Contro la famiglia: da Woolf a de Lagasnerie
Ne Gli anni, il suo ultimo romanzo, pubblicato nel 1937, Virginia Woolf descrive cinquant’anni di vita della famiglia Pargiter, dagli Ottanta dell’Ottocento ai Trenta del secolo successivo. Quello che doveva essere un testo sulla «vita sessuale delle donne» diventa, in fase di scrittura, un romanzo corale, famigliare, sulla vita delle donne nell’ambiente domestico, dunque nella società. Eleanor, Delia, Rose e Milly – le quattro figlie del patriarca Pargiter e della consorte morente, Rose – ingabbiate come sono in una famiglia nucleare che le penalizza e le consuma, cercano per tutta la vita un riscatto, la possibilità di un’emancipazione. Tutte, dopo essere state prigioniere di quella «abominevole vita famigliare», vogliono esplorare, fare un salto fuori, espandersi. La stessa Eleanor, la primogenita che più di tutte ha dovuto sacrificarsi al cospetto del padre e della tenuta famigliare, a un certo punto capisce che «l’anima, l’essere intero, vuole espandersi, andare in cerca di nuove combinazioni».
L’elogio dell’amicizia di Geoffroy de Lagasnerie
Ho ripensato a lungo a questa frase mentre leggevo e lavoravo intorno a 3. Un’aspirazione al fuori (L’Orma), il saggio di Geoffroy de Lagasnerie, sociologo e filosofo francese, che nasce dalla necessità di elogiare l’amicizia come forma di contro-potere, come dispositivo politico che agisce contro il familismo e i fascismi. Da oltre dieci anni, De Lagasnerie vive una relazione che lo lega ai colleghi Didier Eribon ed Édouard Louis. Non si tratta di una storia d’amore, non in senso stretto, almeno. È una vita a tre, un legame che è stato costruito, inventato, mentre le parti coinvolte venivano a loro volta inventate, trasformate. Geoffroy e Didier, sì, sono partner da molti, moltissimi anni, anche se vivono in spazi separati, autonomi. Édouard, invece, che è molto più giovane, soprattutto di Eribon, è arrivato dopo. Didier lo ha conosciuto al termine di una conferenza, e ciò che ora lo lega agli altri non è il desiderio romantico, bensì l’amicizia. Oggi, insieme, in tre, abitano una relazione simbiotica, altra rispetto ai canoni del familismo e delle relazioni amorose, che siano monogame oppure no. Quello che hanno costruito è un legame anti-istituzionale, che è il segno di un’aspirazione utopica a una vita altra. O, per dirla con Woolf, il risultato della ricerca di «nuove combinazioni».
Abbiamo intervistato Geoffroy de Lagasnerie.

Cosa separa l’amicizia dall’amore?
Le pratiche sociali. La pratica sociale romantica è organizzata in modo differente dalla pratica sociale amicale.
Cioè?
Nella nostra società il concetto di amore porta con sé, quasi sempre, l’idea della coppia, del due. Amare vuol dire stare in due e anche, a un certo punto, stare in due nella stessa casa. Gli altri, allora, sono visti come minacce, come rivali. L’amicizia, invece, non implica l’esclusività. Per questo, può emanciparci più dell’amore. L’amicizia non ha a che fare con la proprietà, con la chiusura del sé all’interno di un’unità, ma con l’incontro, con la moltitudine, con la gentilezza verso gli altri. Per questo, il mio libro si intitola 3.
Parli dell’amicizia come stile di vita, come spazio di creatività e di invenzione perenne: cosa possiamo inventare?
Possiamo ristabilire qual è il centro del nostro esistere. Quando hai una relazione romantica, normalmente la tua casa, il tuo partner e i tuoi figli sono il centro della tua vita. Il resto diventa, invece, periferico. Lo sacrifichi per paura che il centro non regga, o per privilegiarlo. Se al centro della tua vita poni l’amicizia, invece, vuol dire che fai dell’incontro il tuo stile di vita. L’amicizia è sempre transitiva, è sempre una pratica collettiva. Paradossalmente, privilegiare l’amicizia vorrebbe dire costruire un’esistenza senza centro, una vita che tende al di fuori, che ti conduce oltre casa tua, a conoscere gente diversa da te. Per scappare da te stesso, per cambiare te stesso. L’amicizia è una pratica di trasformazione del sé, un dispositivo dinamico di apertura verso l’altro. Sta tutto in questa domanda: vuoi o non vuoi che la tua vita abbia un centro?
Sembrerebbe che la maggior parte delle persone un centro lo voglia.
Alcune ricerche sociologiche dimostrano come la convivenza e la vita di coppia portino sempre a una gerarchizzazione delle relazioni, che svantaggia ogni rapporto considerato extra-romantico. La coniugalità è una forma di distruzione della socialità, della collettività. Ma la felicità, ne sono fortemente convinto, dipende dall’ampiezza delle nostre relazioni. Le vite piccole, chiuse, non possono essere vite felici. Anzi, sono il contrario della felicità, il contrario della vita. Ecco, perché spesso si arriva al divorzio.
Anche chi vuole superare il perimetro della famiglia, mettendo al centro della sua vita l’amicizia, spesso utilizza il gergo e le categorie tipiche del discorso famigliare-romantico. In Italia, per esempio, abbiamo a lungo parlato di famiglie queer. È controproducente, no?
