Cinque donne trans, cinque amiche, intorno a una piccola piscina di plastica: Porpora, Sofia, Veet, Mizia, Nicole. Si ritrovano in una villa zeppa di ricordi, l’astronave in cui, prima di diventare sé stesse, hanno giocato con i propri corpi, con dio e con i suoi scherzi. Comincia così Le Favolose, il film di Roberta Torre, che racconta la rievocazione di Antonia, donna trans a sua volta, sepolta dalla famiglia biologica con nome e abiti maschili. «Tra il delirio e il dramma, abbiamo sempre scelto lo spettacolo», dicono sul finale le protagoniste, quando il miracolo è compiuto e Antonia torna donna nella disincarnazione. Sebbene la sepoltura sia avvenuta – come quella di Polinice – nel segno del fallimento e della cancellazione, le amiche di Antonia non si arrendono alla morte, anzi, la canzonano e raggirano la norma. Lo spettacolo, si diceva, la messa in scena. Ecco, Le Favolose è l’allestimento di una resurrezione indotta, l’evidenza di un lavoro archeologico che vuole riportare alla luce i percorsi rimasti senza traccia, quelli «cancellati con forza nella sfida finale».

L’imperativo che guida Porpora e le altre è quello che conduce Nan Goldin alla sua Polaroid: custodire gli affetti, tenere in vita le amiche. Tenerle in vita, sempre, anche oltre la morte, pur nella sfattezza e nella disperazione. Dopo aver assistito al suicidio della sorella Barbara, Nancy Goldin, non ancora quattordicenne, abbandona quel «sistema abominevole, la vita famigliare», per dirla con Woolf, nella speranza di poter trovare, da qualche parte tra il Maryland e il Massachussetts, nuove accoglienze. Di fronte a un’appartenenza biologica pericolante, si fa strada la necessità di delineare per sé un’altra genealogia affettiva, costruita fuori dal sangue, dentro la vicinanza quotidiana. La trova, per la prima volta, nel legame con David Armstrong, fotografo queer con il quale Nan vivrà buona parte della sua esistenza condividendo appartamenti e amicizie, un certo sguardo sulle cose e più di qualche battaglia.
All’inizio degli anni Settanta, entrambi, insieme, cominciano a fotografare la vita notturna di Boston: i gay bar, le drag queen, gli sballi, le sbornie. Mentre le loro pellicole si fanno diario intimo di una comunità, intorno a loro si raduna una famiglia d’elezione, un nucleo affettivo instabile eppure tenace, fatto di amicizie che sostituiscono la parentela senza mai imitarla davvero. Quando, tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, gran parte dei suoi amici muore per overdose o per l’AIDS, Goldin fa di nuovo esperienza della frattura. A differenza di Barbara, però, Greer Lankton, Cookie Mueller e gli altri, le altre, sopravvivono nel gesto artistico, che diventa così una forma di resistenza alla cancellazione. L’amicizia imbroglia la morte, ancora una volta. E raggirare la morte significa sempre anche ingannare ciò che la circonda, che la regola, dunque la norma e le sue gerarchie, dunque la famiglia.

Le storie di Nancy e di Antonia ce lo dicono in modo chiarissimo: nella devianza, l’amicizia offre una possibilità ulteriore di sopravvivenza. Non chiede la normalizzazione né l’assoggettamento. L’amicizia offre, invece, la possibilità di vivere relazioni anti-gerarchiche, policentriche e proteiformi. È, per dirla con Geoffroy de Lagasnerie, «una pratica di trasformazione del sé, un dispositivo dinamico di apertura verso l’altro». E, aggiungerei, un sistema di speranza, la sola possibilità che avrebbe di compiersi l’utopia anticapitalista.
«È l’unico antidoto alla solitudine», mi dice Hélène Giannecchini, autrice per Iperborea di Un desiderio smisurato di amicizia, libro queer nei contenuti e ancor di più nella forma, che mescola memorie e speranze, reportage filosofico e saggistica, pamphlet critico e life-writing, per riflettere sul potere rivoluzionario dell’amicizia e sulle evidenze del legame tra queerness e le famiglie d’elezione. Si tratta di un saggio narrativo che torna a scuotere la nostra memoria queer, e la interpella. Le chiede di dire tutto ciò che è stato taciuto, di recuperare tutti i tasselli perduti per costruire insieme, una generazione con l’altra, la nostra genealogia comune. Quella di Giannecchini è, però, soprattutto, un’indagine sull’amicizia come virtù civica, forza anarchica di ridefinizione sociale.
La abbiamo intervistata.
Hélène, parliamo di amicizia ma per farlo utilizziamo la semantica della famiglia. Non dovremmo trovare parole nuove?
Sì, ma nel frattempo possiamo affidarci al potere degli aggettivi. Una famiglia biologica, per esempio, non è una famiglia elettiva. Una famiglia che scegli, una famiglia che eleggi, è l’emblema della queerness, perché ha a che fare con l’autodeterminazione. E, al tempo stesso, non è escludente nei confronti dell’eterosessualità: ci sono sempre più persone etero che stanno cercando di fuggire dalle maglie strettissime della famiglia tradizionalmente intesa.
