Il sonno della Bella Addormentata nel Bosco
Accade spesso con le fiabe: le versioni che conosciamo, quelle che ci hanno raggiuntə grazie a Walt Disney o ai libri illustrati delle nostre infanzie, raramente aderiscono alle loro versioni primigenie, meno edulcorate, più crudeli. La bella addormentata nel bosco, per esempio, che arriva nelle sale cinematografiche di tutto il mondo nel 1959, discende da un testo, tra gli altri, scritto molti anni prima, nel 1636, da Giambattista Basile, scrittore campano noto soprattutto per aver scritto Lo cunto de li cunti.
Nella raccolta di fiabe, cinquanta, trova spazio, verso la fine, Sole, Luna e Talia, che pare, appunto, aver ispirato il più celebre film d’animazione. La trama è tesissima e molto cupa: la piccola Talia – l’Aurora disneyana – nasce con una maledizione. Tutti gli indovini interpellati dalla famiglia dicono che la bambina potrebbe perire per colpa di una lisca di lino. Il padre, allora, la tiene lontana da ogni strumento potenzialmente pericoloso e la osserva crescere, bella e inconsapevole. Divenuta ragazza, però, Talia scorge, un giorno, una vecchia passar di sotto al suo balcone. Tra le mani ha un fuso. La ragazza vi si avvicina, lo tocca e muore. Il padre, così, conserva il suo corpo in una cella del castello, nel bosco, e chiude, per sempre, la sua porta alle spalle. Un tempo imprecisato più tardi (com’è sempre imprecisato il tempo nel linguaggio della fiaba), un re, durante una battuta di caccia, si avvicina al maniero, vi entra, valica ogni soglia e approda al corpo esanime della povera Talia. Lo stupra, lo costringe a portare in grembo i figli del suo seme, due gemelli.
La storia poi continua, ma fermiamoci qui. A questo corpo senza forze, invaso controvoglia, il corpo di una donna morta, riportata poi in vita per caso dai suoi stessi figli – una Bella Baxter ante litteram – dal frutto di quell’abuso, che ora deve amare e crescere. Di cui forse non si è accorta, di cui si è dimenticata. È una storia antichissima, appartiene al non-tempo delle fiabe, eppure sembra non finire mai, sembra non sia ancora finita. È una caratterisca delle favole, questa non finitezza, questa perpetua attualità, questo imperituro richiamo alla natura umana. Lo segnala puntualmente anche Italo Calvino nell’introduzione alle sue Fiabe italiane:
«Sono vere, le fiabe. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che appunto è il farsi d’un destino».
È chiaro, allora, il motivo per cui oggi, proprio oggi, ci sembra che la storia di Talia non sia ancora terminata. Perché accanto al suo corpo bambino ce ne sono mille altri, centomila altri e di più. Accanto al suo corpo c’è il corpo di Gisèle Pelicot.
E il sonno di Gisèle Pelicot

La donna, 71 anni, dal 2011 al 2020, è stata narcotizzata a sua insaputa dal marito, Dominique Pelicot, che ha offerto poi il suo corpo, senza forze né coscienza, in pasto a oltre settanta uomini: soldati e operai, giornalisti e accademici, insegnanti e camionisti, guardie e vigili del fuoco. Settanta uomini diversi – cinquanta sono stati identidicati, e condannati – di ogni età o estrazione, francesi da sempre o immigranti di ogni generazione, quasi sempre padri, alcuni magrissimi, altri più tozzi, calvi o con i capelli raccolti, molti alcolisti o dipendenti da sostanze, ma non la maggior parte. La maggior parte, no, è pulita, incarcerata, insospettabile.
Per definire questo androceo, la stampa francese ha, infatti, coniato l’espressione Monsieur-Tout-Le-Mond – ossia l’everyman, l’uomo qualunque – che è molto efficace nel sottolineare la permeabilità della cultura dello stupro: se è vero che non tutti gli uomini stuprano, è altrettanto vero che tutti gli stupratori sono uomini qualunque, banali. Non mostri né orchi, ma puberi, uomini e anziani come molti. Spesso insospettabili, appunto.
Dominique Pelicot, per esempio, è uno stupratore insospettabile. Padre di tre figli, nonno di sette nipoti, marito all’apparenza amorevole. Lavora, cucina, supporta la moglie. Prepara il puré – per lei con l’olio, per lui con il burro – e compra il gelato. Spesso solo per la moglie, il suo preferito, quello ai lamponi. Nel frattempo, indisturbato a Mazan, un villaggetto di seimila anime, nel Sud della Francia, filma di nascosto sotto le gonne di alcune clienti, al supermercato. Viene scoperto, denunciato e inchiodato. Ogni meandro della sua chiavetta USB viene setacciato: accanto ai video di cui sopra, anche alcune foto della figlia e delle nuore in mutande. Foto originali accanto a quelle modificate, ritagliate e incollate, collage di teste e corpi riassemblati.