Sì, per proporre un modo di vita alternativo, che prescinda dalla famiglia e dal familismo non dovremmo parlare di chosen families o di queer families, ma di anti-famiglie.
Anti-famiglie?
Un anti-famiglia non è un’unità chiusa. Non esistono gerarchie né divisioni generazionali. La famiglia è segnata da spaccature di questo tipo, spesso anche molto evidenti. In alcune case, adulti e giovanissimi siedono in parti diverse del tavolo. Bisogna liberare l’amicizia da ogni riferimento alla famiglia, bisogna emanciparla.
Abbiamo le parole per farlo adeguatamente?
Purtroppo no, non abbiamo tutte le parole per farlo. Il campo semantico della famiglia è vastissimo; possiamo parlare di madri, di nonne, sorelle, cognate, nuore, generi e suocere. Ogni rapporto ha la sua precisa definizione. Quello dell’amicizia, invece, è ridotto a una sola parola: amico. Un solo lemma per designare sia le persone che vedi ogni giorno sia quelle che vedi una volta all’anno.
È emblematico.
Lo è, indica quello che dicevamo prima. La famiglia è il centro, l’amicizia è il margine. Sempre invisibilizzata, secondarizzata, delegittimata. Spesso lo facciamo anche in buona fede: quante volte diciamo che il nostro migliore amico è nostro fratello, per esempio? Dobbiamo andare in un’altra direzione.
In quale direzione?
Quando ci chiedono se abbiamo o no una famiglia, dovremmo controbattere. Dovremmo chiedere: «e tu, hai degli amici?». È più interessante sapere se una persona ha amici che sapere se ha un fratello, una sorella o un figlio, secondo me.
L’amicizia come contro-potere, la scrittura come contro-letteratura. Nel libro, parli di entrambe le cose. Nella vita, pratichi entrambe le cose. Costruire amicizie e scrivere libri sono gesti ugualmente sediziosi?
C’è un legame, un ponte, tra la costruzione di un rapporto e quella di un libro. Ha a che fare con la necessità di ribellarsi, sì, a una certa identità prestabilita, alle definizioni istituzionalizzate. Con il rivendicare la propria autonomia, la propria soggettività. Quando scrivi, se vuoi scrivere, devi chiederti se vuoi o non vuoi entrare a far parte di un sistema riconosciuto, quello accademico, per esempio, o quello dei premi, se vuoi assecondare una certa letteratura fatta in un certo modo, o se invece vuoi fare qualcosa di diverso, qualcosa che vada in una direzione altra rispetto a quella già battuta.
Vale lo stesso per chi rifiuta le categorie della famiglia, immagino.
Esatto. Bisogna chiedersi se si ha voglia oppure no di vivere secondo norme istituzionalizzate oppure se si vogliono creare nuove pratiche, nuovi stili di vita che siano appunto personali, più liberi. In più, se posso aggiungere, le relazioni sono indispensabili alla creatività.
Vale a dire?
Se vuoi inventare qualcosa, se vuoi creare qualcosa, devi essere circondato da persone che ti legittimano a farlo, che ti incoraggiano. Vedi come sono intrecciate, l’amicizia e la creatività?
Lo vedo.
Sono due forze anarchiche, in un certo senso.
Nel libro scrivi anche che l’amicizia è il Sé condiviso. Poco fa, però, abbiamo parlato dell’importanza del mantenere la propria autonomia, senza farsi influenzare da forze esterne. Come si conciliano queste due tensioni?
Credo nell’autonomia da ciò che è socialmente riconosciuto, istituzionalizzato, accettato e privilegiato, ma non credo nell’autonomia totale del Sé. La relazionalità precede l’identità, sempre. Ogni incontro crea qualcosa di nuovo e trasforma radicalmente il nostro Sé. L’io è la somma delle relazioni, il prodotto delle nostre interazioni con gli altri. Paradossalmente, più relazioni abbiamo più ci individualizziamo. Una persona non è una persona a prescindere. Quando nasciamo siamo la somma di stereotipi che la società ci impone: la classe, il genere, le appartenenze. Diventare persone significa liberarsi da tutto ciò, capire chi si è. E lo si può fare solo nella relazione con gli altri.
Tra le altre cose, nel libro e altrove, affermi spesso che costruire un’amicizia, dunque esplorare ciò che sta fuori, significa reinventare il mondo, o almeno re-immaginarlo. Come sarebbe il mondo, se potessi re-immaginarlo tu?
Sarebbe senza case. Abbiamo questa idea che stare con qualcuno voglia dire necessariamente, a un certo punto, vivere con qualcuno. Possedere una casa, meglio se con giardino. È un’idea pericolosa, distruttiva, tipica dei quartieri residenziali francesi e anche americani, dove tutti infatti votano l’estrema destra. Vorrei, semmai, abitare in un mondo di piccoli appartamenti e tanti bar.
Perché?
La casa e la vita domestica penalizzano la socialità. I bar, invece, la incentivano. Vorrei vivere in un posto di luoghi pensati per la collettività e l’incontro. Dovremmo vivere da soli, in posti poco confortevoli.
Tu vivi solo, in una casa poco confortevole?
Vivo in una casa molto piccola, non c’è niente qui. La casa non è lo spazio che abito di più. Abito tutti i luoghi in cui scrivo e trascorro la maggior parte del mio tempo al parco o al bar, in qualche café o al ristorante, nei locali gay.

