Chi sono i puppy: la nuova comunità (mascherata) che abbiamo visto ai Pride

Chi sono e perché diventare un Puppy, i ragazzi che hanno sfilato ai Pride con una maschera da cane.

Giocosi, fetish e anche orgogliosi. Dopo una prima apparizione nel 2017, quest’anno i puppy hanno fatto la loro comparsa ai Pride.

I cani piacciono a tutti, evidentemente anche quelli non propriamente a quattro zampe. Sarà per questo che un branco ancora piccolo come quello dei puppy italiani è riuscito ad attirare tanta attenzione sfilando nei cortei LGBT di Milano, Roma e Napoli. Dietro le loro maschere da cane, che hanno suscitato curiosità e le solite polemiche su gay sobri e argomenti affini, c’è una delle comunità più giovani e in crescita della cultura fetish. Nato nel mondo anglosassone quasi vent’anni fa, il puppy play si propone di lasciare uscire la nostra natura canina. In Italia, la scena è ancora in fase di sviluppo, ma può già contare sul suo “re” annuale, il Mr. Puppy italiano, che quest’anno risponde al nome di Aaron.

mr puppy
Aaron Green, Mr. Puppy Italia 2018.

“È un po’ come far uscire Peter Pan da Capitan Uncino – racconta Aaron – Lasciar uscire la parte istintuale della mia personalità, la parte giocosa, più cucciola. A me ha dato anche tanta sicurezza in più. Io ho scoperto il puppy play e ho iniziato a viverlo dopo una relazione di 12 anni… monogama, una relazione molto seria e stabile. Quando mi sono ritrovato a uscire non è stato facile, la parte razionale ti fa sempre riflettere… non sono sufficiente bello, non sono sufficiente alto, sufficientemente magro e se non rientri nei canoni dello standard non conti un c*zzo. La maschera per me è stata un’armatura, ma anche la possibilità di far uscire quello che sono veramente. Ho trovato molta emarginazione all’interno della comunità LGBT, sia da non puppy sia da puppy”.

Da che parte cominciare

Maschere in neoprene, plug a forma di coda, ginocchiere, guantini e harness: un’attrezzatura di buon livello può superare i 200 euro di costo. Il primo passo per sperimentare la propria natura da puppy però è senza dubbio avvicinarsi e conoscersi, magari in un ambiente pubblico o contattando il gruppo The Italian Puppy, prima di esplorare i locali di cruising dove trova spazio il branco.

“Io ho deciso di esplorare il mio lato Puppy in modo casuale, non avevo mai frequentato la scena fetish. Un anno fa avevo visto le foto e il video del Milano Pride e c’era la foto di Zaush, che all’epoca era Mr. Puppy, insieme ad altri cuccioli e mi sono subito innamorato. Quello che ha fatto tanto è stato conoscerlo, si vedeva che sotto la maschera c’erano gli occhi di una persona felice. Quando mi ha detto che gli incontri si tenevano in un cruising ero molto restio… La prima domanda che gli ho fatto è stata: «Quanto di sessuale c’è in questa cosa?» Perché non era quello che io stavo cercando in quel momento”.

“Ogni serata in realtà è diversa, ci si conosce. Anche se le serate sono in un cruising non vuol dire che ci si ritrovi tutti insieme appassionatamente a una certa ora. Si chiacchiera, si gioca e poi c’è chi ne approfitta e fa anche altro. Ci sono aree dove si può stare a quattro zampe e giocare. Il puppy è un alter ego fondamentalmente, cioè ti crei un personaggio alternativo”.

Il sesso dei puppy

Secondo i membri di questa comunità della cultura fetish, la cui convivenza con le altre componenti più tradizionali non è sempre facile, la sessualità tra cuccioli, i puppy, o tra un cucciolo e un handler, il conduttore, non è il fulcro del puppy play, che per la sua natura più giocosa è stato anche indicato come una variante soft della scena fetish. Anzi, le dinamiche sessuali nel puppy play contraddicono quello che comunemente si può pensare: insomma puppy non è dogslave, sebbene nulla vieta che le due identità coincidano.

“Non c’è una bibbia sul puppy play, non c’è un modo giusto o sbagliato. Ognuno lo vive poi in base al suo io, alle sue esigenze e ai suoi gusti sessuali. Sicuramente il puppy play può essere un primo passo per lasciarsi andare e scoprire altri aspetti della propria sessualità, ma non è solo un punto di partenza per fare altro come il bondage per esempio. All’interno della comunità fetish c’è ancora la convinzione che il puppy sia una versione del dogslave. Quindi una figura sottomessa, dello schiavo e invece non è così. Può essere così se uno ha già un’indole da sub, ma può anche esserci un puppy attivo o versatile, ci sono coppie di puppy fidanzati. La figura dell’handler in Italia non è molto ben definita, ma è totalmente diversa da quella del master tipico del BDSM”.