Una cartella straripante, poi, apre la voragine. A rinominarla, quattro lettere: abus, vale a dire abusi. È lì che Pelicot conserva i video degli stupri a danno della moglie, sorprusi di natura sessuale da lui stesso pensati, architettati e, infine, ripresi, segnati, per la prima volta e per sempre, nella memoria della vittima e in quella collettiva. Il velo di Maya è squarciato: Dominique non è l’uomo che diceva di essere, non è mai stato né il marito né il padre che tutte credevano fosse. Lo era, forse, ma era anche altro. Prepara il puré, certo, e compra il gelato ai lamponi, ma poi, all‘insaputa della moglie, mentre è distratta, avvelena tutto con il Lorazepam. Lei si addormenta e lui dà inizio ai suoi banchetti.
Quello che Pelicot costruisce per dieci anni è un rituale dello stupro, una liturgia dell’abuso scandita nel dettaglio. Lui, ovviamente, il cerimoniere, il demiurgo che, finalmente, può esercitare tutto il suo controllo sul corpo della moglie in prima istanza e poi sugli stupratori che adescato – loro dicono: credavamo fosse un gioco di coppia, credavamo lei fosse consapevole anche se non cosciente, pensavamo che lei sapesse, che fosse d’accordo. È lui che detta le regole, che infila la chiave nel catenaccio, che fa entrare i suoi ospiti e che poi li fa uscire. Lui che guarda, lui che detta i tempi, lui che riprende, filma tutto, cataloga minuziosamente. Chiunque entri in casa, deve arrivarvi a piedi, lasciare la macchina più giù, lontano, per non destare sospetti. Chiunque entri deve poi avere le unghie tagliate, lavarsi le mani, scaldarle, evitare profumi e sigarette – la moglie sentirebbe, si sveglierebbe, interromperebbe il gioco –, spogliarsi in cucina per evitare che qualcosa venga perduto nella camera da letto. Spogliarsi di tutto, si intende, precauzioni comprese: non sono ammessi i profilattici. Chiunque entri, deve poi uscire. È la logica del branco, la gara tra maschi nascosta dietro il cameratismo.
Lui così può riaprire le tende e le finestre, l’aria pò riprendere a circolare, il campo è sgomberato, la vita, l’altra vita, ricomincia. Sua moglie, Giséle Pelicot, come Talia, come Aurora, può risvegliarsi dopo aver dormito ore. È come un incantesimo nero. Nel frattempo, a poco a poco, il corpo e la mente della donna danno segni di cedimento. La sua memoria si buca e si fa evanescente – lei pensa: è Alzheimer – il suo corpo somma alle percosse e agli abusi un malattia venerea dopo l’altra. Tutti sintomi, questi, anzi segni, meglio, di un danno irreparabile, come testimonia Pelicot stessa e come troppo spesso ci dimentichiamo, lo stupro non è un accidente non una casualità né una maledizione effimera. In qualche modo, quei segni rimangono, lo stupro non passa: «a quasi 72 anni – afferma Pelicot durante il processo – non so se la vita mi basterà per rialzarmi».

La natura dell’abuso
A questo proposito, si è espressa, molti anni fa, anche un’altra Gisèle, Gisèle Halimi, figura chiave del Novecento francese. L’avvocata femminista, scomparsa nel 2020 all’età di novantatré anni, negli anni Settanta sfida la legge e i benpensanti promuovendo misure a tutela delle donne vittime di abusi e rivendica il diritto all’aborto. Nella intervista-libro (Una feroce libertà, FVE Editori, traduzione di Lamberto Santuccio) che rilascia ad Annick Cojean, nel 2020, poco prima di morire, Halimi asserisce che lo stupro «è una morte inoculata alle donne nel giorno della violenza. Coesiste insieme alle loro vite in una sorta di angoscioso parallelismo».

Anche Neige Sinno, l’autrice di Triste Tigre, libro vincitore dell’ultimo Premio Strega Europeo, edito in Italia da Neri Pozza nella traduzione di Luciana Cisbani, raccontando la sua esperienza di bambina vittima di abusi perpetrati dal suo patrigno afferma che le conseguenze di una violenza vanno ben al di là dell’ambito circoscritto della sessualità, e minano tutto, «dalla capacità di respirare fino a quella di rivolgersi alle persone, ma anche di mangiare, lavarsi, guardare immagini, disegnare, parlare o tacere, di percepire la propria esistenza come una realtà, di ricordare, di imparare, pensare, abitare il proprio corpo e la propria vita, sentirsi capaci di, semplicemente, essere».
Non ci si può, dunque, e in nessun modo, sbarazzare di qualcosa che è costitutivo, fondativo, identitario. Il mondo, aggiunge Sinno, forse anzi l’universo, il circostante tutto, viene filtrato dall’esperienza traumatica. Tutto si struttura a partire da quell’oppressione. La vittima diventa o si percepisce – ma non c’è una reale differenza, in questo caso, tra l’essere e il percepirsi – come una preda permanente. Lo stupro è, per dirlo con altre parole, un atto che marchia il mondo, un gesto che vuole creare potenza, che ha che fare con la forza più che con il desiderio. Serve a mettere in circolo un certo vigore, una certa rabbia, una certa ostilità tutta virile.
