Regno Unito, Keir Starmer accoglie con favore la sentenza anti-trans della Corte Suprema: “Un gradito passo avanti”

Il premier labour Keir Starmer, chiamato a voltare pagina dopo l’era Sunak, si piega alla narrazione conservatrice della guerra culturale. Per calcolo politico.

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Starmer: "Una donna è una donna adulta e il tribunale lo ha chiarito in modo assoluto. Accolgo con favore la sentenza perché credo che offra una reale chiarezza".
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Dopo giorni di silenzio, il Primo Ministro britannico, Sir Keir Starmer, ha scelto di parlare. E purtroppo, ha scelto di farlo nel peggiore dei modi. Di fronte alla sentenza della Corte Suprema che ridefinisce il significato legale di “donna” e di “sesso nel Regno Unito, il Primo Ministro non ha difeso la dignità delle persone trans, né si è speso per una lettura più inclusiva dell’identità:

Una donna è una donna adulta e il tribunale lo ha chiarito in modo assoluto. Accolgo con favore la sentenza perché credo che offra una reale chiarezza. Permette a coloro che devono redigere linee guida di avere ben chiaro cosa queste debbano contenere. Quindi penso sia importante che consideriamo la sentenza per quello che è. È un gradito passo avanti. È vera chiarezza in un ambito in cui ne avevamo bisogno. Sono lieto che sia arrivata. Dobbiamo muoverci e assicurarci che tutte le linee guida siano corrette, in base a quella sentenza“.

Parole che pesano, e che arrivano in un momento in cui il linguaggio della politica britannica sembra modellarsi sulle pretese di chi, oltreoceano, fa dei “valori tradizionali” una condizione negoziale. Secondo quanto rivelato da The Independent, fonti vicine all’amministrazione repubblicana hanno confermato che il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance considera le leggi britanniche contro i discorsi d’odio — comprese quelle che tutelano la comunità LGBTQ+ — un impedimento inaccettabile alla libertà di espressione. Una fonte dell’entourage repubblicano ha sintetizzato la linea dura con una formula inquietante per la sua brutalità: Nessuna libertà di parola, nessun accordo. È semplice così“.

Non è la prima volta che Vance prende posizione su questo tema. Già a febbraio, durante la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, aveva lanciato un attacco frontale alle politiche europee in materia di diritti civili, accusando l’Europa di aver sacrificato la libertà di parola in nome dell’inclusività, e insinuando che questo fosse un segno di debolezza democratica. In quell’occasione, la reazione del governo britannico fu tiepida, sfumata, quasi riluttante. E oggi, nel momento in cui sarebbe servita una voce capace di affermare che i diritti delle persone trans non sono merce di scambio, il leader laburista ha scelto di compiacere — se non apertamente, almeno per osmosi — proprio chi quei diritti li mette in discussione.

Regno Unito, Keir Starmer accoglie con favore la sentenza anti-trans della Corte Suprema

Il 16 aprile 2025, la Corte Suprema del Regno Unito ha dunque sancito che, ai fini dell’Equality Act del 2010, i termini “donna” e “sesso” si riferiscono esclusivamente al sesso biologico, stabilito alla nascita. Una decisione storica, sì, ma nel senso più freddo e spietato del termine.

Perché se da un lato afferma un presunto principio di chiarezza normativa, dall’altro cancella con un colpo di penna la realtà vissuta di migliaia di donne transgender nel Paese. Secondo la sentenza, anche in presenza di un Certificato di Riconoscimento di Genere — documento ufficiale che attesta legalmente la transizione — una donna trans non potrà più accedere a spazi riservati alle donne: bagni, spogliatoi, reparti ospedalieri, rifugi per chi fugge da una violenza di genere che, evidentemente, per la giurisprudenza britannica non è abbastanza “biologica”. È un passo che non chiarisce: semplifica. Appiattisce. Cancella.

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C’è chi, come Kemi Badenoch, ha parlato della sentenza come di “una vittoria per le donne”, e chi, come Bridget Phillipson, Ministra per le Donne e le Pari Opportunità, conferma la nuova linea senza esitazione. Intervenendo su BBC Radio 4, ha dichiarato che l’accesso ai servizi riservati a un solo sesso deve “basarsi sul sesso biologico”. Una dichiarazione che si presenta come ragionevole, quasi amministrativa, ma che in realtà legittima una marginalizzazione sistemica. Perché stabilire per legge che una donna trans non è una donna significa negare alle persone trans lo statuto stesso di soggettività sociale e politica. Significa metterle ai margini, renderle eccezioni da gestire, non cittadine da tutelare.

Le proteste non si sono fatte attendere. In tutto il Regno Unito, la comunità LGBTQIA+ è scesa in piazza per denunciare questa escalation di esclusione. Cartelli, slogan, rabbia: contro una sentenza che pretende di essere tecnica ma è profondamente politica. Contro la retorica della “verità biologica”, che maschera come fatto ciò che è, invece, una scelta di campo.

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E il Partito Laburista? Se da una parte si sono levate voci critiche e incerte, dall’altra la linea ufficiale si è subito allineata. “Una donna è una donna adulta“, ha ribadito Starmer, lo stesso che nel 2021 dichiarava che “non è giusto dire che solo le donne hanno la cervice”.. Una formula diventata ormai uno slogan, il passepartout linguistico con cui si evita di dire la verità: che in nome del consenso politico ormai dominante – grazie agli Stati Uniti – si sta cedendo alla visione più restrittiva e conservatrice del genere.

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E così, come spesso accade quando la politica istituzionale prende una piega regressiva, anche gli enti deputati alla tutela dei diritti si affrettano ad allinearsi. La Commissione per l’Uguaglianza e i Diritti Umani (EHRC), un tempo voce autorevole nella difesa delle minoranze, ha colto la sentenza come l’occasione per rivedere le proprie linee guida. Nessuna nota di dissenso, nessun appello alla complessità: solo l’invito, rivolto ad aziende, scuole e strutture sanitarie, ad aggiornare le proprie politiche per adeguarsi al nuovo dettato legale. La proposta chiave? Spazi unisex.

Nel frattempo, la Corte ha tenuto a sottolineare che l’Equality Act resta in vigore e continua a proteggere dalla discriminazione basata sulla riassegnazione di genere. Ma come può una legge proteggere ciò che, nel suo stesso impianto, cancella? Come può parlare di tutela mentre ridefinisce l’identità come una questione di anagrafe e non di esistenza vissuta?

È questa la contraddizione insostenibile che le organizzazioni per i diritti LGBTQIA+ hanno messo al centro delle proteste scoppiate in tutto il Paese. Stonewall ha definito la sentenza “un colpo devastante per la dignità delle persone trans”. Amnesty International ha parlato apertamente di “pericoloso precedente”. E mentre Downing Street brinda alla “chiarezza normativa”, fuori dai palazzi la realtà si fa ogni giorno più torbida, più ostile, più minacciosa. Perché la chiarezza, quando è costruita sulle spalle dei corpi più vulnerabili, non è mai una virtù. È una resa.

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