Puppy italiani cruising
Puppy in un cruising bar. (Credits: Spitz Pomeranian)

Fetish ma non troppo

Come tutti i nuovi fenomeni in crescita, anche attorno al puppy play c’è un’ostilità intermittente, che porta all’interno della comunità fetish ad indicarlo come una moda passeggera, o come una sottocultura superficiale. La visibilità, in antitesi alla logica clubbing, ottenuta e soprattutto rivendicata dai puppy fa il resto.

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“In Italia fondamentalmente il puppy play è arrivato l’anno scorso con Zaush, all’estero è una figura molto più presente. Qui purtroppo c’è una mentalità molto legata alla vecchia scuola del BDSM, fatta di regole, codici, gerarchie… è difficile far capire a loro la nostra visione ed è difficile per noi integrarci. Vuoi anche per una questione generazionale, non siamo totalmente integrati. Per gli altri siamo quelli che si mettono in maschera perché siamo social, perché ci facciamo i selfie, c’è un esibizionismo diverso rispetto ai leather o ai rubber per esempio. Eppure noi ci stiamo impegnando perché non sia così. Io ad esempio ho spinto molto perché i puppy e il club fetish avessero uno spazio alla Pride Square di Milano e parlare di quello che siamo. Non siamo dei pervertiti malati di sesso, che è come ci vedono gli altri, ma non hanno voluto sentire ragioni”.

Perché essere puppy

Leggendo i profili social dei puppy italiani e stranieri, le ragioni principali che fanno apparire il cucciolo dentro di noi sembrano fondamentalmente tre: la creazione di una comfort zone da cui escludere gli obblighi sociali o le preoccupazioni personali, la scoperta di una chiave per liberare la parte di sé più istintuale o, perché no, la possibilità di coniugare le proprie passioni fetish con un’indole affettuosa e naif da cucciolo. Sul sito di Zaush, il capostipite dei puppy italiani, uno psicologo con un alter ego handler spiega come vada affrontato il puppy play:

“Professionalmente e personalmente vi dico: NO nessuno di voi che pratica il Puppy Play in modo consapevole è malato, nella maniera più assoluta. Quello che fate o vorreste fare è semplicemente una “pratica” o almeno uno dovrebbe arrivare la consapevolezza di dire è una “pratica divertente” nella quale ci si “da” a un’altra persona in alcuni casi in maniera molto bella”.

“Io direi che in questo caso il sesso non è proprio il fulcro, ma è qualcosa di correlato, io credo che in un rapporto Handler / Puppy  se lo si fa non è perché si ha bisogno della scopata, perché quella la trovi anche in altro modo. È perché c’è bisogno di qualcosa in più celebrale, c’è bisogno del donarsi l’uno al altro in tutti i modi possibili e quindi ovviamente anche sessualmente”.

Out & Proud

I Pride che li hanno visti tra i protagonisti non sono le uniche uscite pubbliche dei puppy, che invece hanno già portato il proprio cucciolo interiore in giro per Milano e Roma. Se nei cortei LGBT è stato possibile osare di più, in termini di rappresentazione (vestiti e postura), le reazioni, come invece ci si poteva aspettare, non sempre hanno accettato quel di più.

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“La prima puppy walk l’abbiamo fatta per noi, per stare insieme, per noi non era un problema girare con la maschera. Non abbiamo avuto nessun tipo di reazione negativa, nessun insulto, probabilmente perché in quell’occasione ci eravamo posti in modo molto tranquillo, non a quattro zampre, senza harness o vestiti in lattice. Ci hanno persino scambiato per dei lupetti scout… Eravamo in Parco Sempione, in mezzo alla famiglie, c’era anche chi ci chiedeva foto assieme. Non è andata così al Pride invece, dove qualche polemica per alcune foto c’è stata”.

Zaush puppy milano pride
Zaush al Milano Pride (@pupzaush).

“Io non sono un perbenista, però penso che non dobbiamo mai perdere il buon senso. È vero che dobbiamo essere liberi di essere ciò che siamo e non ci dobbiamo vergognare, però dobbiamo sempre ricordarci qual è la società in cui stiamo vivendo, dove siamo arrivati e dove vogliamo arrivare. Perché a volte la provocazione voluta va bene, ma deve essere fatta in modo intelligente, altrimenti non serve a me e non aiuta un discorso di accettazione. La foto di Zaush con una bambina è bellissima, eppure anche all’interno della comunità LGBT vedere una persona a quattro zampe, magari tenuta al guinzaglio da un’altra persona, automaticamente scatta l’immagine sessuale”.