Domani 31 marzo si celebra il Transgender Day of Visibility (qui tutti gli eventi previsti in Italia), la giornata internazionale dedicata alla visibilità delle persone transgender. Per l’occasione vale la pena fermarsi su una storia che ha dato un impulso iniziale non trascurabile alla comunità LGBTQ+ italiana in quel momento storico in cui i social entrarono nelle nostre vite: quella di Francesco Brodolini, protagonista di un’intervista pubblicata sul canale di Valerio Calcagni, e che il video stesso definisce “il primo ragazzo trans ad essersi raccontato sui social” nel nostro paese.
Era il 2014 quando Francesco iniziò a documentare apertamente il proprio percorso di affermazione di genere su Instagram e Facebook, diventando un punto di riferimento per migliaia di persone. Un atto che oggi potrebbe sembrare quasi ordinario, ma che all’epoca richiedeva un coraggio raro: quello di mettere la propria vita, il proprio corpo e la propria trasformazione al centro di uno schermo, senza filtri e senza rete di protezione.
L’intervista si svolge in un’atmosfera disarmante nella sua semplicità: una tisana, una passeggiata nella campagna ciociara dove Francesco vive oggi. Il racconto parte dall’infanzia, da quando aveva tre anni e già sapeva. Lo ricorda con lucidità: la madre che cercava di farlo giocare con le bambole, e lui che ne tagliava i capelli per protesta. A cinque anni, rivolto alla sua maestra, disse con una convinzione che non lasciava spazio a dubbi: “Noi ci sposeremo e faremo tanti bambini.” Alla domanda della maestra “ma sei una femmina?” rispose: “No, io sono Alessandro.”
Quella certezza infantile avrebbe convissuto per decenni con un dolore sordo e quotidiano. Francesco descrive i ventisette anni trascorsi prima dell’inizio della transizione medica come un’esistenza in apnea: non vivere, sopravvivere. Uno dei passaggi più toccanti del video riguarda il rapporto con lo specchio, trasformato per anni in un nemico da evitare. Francesco racconta di come arrivasse a coprirsi con delle buste per non vedere le forme femminili che crescevano, un disagio profondo, radicato, che la famiglia faticava a comprendere e nominare.
La svolta arriva il 27 novembre 2018, data incisa nella sua memoria come una seconda nascita. “Ho avuto la possibilità di nascere e rinascere senza morire una volta sola“, dice Brodolini. Quella data, e la parola “Rinascita” tatuata sulla mano, rappresentano il confine tra due vite. La conclusione necessaria di un percorso che aspettava da decenni.
Il video non si sottrae alle zone d’ombra. Francesco racconta la discriminazione subita, paradossalmente anche all’interno della comunità LGBTQ+. Racconta la ferita del matrimonio in chiesa negato: nonostante fosse legalmente Francesco, per il clero contava solo il sesso biologico o l’esito di esami invasivi. Eppure la sua fede è rimasta intatta, anzi si è fatta più personale e più solida: “Io sono figlio di Dio e Dio non va a vedere come siamo fatti fisicamente, Dio ci ama perché siamo noi”
C’è poi il tema del suo dead name, Luna, affrontato senza rancore. Francesco dice di aver fatto pace con quella parte di sé: “Vado a custodire Luna come se fosse la parte più difesa di me.” specificando e ricordando che il dead name può essere utilizzato soltanto quando la persona acconsente (“Per alcune persone trans quel nome deve sparire e io lo capisco e questa cosa va rispettata” dice).
Il video si chiude con un messaggio rivolto a chi sta iniziando il proprio percorso. Francesco paragona l’affermazione di genere a una salita ripida, faticosa ma necessaria per godersi la discesa. La sua testimonianza, resa senza vittimismo, senza retorica, con la semplicità di chi ha già attraversato il fuoco, ricorda che la felicità non è un lusso. È il risultato del coraggio di essere se stessi, oltre ogni pregiudizio. Nel giorno in cui il mondo si ferma a riconoscere l’esistenza delle persone trans, storie come quella di Francesco sono una bussola. Grazie Francesco Brodolini.

