Greta Garbo: ecco come l’androgina diva del cinema ha rivoluzionato il femminino

Il 18 settembre del 1905 nasceva una delle più grandi attrici di sempre. Bisessuale e androgina, ha anticipato la rivoluzione delle identità maschili e femminili.

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Divina, sì, ma anche gender-fluid. La nostra è ovviamente una provocazione, eppure l’attrice svedese Greta Garbo è stata la prima diva fluida della storia del cinema. Oggi avrebbe compiuto gli anni, eppure resta nell’immaginario come un’attrice senza tempo, impermeabile alle scalfiture della storia. Altera, magnetica, spiritualmente distante, di sensualità lunare, fu la prima grande diva a portare sul grande schermo la rivoluzione dei codici binari maschile/femminile. E lo fece attraverso la progressiva sottrazione del ‘femminino’, non per far prevalere una caricatura maschile, quanto un’androginia libera e non inquinata dagli stereotipi maschili, asettica e distante, che contribuì non poco a creare quella allure divina che la caratterizzava.

No Merchandising. Editorial Use Only. No Book Cover Usage. Mandatory Credit: Photo by Moviestore Collection / Rex Features (1579080a) Mata Hari, Greta Garbo Film and Television

La sua interpretazione in abiti maschili del cult La regina Cristina di Rouben Mamoulian del 1933 vanta anche uno dei primi baci lesbici della storia del cinema. Nella realtà la sovrana svedese era candidamente omosessuale ed ebbe una lunga relazione con la splendida nobildonna Ebba Sparre, presentata all’ambasciatore inglese con audace sfrontatezza come la sua ‘amata compagna di letto’. È proprio lei la destinataria dell’unico slancio amoroso visibilmente appassionato del film che culmina nel celebre schiocco in primo piano.

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La Garbo non si limita a dare una caratterizzazione saffica al personaggio ma ne introietta modi, gestualità e camminata maschile, come se fosse a tutti gli effetti un ragazzo, senza parodiarne però l’effetto: la regina ha un servitore personale che ogni mattina la sveglia, le fa indossare giacca e pantaloni, le infila gli stivali e la pettina mentre lei legge assorta Molière. In una scena emblematica lui le ricorda che non potrà morire zitella e lei, prontamente, gli risponde: “morirò scapolo”. Riguardo agli uomini, il suo pensiero è cristallino: “Non posso sopportare l’idea di essere usata da un uomo nel modo in cui un contadino usa i suoi campi”. Addirittura, nella scena di seduzione con l’ambasciatore spagnolo, Antonio, lui continuerà a credere che lei sia un uomo sino alla soglia del talamo. Ma il film questo punto si avvia una “femminilizzazione” del personaggio della sovrana Cristina, che abdicherà proprio per seguire il suo amore etero Antonio (pura invenzione cinematografica).

Greta Garbo;

Anche le altre donne di grande personalità che interpretò – Anna Karenina, Mata Hari, Margherita Gautier, Ninotchka – contribuirono ad alimentare il culto irraggiungibile di un’attrice che era quantomai fluida nel privato, arrivando a sedurre sia maschi che femmine ma non in quanto donna, ma in quanto Garbo, una sessualità a se stante, non incasellabile e sfuggente.

Le sue conquiste femminili annoverarono Marlene Dietrich, sua grande rivale sul grande schermo, ma soprattutto la poetessa aristocratica di origini spagnole Mercedes de Acosta, con la quale organizzò fantomatiche e leggendarie ‘gite a seno nudo’ in Sierra Nevada. Poiché per Garbo la segretezza era l’essenza del sesso, e la privacy un diritto assolutamente inalienabile, queste relazioni furono vissute in maniera clandestina: proprio per questo alimentarono la allora nascente industria del gossip hollywoodiano, riempiendo fiumi di pagine dei rotocalchi rosa. Come al cinema, ogni pretesto era buono per annunciare novità sul fenomeno Garbo (dal celebre ‘Garbo parla’ quando finalmente abbandonò il cinema muto con Anna Christie nel 1930, oppure ‘Garbo ride’ nel 1939 con l’acclamata commedia romantica Ninotchka di Lubitsch).

La sua riservatezza estrema, il suo abbandono definitivo dalla carriera cinematografica a soli 36 anni dopo il flop di Non tradirmi con me (Two-faced woman) di George Cukor, e la sua reclusione in uno splendido appartamento newyorchese circondata dai suoi adorati quadri di Renoir, contribuirono ad alimentarne il mito: ecco che si diffusero pettegolezzi che parlavano di una Garbo spilorcia, misantropa, come dice Giovanbattista Brambilladivinamente stronza’.

Ma la leggenda perdura e chissà se lei, sempre avanti sui tempi, ‘fata severa’ come la soprannominò Fellini, non apprezzerebbe oggi questa definizione postmoderna di ‘diva gender’ ante litteram.

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