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Grindr per schedare i gay: così la sicurezza diventa sorveglianza

L'Online Safety Act britannico non è sicurezza. È schedatura preventiva. È identificazione obbligatoria in base all’orientamento sessuale.

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Destano perplessità le nuove regole per accedere a Grindr in Gran Bretagna
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Riusciranno le nostre libertà a sopravvivere all’ansia da sicurezza delle popolazioni e alle smanie di controllo del potere esecutivo? La vicenda dell’obbligatorietà di riconoscimento richiesta da Grindr nel Regno Unito, madre di tutte le democrazie liberali, lascia perplessi.

Accade dunque che Grindr ti chieda un selfie. O meglio: un video-selfie con il tuo volto ben illuminato, centrato, a fuoco. Oppure, se vuoi accedere a questo angolo gay del mi-faccio-i-fatti-miei in versione digitale, ti tocca allegare un documento d’identità ufficiale. Passaporto, patente, perfino la tessera dell’esercito. Ti scattano, ti archiviano, e quindi ti lasciano entrare.

Dal 1° luglio, per effetto dell’Online Safety Act voluto dal governo Starmer, chiunque voglia usare Grindr su suolo britannico deve dimostrare di avere almeno diciott’anni. Non con una spunta, non con una dichiarazione. Con la faccia. Con i dati biometrici. Con una prova definitiva che quel corpo – tuo – è adulto, quindi degno di accedere a un’app nata per far incontrare uomini che desiderano altri uomini. E questo, si dice, per la sicurezza.

 

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La sicurezza di chi?

Nell’universo digitale del moral panic serve dunque il riconoscimento facciale. Che rimanda a smanie di controllo da regime cinese. Serve un’azienda esterna – FaceTec, in questo caso – che verifica, elabora, garantisce, elimina (forse) i dati. Grindr assicura che tutto verrà cancellato “dopo l’identificazione”. Ma ci fidiamo davvero di chi per definizione ha bisogno di monetizzare ogni dato possibile (si ricordi l’accusa sui dati sull’hiv venduti alle case farmaceutiche nel 2018). E soprattutto: è davvero questo il prezzo da pagare per difendersi dal rischio che qualcuno menta sulla propria età?

Non è sicurezza. È schedatura preventiva. È identificazione obbligatoria in base all’orientamento sessuale. Grindr è l’unica grande gay app soggetta a questa procedura nel Regno Unito. Su Tinder non ti chiedono di mostrarti in video. Il risultato è evidente: per accedere a un luogo virtuale dichiaratamente gay, uno deve lasciare una traccia molto reale. Con la faccia. Con i documenti. Con l’anima, se serve.

Il governo Starmer sembra avere una predisposizione assai poco laburista nell’inciampare nella trappola della sorveglianza. Dopo aver ordinato ad Apple di introdurre una “backdoor” nei suoi sistemi di cloud crittografato – una richiesta da regime autoritario che ha spaventato persino Donald Trump, come riporta il Financial Times – ora cerca di gestire il danno d’immagine. Apple ha ritirato i servizi dal Regno Unito, WhatsApp si è unita alla battaglia legale, Washington minaccia di chiudere i rubinetti della cooperazione tecnologica.

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Dove finisce la tutela e dove inizia la paranoia? In nome della sicurezza, si traccia ogni click, si chiede il volto per l’accesso al desiderio, si bussa al server delle app come fosse un covo di criminali. Non è ben chiaro quale sia il disegno geopolitico che rinsalda l’alleanza Londra-Washington in nome del controllo totale dei nostri dati: un favore britannico alle tech-company USA in cambio di protezione?

Il provvedimento viene sventolato come garanzia a tutela dei cittadini. Ma tutela di cosa, esattamente? Di chi? Dalla pedofilia? Dalla pornografia? O semplicemente dall’idea che persone gay possano vivere liberamente la propria sessualità in piena autonomia?

Difficile non vedere una componente moralista. Un’ossessione post-vittoriana travestita da innovazione. Si configura uno schema nel quale la tecnologia non è più strumento di libertà, ma custode di un clima di sospetto permanente.

E in Italia?

Anche in Italia, ufficialmente, Grindr è riservata a maggiorenni. Ma nessuno controlla davvero. Basta inserire una data di nascita qualunque e giurare di avere diciott’anni: nessun documento, nessun volto, nessuna verifica. Tutto si regge su una dichiarazione di responsabilità, quella spunta rapida tra una notifica e l’altra, come se il desiderio avesse bisogno di liberatorie legali.

Ma questa zona grigia sta per svanire. L’AGCOM ha annunciato che presto anche i siti per adulti dovranno verificare l’età dei propri utenti. Verificare sul serio. Documenti, selfie, certificazioni biometriche: il rischio è che il modello britannico, ora sperimentato su Grindr, diventi lo standard europeo. Il tutto sulla scia del Digital Services Act, che all’articolo 28 chiama in causa la tutela dei minori da contenuti potenzialmente dannosi per lo sviluppo “fisico, mentale e morale”.

L’AGCOM non ha ancora detto con che strumenti debba avvenire questa verifica, ma ha stabilito un principio: chi verifica non deve sapere dove stai entrando. Un principio sensato, sulla carta. Ma nella pratica? Entro il 2026 tutti i siti porno che operano in Italia dovranno adeguarsi. E non è difficile immaginare che le app di incontri, gay e non solo, saranno le prossime sulla lista. Così, mentre le big tech si sfidano in tribunale per difendere la crittografia, l’Europa mette in fila corpi e identità chiedendo: chi sei davvero? Mostrami la tua faccia. Dimmi la tua età. E poi, forse, puoi entrare. Con il sottinteso: d’ora in poi sappiamo tutto di te.

 

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