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È giusto accogliere soltanto immigrati che accettino l’omosessualità?

La proposta svedese fa discutere. Sul tavolo il grande dubbio: quale Unione Europea vogliamo costruire?

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La ministra svedese dell’Integrazione, Simona Mohamsson (Liberali), ha annunciato che il governo lancerà in autunno 2025 una vasta indagine per misurare i valori di 3.000 persone — la metà con radici svedesi, l’altra metà con background non occidentali — al fine di orientare future politiche di integrazione, riferisce il quotidiano svedese Omni.

Secondo Mohamsson, “è finita l’epoca delle intuizioni e supposizioni nell’integrazione“: ora serviranno dati concreti per affrontare temi sensibili quali divorzio, relazioni prematrimoniali, aborto e omosessualità.

“Vivere in Svezia non è un diritto umano”

La ministra ha ribadito che chi sceglie di risiedere in Svezia deve “responsabilmente cercare di integrarsi” e che “vivere in Svezia non è un diritto umano”. A suo avviso, queste misure non mirano a cambiare le opinioni, ma a preservare un insieme di valori condivisi nella società svedese, che si caratterizza come laica e non patriarcale.

Il governo svedese, in carica dal 2022, è guidato dal primo ministro Ulf Kristersson (Moderati) e appoggiato anche dai Democratici di Svezia, formazione di destra estrema, con l’obiettivo di inasprire le politiche sull’immigrazione e rafforzare l’integrazione. L’iniziativa di Mohamsson rientra in questa strategia: già il precedente ministro Mats Persson aveva proposto un’indagine analoga.

Reazioni e critiche

Il progetto ha suscitato forti critiche. Bi Puranen, segretaria generale del World Values Survey, ha ricordato che l’organizzazione ha già intervistato 17.000 migranti extracomunitari, offrendo dati già disponibili, riporta il media svedese Svenksa Dagbldet.  L’opposizione e i sindacati parlano di una possibile “schedatura delle opinioni”, che rischia di essere stigmatizzante. Mohamsson descrive la Svezia come un “Paese estremo, in senso positivo” proprio per la sua società progressista e liberale, con caratteristiche come la secolarità e l’uguaglianza di genere — elementi che possono risultare difficili da interiorizzare per chi proviene da contesti più tradizionali.

I numeri dell’immigrazione

A partire dagli anni ’90 la Svezia ha accolto migliaia di rifugiati da paesi come Afghanistan, Somalia e Siria. Nel 2024 il 20% della popolazione era nata all’estero, quasi il doppio rispetto al 2000, quando la quota era intorno all’11%.

Il test sui valori rappresenta una svolta significativa nel modo in cui la Svezia affronterà l’integrazione: un approccio che si ispira alla raccolta dati rigorosa, ma che solleva anche dubbi etici rilevanti. Le prossime fasi — a partire dall’autunno 2025 — saranno decisive per misurare la tenuta e l’efficacia di un modello che potrebbe influenzare il dibattito europeo, in un momento in cui tutti i paesi dell’Unione virano a destra:  il tema dell’immigrazione è infatti una piattaforma sulla quale l’estrema destra fornisce soluzioni talvolta drastiche ed eticamente discutibili. In Italia le deportazioni in Albania volute dal governo Meloni sono state sospese dopo un terzo blocco giudiziario, con il Tribunale di Roma che ha rifiutato la convalida del trattenimento in strutture albanesi per 43 migranti, affermando che la procedura accelerata violava il diritto all’asilo previsto dall’UE e che l’elenco italiano dei “paesi sicuri” non rispettava i criteri comunitari. In Gran Bretagna il primo ministro Starmer ha bloccato per ora il piano analogo a quello italiano che prevedeva deportazioni in Ruanda. In Germania l’estrema destra di AfD parla chiaramente di Re-migrazione, e cioè di un piano di deportazione di immigrati già residenti da tempo in Germania.

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Se da un lato il piano svedese può apparire aggressivo e perfino stigmatizzante, dall’altro rivela — nel bene o nel male — la volontà politica di entrare finalmente nel merito del dibattito sull’immigrazione, affrontando i nodi complessi della convivenza: valori, stili di vita, visioni del mondo. In un’epoca in cui l’Unione Europea fatica a trovare un equilibrio tra accoglienza e identità, tra pluralismo e coesione, la proposta svedese può essere letta anche come un tentativo, per quanto controverso, di costruire una società giusta, democratica e liberale, capace di tenere insieme differenze e regole comuni. La proposta svedese è destinata a far discutere.

Il piano svedese parte da un’urgenza reale: difendere una società che si dice laica, egualitaria, libera. Ha senso voler proteggere un certo equilibrio. Ma l’intersezionalità — se la prendiamo sul serio — ci mette davanti a un cortocircuito: possiamo pretendere che chi arriva da contesti violenti, patriarcali, repressivi si adegui subito, come se il dolore, lo sradicamento, il lutto non contassero? Possiamo chiedere a chi fugge di essere già pronto per il nostro standard di libertà? Se i diritti sono davvero interconnessi, allora la questione è: l’accoglienza può essere selettiva? O deve essere radicale, totale, proprio perché riguarda corpi e storie che stanno già pagando un prezzo altissimo? Quale Unione Europea vogliamo costruire? I dubbi restano sul tavolo e il dibattito è urgente.

© Riproduzione riservata.

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minpg 12.7.25 - 19:56

In Italia quanti residenti non rispetterebbero il requisito? Anche tra i politici ovviamente.

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stock spir 9.7.25 - 12:17

Certo, e non solo omosessualita'. Rispetto per le donne, e per le leggi, che devono essere sempre rispettate anche se contraddicono le tradizioni voodoo di culture primitive in cui sono cresciuti. Altrimenti l'assimilazione risultera' difficile, e ci vorranno generazioni per risolvere i problemi introdotti.