oggi i problemi non sono finiti, ma sono diversi. Forse la rivoluzione necessaria è tornare a dare peso alle cose, alle lotte, alle parole. Smetterla di consumarle a colpi di post.
Su questo ti avevo letto molto critico verso un certo attivismo “da social”. Cosa ti disturba esattamente?
Giuseppe Maggio: Mi disturba quando si combattono battaglie senza saperne niente. Non il fatto di esporsi, ma la superficialità.
Va benissimo esporsi, anzi è fondamentale, però se ti metti dietro una bandiera dovresti sapere almeno perché. Trovo che molti lo facciano per convenienza: perché conviene mostrarsi da una parte della barricata, accumulare like, dare l’idea di essere “giusti”, mentre dentro magari non hai spostato di un millimetro il tuo sguardo. È un attivismo di facciata, ed è pericoloso perché svuota le cose.
L’altro giorno la Camera ha votato una legge che di fatto rende più difficile fare educazione affettivo-sessuale a scuola. Tu come la vedi, da uomo adulto, al di là delle tifoserie politiche?
Giuseppe Maggio: Io la vedo come una questione di buon senso, prima ancora che politica. Se tu insegni a un bambino, fin da piccolo, che cos’è la sessualità, gli dai strumenti. Gli permetti di conoscere le proprie pulsioni, di non vivere nel tabù, di parlare invece di nascondersi. Questo, nel tempo, crea adulti più sani, o almeno meno spaventati.
Non è una cosa “di sinistra” o “di destra”: è semplice logica. Quando metti i ragazzi sotto una campana di vetro, non li proteggi, li lasci soli.

Mi sembra che tu sia un attore sottovalutato. Ti pesa? Cosa non funziona, secondo te, nel cinema italiano?
Giuseppe Maggio: Mi fa ridere a volte. Mi è capitato di sentirmi dire: “sei troppo bello per questo ruolo”. Come se un attore non potesse cambiare pelle. Io ho preso 15 chili per un film con Giallini, 9 per Maria, ho messo apparecchio, occhiali, riga, ho tolto la barba: ero un’altra persona. E non lo dico per vantarmi, lo dico perché è il mestiere: un attore deve poter essere tante cose.
Invece qui si cerca spesso il personaggio già pronto: quello che “gli assomiglia” il più possibile, così si lavora meno. È una lettura pigra del neorealismo. Nel vero neorealismo c’erano grandi attori, grandi sceneggiature, non solo facce prese dalla strada perché costano poco.
Poi c’è l’altro lato: non sei abbastanza bello o abbastanza “prestante” per certi progetti. Alla fine ti ritrovi in una zona grigia.
E sopra tutto c’è il tema delle relazioni di sangue e di amicizia: figli di, nipoti di, amici di. Non sempre, ma spesso funziona così. Io non vengo da quel mondo lì, tutto quello che ho fatto l’ho fatto con le mie gambe. È molto faticoso, ma anche molto soddisfacente quando qualcosa va bene.
Hai lavorato con autori francesi, con Nacho Álvarez in Spagna, sei stato Bertolucci in Maria. Se penso ai dieci registi italiani più considerati oggi, però, tu mi dicevi che non hai mai fatto mai un provino per loro. È così?
Giuseppe Maggio: È così. Per nessuno dei “grandissimi” italiani ho mai fatto un provino. In Francia ho lavorato con Jessica Palud, che ha portato ‘Maria’ a Cannes, in Spagna ho fatto ‘Ballo Ballo’ cantando Raffaella Carrà, mentre a casa mia, paradossalmente, resto più ai margini. Credo che all’estero il mio profilo venga percepito in modo diverso: forse c’è meno pregiudizio, meno “lo conosco, è quel tipo lì”. Qui, se non entri in certi giri, rischi di non arrivare mai nemmeno sul tavolo dei casting.
L’unica cosa che posso fare è continuare a lavorare, scegliere progetti che mi somigliano, non accontentarmi. Mi sento ancora giovane, e penso di avere tanto da dare. Il mio obiettivo è restare il più possibile internazionale: parlo francese, inglese, spagnolo, italiano. Mi piacerebbe che un giorno fosse normale vedermi in una serie italiana e poi in un film francese o spagnolo, senza che nessuno si stupisca.
È il provincialismo conformista italiano. È una cosa che conosciamo bene da queste parti. Hai mai fatto il casting per “Nuovo Olimpo” di Ferzan Özpetek?
Giuseppe Maggio: È un regista che stimo. Ma no, il mio nome non è mai arrivato sul suo tavolo.