Dopo il dibattito scatenato da Michela Murgia, utilizziamo spesso l’espressione famiglia queer. La usi anche tu, vedo. Cos’è queer per te?
Tutto ciò che rifugge la norma eterosessuale, direi. Io mi identifico come persona queer, tra l’altro. È una scelta politica: voglio che sia evidente quanto la mia esistenza sia connessa a quella delle persone gay e trans. È uno scudo per tuttə noi, questa parola.
C’è chi suggerisce, come alternative linguistiche, espressioni come anti-famiglia, contro-famiglia.
Io non voglio adottare un punto di vista così radicale. Non sono contro la famiglia. Nel libro, come sai, cito spesso Jack Halberstam e il suo Forgetting Families, un articolo che si oppone in ogni modo alla famiglia biologica e a tutti i modelli emulativi. È stato molto importante, quell’articolo, ma non sono sempre d’accordo con quello che asserisce. Credo, anzi, che assumere una postura così radicale sia evidenza di un privilegio. Molte persone hanno bisogno del supporto che una famiglia – sia essa biologica, queer o d’elezione – può dare.
Questo vale soprattutto per le persone queer che sono state allontanate dalla famiglia d’origine.
Nessunə di loro ha scelto di allontanarsi dalla famiglia biologica. Oggi possiamo dichiararci contro l’istituto famigliare, ma negli anni Settanta e negli anni Ottanta, durante la crisi dell’AIDS, era tutto diverso: le famiglie abbandonavano i figli e le figlie omosessuali, che così cercavano quel supporto altrove.
Non è un caso che l’arte queer abbia così spesso a che fare con l’amicizia.
L’amicizia è sempre stata un antidoto alla solitudine a cui spesso le soggettività queer rischiavano di essere esposte. Di fronte alla discriminazione, all’abbandono, allo stigma e agli stenti, la comunità queer ha reagito inventando nuove relazioni. Pensa a quello che è accaduto negli anni più duri dell’AIDS: le donne lesbiche hanno accolto gli uomini gay malati, hanno offerto loro ospitalità, donato il loro sangue. Nessuno sa cos’è l’amicizia come la comunità queer. Per questo, la ridefinizione dell’amicizia, delle relazioni, deve partire da noi.
Torniamo ad Halberstam: tu non vuoi dimenticare la famiglia, ma riformarla.
Non voglio dimenticare la famiglia, perché la mia libertà nasce dalla mia famiglia. È dai miei genitori che ho ereditato una certa propensione alla queerness, se vogliamo. Ho avuto tre genitori: mia madre si è innamorata di due uomini, si è rifiutata di scegliere e loro non volevano lasciarla. Hanno trovato un modo di stare insieme, se lo sono inventato.
La sinistra francese sta lavorando a una proposta di legge volta a tutelare l’amicizia.
Se ne sta occupando La France insoumise, il partito di sinistra radicale di Mélenchon. È un disegno di legge che contempla per la prima volta i diritti dei nostri amici, i nostri diritti in qualità di amici. Sono solo diritti ancora basilari, ma è qualcosa. Non credo che questa legge riuscirà ad arrivare in Parlamento nel breve periodo, ma mi dà speranza. Non oggi, ma tra vent’anni, tra cinquant’anni, questa proposta diventerà una legge.
Quali diritti garantirebbe?
Il permesso retribuito per lutto verrebbe esteso dai famigliari agli amici, per esempio.
L’amicizia è fuori da ogni agenda politica, rarissime eccezioni a parte. Perché?
Perché minaccia le strutture capitalistiche. L’amicizia non serve a tutelare il patrimonio famigliare né tantomeno implica la riproduzione.
Isituzionalizzarla – cosa che in moltə auspicano – non contribuirebbe ad addomesticarne la sediziosità?
Il rischio c’è, ma c’è anche l’esigenza di vivere vite migliori. Sono ancora troppe le storie di persone in punto di morte, che vorrebbero con sé amici e amiche. Solo le famiglie sono ammesse in ospedale, solo le famiglie possono prendere decisioni. È assurdo, è ingiusto.
Una famiglia è anche i suoi luoghi, la sua casa. Come cambiano gli spazi abitativi se cambiano le famiglie?
L‘architettura gioca un ruolo molto importante nel modo in cui le nostre vite sono plasmate. La maggior parte delle case ruota attorno a una camera matrimoniale, che è solitamente lo spazio più bello, uno spazio vasto. Il regno di mamma e papà. Ai bambini di solito si affidano spazi più piccoli. Questo disegno è il simbolo della famiglia eterosessuale, delinea una gerarchia evidente. Mi chiedo allora come sarebbero le case se fossero pensate per le convivenze con i nostri amici? Vivremmo in spazi più equi, in camere tutte grandi uguali, con lo stesso numero di finestre?
Difficile immaginare spazi del genere, oggi, in città.
Molte tra le persone che stanno sperimentando convivenze di questo tipo stanno abbandonando le grandi città, ripopolando le campagne. A Parigi, a Milano, dovremmo riscoprire il vicinato, che è una forma molto potente di supporto e di cura vicendevole. Se non possiamo vivere insieme, possiamo ancora comunque vivere vicini. Le mie amiche e io lo stiamo facendo.
