Geppi Cucciari al Serale di Amici 24: il potente monologo sul referendum fa “tremare” la destra, la reazione all’ignobile commento social (VIDEO)

Durante la semifinale di Amici 24, Geppi Cucciari incanta con un monologo potente sulla democrazia e l'importanza del voto al referendum dell'8 e 9 giugno.

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Geppi Cucciari al Serale di Amici 24: il potente monologo sul referendum
Geppi Cucciari al Serale di Amici 24: il potente monologo sul referendum
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Geppi Cucciari, ospite della semifinale del Serale di Amici 24, ha fatto tremare la destra con un potentissimo monologo spiegando l’importanza della democrazia e del referendum dell’8 e 9 giugno sui temi del lavoro e della cittadinanza (di cui nessuno parla).

“Tutti la chiamano Maria la sanguinara ma non è vero, io direi Maria la finanziaria. Senza di te la disoccupazione giovanile salirebbe”, esordisce Geppi Cuccarini guadagnando la scena durante la semifinale di Amici di Maria De Filippi del 10 maggio. 

La straordinaria attrice aggiunge: “Comunque è sempre bello tornare qua perché Amici è una certezza da settembre a maggio, immutabile. Qualche giorno fa è nato lo spin off Amici della Cappella Sistina: incertezze, duelli, tre giudici: Padre, figlio e Spirito Santo. Fino all’ultimo erano indecisi tra Habemus Papam e No Maria Io Esco”.

E continua: “Non c’è alcun mistero su come si deciderà il vincitore o la vincitrice di Amici, attraverso il televoto, vero baluardo della democrazia. […] Io ho visto la puntata in cui ti si è bloccato il bottone interiore per scegliere fra Trigno e Chiara, non sapevi a quale voci delle tante dare ascolto. Invece schierarsi vuol dire scegliere, lo sapete sui social siamo tutti chiari. Su qualsiasi argomento abbiamo le idee chiarissime”.

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Le parole sulla democrazia e il referendum dell’8 e 9 giugno

“Poi ci capita di dover uscire di casa per votare per qualcosa di importante e ci asteniamo… vi chiedo: chi ha visto il film Paola Cortellesi c’è ancora domani? Quasi tutti fortunatamente. 1946, l’Italia usciva da un periodo che secondo qualcuno ha fatto cose buone ma non fatevi fregare non ha fatto cose buone. […] quando fu scritta la Costituzione un senatore disse che le donne non potevano giudicare anche per motivi fisiologici, ovvero il ciclo – le parole di Geppi Cucciari -. Adesso… non è vero, ma se anche fosse vero, voi uomini per non capire una mazza che scusa avete? E poi: da quando c’è la Democrazia noi donne finalmente possiamo votare, schierarci, destra, sinistra, centro”.

Cucciari aggiunge: “Ecco la democrazia è come un condominio, spesso hai vicini insopportabili, un casino ma almeno non c’è un prepotente che decide per tutti. Ovviamente parlo in generale… non è che ci sono dei referendum alle porte di cui non parla nessuno. Anche non votare è una scelta però è più una questione di principio, sotto la bandiera tricolore a volte sembra esserci un motto ‘fatti i ca**i tuoi’; ma se te li fai sempre e comunque prima o poi si farà o tuoi e deciderà al posto tuo: su cose piccole, medie e grandi”.

E conclude: “Per questo, siccome siete quelli del futuro (dice al pubblico, ndr), dite la vostra senza paura. Affermate che potete farlo, ne avete diritto. In un mondo di conoscenti e di impiegati della democrazia, siate folli e siate amici”.


Lo straordinario monologo di Geppi Cucciari non è stato apprezzato da un tizio, con delle idee politiche diametralmente opposte, che ha vomitato un insulto social: “Che grandissima merd* Geppi Cucciari. Per fortuna le persone sono intelligenti e vanno contro i comunisti ripuliti”.

Proprio Cucciari, ha postato l’ignobile commento, aggiungendo: “A questo signore così elegante non sono piaciuta. Davvero un grande rammarico. E qui, X, mi chiedo come sia possibile. Non dico dissentire, ma farlo in questo modo vergognoso”.

Cinque referendum, un’Italia più giusta: ecco perché l’8 e il 9 giugno vale il tuo voto

Nel fine settimana dell’8 e 9 giugno 2025, le italiane e gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi su cinque referendum abrogativi che toccano diritti fondamentali, dal lavoro alla cittadinanza. In gioco non c’è solo una serie di norme, ma un’intera visione di Paese. Una visione che può scegliere se continuare a proteggere i forti, o iniziare — finalmente — a tutelare chi troppo spesso viene lasciato indietro.

