Il Grande Fratello si nutre di storie sospese tra il ronzìo della banalità e il clamore della spettacolarizzazione. Il corpo di Lorenzo Spolverato è diventato il palcoscenico perfetto per una messinscena in cui l’identità sessuale è trasformata in feticcio, sussurrata come un peccato o un segreto da smascherare. Ma mentre i riflettori abbagliano, la narrazione si sgretola, e mostra con crudezza l’anima macchinosa di un format che si contorce intorno al proprio ombelico e difficilmente supera i 2 milioni di telespettatori. Che sono comunque tantissimi.
Era iniziato tutto con un soffio – il dubbio – germogliato nei confessionali e nelle chiacchiere sibilline di Javier Martinez: quindi Shaila, all’orecchio, aveva insinuato che Lorenzo è gay (un outing). Una dichiarazione acerba, appena uno spiffero di malizia, ma sufficiente a far detonare un pettegolezzo ingrossatosi subito in onda mediatica (ottima la documentazione fornita da Biccy). Da quel momento, Lorenzo è diventato oggetto di uno scrutinio incessante. Ogni sguardo, ogni gesto, ogni amicizia (con Javier prima, con Stefano Tediosi poi) è stata sezionata, ridotta a possibile prova.

Tutto questo si manifesta come una gogna da caccia al gay-strega, travestita da intrattenimento moderno (c’è la storia dello stilista che sarebbe amante di Spolverato, di cui ha parlato anche Jenny Urtis, con più consona delicatezza). Le insinuazioni, i sussurri velenosi e le accuse non provate trasformano Lorenzo Spolverato in un bersaglio, la sua identità sezionata e spettacolarizzata per saziare un pubblico famelico di scandalo (anche noi che ne scriviamo?). Ogni gesto diventa prova, ogni parola sospetto, mentre il Grande Fratello, nel suo voyeurismo spietato come format comanda, alimenta una narrazione tossica dove il privato è violato e l’essere gay, anche solo supposto, diventa condanna.

Quando è arrivata la madre di Shaila, apostrofata con toni da mulinobianco come Mamma Luisa, con il suo sussurro velenoso – “Lui è gay! Chi lo dice? Tutti, Shaila, tutti” – l’ambiguità è diventata più densa, come un veleno versato lentamente. Nulla di confermato, nulla di provato. Eppure la calunnia ha una gravità propria: è bastato quel soffio (quel venticello) perché il sospetto diventasse narrazione.

Lorenzo, paralizzato ma lucido, ha risposto con fermezza: “No Alfo, a me piace la donna. Poi non avrei problemi a dirlo.” Ma ciò che resta non è la sua negazione, bensì la violenza del meccanismo stesso. È lì, tra le maglie della narrazione, che si cela l’insulto più grave: la riduzione dell’identità sessuale a macchinazione, a strategia, a “gossip utile” per il gioco. E ogni parola – “gay” sibilato come una colpa, “cattiva persona” appeso come giudizio morale – diventa un mattone nel muro di un’omofobia sistemica.
Quindi, l’ingresso di Armando, il padre di Lorenzo, che ha aperto una breccia in questa macchina disumanizzante. Lontano dalle sottigliezze e dalle ombre, Armando ha detto: “Non è assolutamente gay, ma anche se lo fosse, non fa del male a nessuno. Se è felice lui, lo sono anch’io.” Sembra una frase semplice, quasi ingenua nella sua chiarezza, eppure illumina il paradosso di questa caccia al gay: perché il sospetto dovrebbe essere condanna? Perché la felicità di un ragazzo – il desiderio, la complessità di chi è – deve diventare uno spettacolo pubblico di insinuazioni e violenze?
Shaila, ancora confusa, ha provato a ridimensionare il pettegolezzo: “Della cosa del gay non mi importa nulla.” Ma non è questo, forse, il punto? Non importa se Lorenzo sia gay, etero o altro ancora. Ciò che importa è come, in nome di un gioco stanco e predatorio, si continui a gettare l’identità queer sul fuoco della gogna. Spolverato è diventato lo specchio in cui si riflette la fragilità della nostra cultura: un luogo dove il desiderio si trasforma in sospetto, e la parola “gay”, anziché liberazione, si veste di condanna. In questo senso, sia detto, il Grande Fratello si fa semplicemente specchio di pregiudizi che permeano ancora oggi il contemporaneo.

Tra le righe, resta il grido silenzioso di chi – lo ripetiamo – fuori dalla casa, assiste a questa parodia dai contorni grotteschi. Giovani che lottano con il peso della propria identità, che vedono nello sguardo dei telespettatori e nelle battute dei concorrenti una ferita collettiva. La caccia al gay, infatti, non si ferma davanti alle porte della Casa. Come un veleno, si espande. Tocca le vite di chi è solo, lontano dai riflettori. Come si sentirà Michele, ragazzino di provincia, gay (ma non lo sa ancora nessuno, soltanto la sua amica Luisa), che guarda lo show Mediaset insieme a madre, padre e nonni che – bontà loro – stendono eloquenti silenzi davanti alla sola ipotesi che Lorenzo Spolverato sia gay?
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