Nicolas Estano – psicologo clinico, consulente presso la Corte d’appello di Parigi – lo afferma di continuo: lo stupro non è propriamente un atto sessuale, bensì un atto pseudo-sessuale, perché non ha primariamente a che fare con l’appagamento dei sensi né con il soddisfacimento erotico. Lo stupro ha a che fare con il potere, con il controllo, con la sottomissione – chimica, nel caso di Pelicot – che è uno strumento di annichilimento potentissimo, perché può condurre – si veda il Lorazepam – allo sfruttamento del sonno, alla simulazione di una non-vita, alla perversione per ciò che è inanimato. È un oltraggio di forza, uno sfoggio – concreto o simulato – di virilità, di capacità di predominio. Catharine MacKinnon, la filosofa e giurista americana che ha circoscritto e inventato la nozione legale di molestia sessuale, sempre a questo proposito, sottolinea come la pornografia mostra che gli uomini sono eccitati non tanto dal sesso in quanto tale o dalla penetrazione, ma dal potere che essa manifesta. Un potere, appunto, controllante. Il potere del colonizzatore sul territorio colonizzato.
Niege Sinno, autrice del libro «Triste Tigre».Più di uno tra gli imputati al processo di Mazan, infatti, ha affermato di aver stuprato Pelicot perché inebriato dall’idea di avere «un corpo su cui poter fare qualsiasi cosa», un corpo da controllare, una donna trasformata in valvola di sfogo, un contenitore in cui riversare e su cui illudersi di sconfiggere le proprie minacciose fragilità. Un bottino, in tempi di pace come in tempi di guerra, come scrive sempre Halimi: «Cosa c’è di più normale che appropriarsi del corpo delle donne? Non ha forse sempre fatto parte del bottino, in tempo di guerra come in tempo di pace, durante le vacanze, al lavoro? La cultura, l’educazione, la religione non hanno forse regolarizzato come cosa normale la dominazione dell’uomo sulla donna?».
Il processo come fatto collettivo
Il processo contro Dominique Pelicot e i cinquanta stupratori identificati è durato molto a lungo, oltre tre mesi, e si è concluso solo qualche giorno fa, il 19 dicembre 2024. Si tratta di uno dei dibattimenti simbolo della storia francese e, diciamolo, europea. Gisèle Pelicot ha il diritto di rivendicare l’anonimato, può chiedere che le udienze si svolgano a porte chiuse, ma non lo fa. Le porte le vuole spalancate. Vuole che tuttə sappiano, che tuttə ascoltino. Per infrangere il muro di incredulità, chiede all’aula di guardare i video dei suoi stupri. Avrebbe avuto il diritto di chiudersi in un silenzio, altrettanto dignitoso, ma decide di parlare. Risponde a tuttə, Gisèle Pelicot. Lo fa con fierezza, come Medusa, stuprata da Poseidone poi punita (lei) da Atena, la moglie di lui, che la trasforma in un mostro, che fa dei suoi capelli un rovo di serpi. Allo stesso modo, Gisèle Pelicot ha guardato il male negli occhi e ora, nessunə, nessuno, può guardare lei senza rimanere pietrificato, almeno per un attimo, senza sentirsi chiamato in causa.
Sempre Neige Sinno, nel suo memoir, scrive che il vero tabù non è l’abuso in sé, non lo stupro, «che è praticato ovunque e banalizzato, ma parlarne, prenderlo in considerazione, analizzarlo». Pelicot lo fa: lo analizza, ne parla costantemente e, soprattutto, lascia che la vergogna cambi campo, che cambi segno. «Non sono io a dovermi vergognare – dice – è lui». Anzi, dice: «Non siamo noi a doverci vergognare, ma loro». Noi, loro: il privato si fa collettivo. Quel processo, così potenzialmente vituperevole, così umiliante, deve (e lo fa!) causare uno choc collettivo, deve smuovere le coscienze, cambiare, appunto, segno non solo alla vergogna, ma in generale al dibattito, al discorso pubblico.
Pelicot è particolarmente sediziosa in questo: dalle vittime di abuso, come segnala anche Virginie Despentes in quel libro fondante che è King Kong Theory, ci si aspetta sempre il silenzio, la discrezione, il pudore, e invece la vittima, qui, mostra quel volto attraversato di paura e di coraggio. E parla, parla per proteggere gli altri, le altre, per dar loro coraggio.
Come non succedeva in Francia dai tempi del processo di Bobigny, quello, per intenderci, guidato da Gisèle Halimi, il caso Mazan è diventato un processo simbolo. Non un processo-espiazione, per dirlo con Halimi stessa, ma un processo-spiegazione, un processo-riflessione, «che sovverte e rimette in causa i tabù e la cultura globale che ammette lo stupro o che vi si rassegna.»
Gisèle Pelicot è la donna dell’anno nuovo, che ci fa immaginare un futuro altro.
La foto di copertina è di Christophe Simon, AFP