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A promuovere i quesiti, la Cgil e +Europa, sostenuti da centinaia di associazioni e da oltre 4 milioni di firme raccolte in tutta Italia. Gli organizzatori invitano a votare “sì” a tutti i quesiti, ma la vera sfida, come sempre, è quella del quorum: affinché il voto sia valido, deve recarsi alle urne almeno il 50% più uno degli aventi diritto.

Jobs Act sotto accusa: il primo quesito del referendum 2025

Il primo quesito referendario mette nel mirino una delle parti più contestate del Jobs Act, la riforma del lavoro voluta nel 2015 dal governo Renzi. Attualmente, chi è stato assunto in un’azienda con più di 15 dipendenti dopo il 7 marzo 2015, se licenziato ingiustamente, ha diritto soltanto a un indennizzo economico, perdendo il diritto al reintegro sul posto di lavoro.

Una norma che ha precarizzato migliaia di lavoratori e lavoratrici, trasformando l’ingiustizia in una pratica legalizzata.

Il referendum propone di abrogare questa disposizione, e di ripristinare il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento giudicato illegittimo. Non si tratta solo di diritti sindacali: si tratta di dignità.

Lavoratori delle piccole imprese: togliere il tetto ai risarcimenti

Il secondo quesito si concentra sulle imprese con meno di 16 dipendenti, oggi escluse da molte delle tutele garantite ai lavoratori delle aziende più grandi.

Attualmente, anche in caso di licenziamento illegittimo, l’indennità massima prevista è di sole sei mensilità. Un insulto, più che un risarcimento.

Il referendum vuole eliminare questo tetto massimo, dando ai giudici la possibilità di stabilire un risarcimento equo, proporzionato al danno subito.

Anche chi lavora nelle piccole realtà ha diritto alla giustizia. Soprattutto in un Paese in cui troppo spesso la giustizia è riservata solo a chi può permettersela.

Contratti a termine: sì al ritorno delle causali

Il terzo quesito punta a ripristinare l’obbligo di motivazione nei contratti a tempo determinato.

Oggi, grazie al Jobs Act, le aziende possono stipulare contratti a termine fino a 12 mesi senza dover indicare alcuna causale. Questo ha aperto la porta a un utilizzo selvaggio del lavoro precario, con giovani e non solo costretti a vivere nell’incertezza.

Con il “sì”, si tornerebbe all’obbligo di indicare la ragione per cui un contratto è a tempo determinato (picchi di lavoro, sostituzioni temporanee, ecc.).

Una scelta di civiltà, che dice basta all’abuso della flessibilità, che di “flessibile” ha solo la pazienza delle nuove generazioni.

Appalti e infortuni: responsabilità per chi comanda

Il quarto quesito riguarda la sicurezza sul lavoro nei casi di appalto e subappalto. Oggi, in caso di infortunio, la responsabilità ricade solo sull’impresa esecutrice, lasciando troppo spesso impuniti i veri mandanti del sistema.

Il referendum propone di estendere la responsabilità anche all’impresa committente, ovvero a chi ha affidato il lavoro, creando così una rete di protezione più solida per chi rischia ogni giorno la vita sui cantieri e nei magazzini.

Un passo necessario, in un Paese in cui ogni anno oltre mille persone muoiono sul lavoro. Eppure, c’è ancora chi parla di “burocrazia” invece che di “vite spezzate”.

Cittadinanza italiana: da 10 a 5 anni di residenza

Il quinto quesito, promosso da +Europa, è forse il più urgente sul piano simbolico. Oggi, uno straniero maggiorenne deve risiedere legalmente in Italia per almeno dieci anni prima di poter chiedere la cittadinanza.

Dieci anni per essere “accettato”. Dieci anni per sentirsi finalmente parte di un Paese in cui già si vive, lavora, studia, ama.

Il referendum propone di dimezzare questo periodo, portandolo a cinque anni di residenza continuativa. Una riforma semplice, che non toglie nulla a nessuno ma dà diritti e dignità a migliaia di persone.

Chi può votare e come funziona il quorum nei referendum 2025

Possono votare tutti i cittadini italiani maggiorenni, anche residenti all’estero. È possibile votare anche fuori sede, per chi è domiciliato da almeno tre mesi in un comune diverso da quello di residenza.

Ma attenzione: i referendum abrogativi prevedono il quorum. Se non si raggiunge il 50% + 1 degli aventi diritto, anche la vittoria del “sì” non avrà effetti giuridici.

Un trucco vecchio come la Repubblica, usato da chi spera nel disinteresse e nel disincanto per lasciare tutto com’è. Non fargli questo favore.

Non lasciamo che a decidere siano gli stessi che ci hanno abituati a un’Italia fatta di esclusione, precarietà e silenzi.

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