Dov’è il confine tra amicizia e amore?
Non sono certa esista. Soprattutto, perché dobbiamo trovarlo? Di cosa abbiamo paura? Stabilire i confini è sempre una reazione a un timore. Non vedo differenze tra la persona con cui sto e i miei amici. È la società che mi chiede di scegliere, e noi introiettiamo questa necessità. Quello che ho imparato lavorando negli archivi queer, quello che mi ha insegnato la queerness, è una certa fluidità. Amici e amanti non sono cose poi così diverse. Si può essere una cosa e l’altra, prima una cosa, poi l’altra, poi l’altra ancora di nuovo. È amore, è sempre amore.
Per moltə il confine risiede nel sesso, ma non è così.
Esistono coppie in cui non si fa sesso e amicizie che invece comprendono un certo coinvolgimento erotico. L’intimità spesso aiuta a costuire le relazioni, amicizie comprese.
Come cambia l’amore, la coppia, se cambiamo la percezione che abbiamo dell’amicizia.
Cambia tutto. Se devo farti un esempio, io non credo di dover passare il tempo libero solo con la mia fidanzata. Voglio condividerlo con lei e con le mie amiche, allo stesso modo. Hanno lo stesso valore, la stessa importanza. È la società, ancora una volta, a chiedermi di scegliere. Quando ricevo inviti di lavoro, spesso mi dicono che posso portare con me qualcuno. Tutti si aspettano che io arrivi con lei, ma ogni volta arrivo con un amica diversa. Si stupiscono tutti.
Perché questo libro?
Ci sono molte risposte a questa domanda. Quando ho compiuto trent’anni, mi sono accorta che tuttə si aspettavano che io costruissi una famiglia, non importa se omosessuale o eterosessuale. Volevano vedermi accoppiata, accasata. Io, di fronte a tutto ciò, volevo solo scappare. Non facevo altro che chiedermi come farlo. Io volevo vivere con le mie amiche. Il libro è il risultato dell’indagine intorno a questo mio desiderio.
Mentre scandagli il tuo desiderio racconti la storia della comunità queer.
Sì, perché, nel frattempo, continuavo a chiedermi anche quale fosse la mia storia in quanto persona queer, quale la mia genealogia. Alle persone queer nate o cresciute in famiglie eterosessuali nessuno racconta il loro passato. Mi sono messa sulle tracce di una storia che ci è stata preclusa. Voglio condividerla con le altre persone queer, con quelle più giovani ma anche con quelle adulte che ancora provano vergogna di sé. È molto preziosa, la nostra storia, perché insegna a tuttə che esistono nuovi modi di vivere insieme.
Quanto è importante lavorare, oggi che la nostra memoria è minacciata, negli archivi queer?
È molto importante, hai ragione quando dici che la nostra memoria è minacciata. Lo è sempre stata, tra l’altro. Non è un caso che il primo autodafé della Germania nazista, nel 1933, distrusse la biblioteca dell’Istituto di sessuologia di Hirschfeld, uno dei primi a occuparsi di sessualità in modo rivoluzionario. Quando un governo vuole cancellare la nostra memoria significa che corrono tempi bui. Gli archivi sono la prova della nostra esistenza.
È lavorando negli archivi che hai conosciuto Donna Gottschalk, la fotografa della comunità queer.
Sì, siamo anche diventate amiche. Nonostante la differenza d’età e la distanza – Donna ha quarant’anni più di me e vive negli Stati Uniti – ci sentiamo quotidianamente. Ha ampliato la mia famiglia d’elezione. Gli archivi permettono anche il dialogo intergenerazionale. Un dialogo personale e artistico, ovviamente. Io sto lavorando sulle sue fotografie, che a lungo sono rimaste nascoste. Sono potentissime; le guardi e cambiano una vita intera.
Una frase del tuo libro a cui non riesco a smettere di pensare: «Il pensiero ha espanso il desiderio, gli ha dato una giustificazione». Cosa intendi?
Più conosco, più imparo, più amo. La conoscenza ha a che fare con il desiderio, perché tutto è corpo. Imparo con il mio cervello, che appartiene al mio corpo. Scrivo con il mio corpo, studio con il mio corpo. Faccio un lavoro intellettuale, sì, ma non per questo vivo oltre il corpo. Tenerlo a mente è al centro della mia vita.
Un desiderio smisurato di amicizia è anche un libro sull’euforia queer. È attraversato da una storia dolorosa, ma non rinuncia alla gioia.
Se ci percepiamo solo come vittime perdiamo qualcosa per strada. La nostra gioia è uno strumento politico se la utilizziamo: non dobbiamo solo sentirla, provarla, dobbiamo farne qualcosa. Essere queer è la cosa più bella che mi sia mai capitata. Non sarei stata così coraggiosa se non fossi stata queer. Certo, è un privilegio il mio, il nostro. Ci sono parti del mondo, contesti, in cui essere queer è ancora una condanna.

