Mattinata particolarmente attesa alla Festa del Cinema di Roma per l’anteprima di Il Ragazzo dai Pantaloni Rosa di Margherita Ferri, film trainato da Claudia Pandolfi che racconta la tragica storia di Andrea Spezzacatena, il quindicenne che nel 2012 si tolse la vita dopo aver subito atti di bullismo e cyberbullismo omofobo a scuola. Presentato all’interno della sezione autonoma Alice nella Città, il film sceneggiato da Roberto Proia è stato mostrato a centinaia di studenti romani, come ogni mattina accorsi in massa all’Auditorium progettato da Renzo Piano per assistere ad uno dei tantissimi titoli in cartellone. Decine di classi di adolescenti e non pochi giornalisti, presenti in galleria per ammirare la pellicola tratta dal libro Andrea oltre il pantalone rosa scritto da Teresa Manes, mamma del 15enne.

Ma quel che è andato in scena è stata un’esperienza avvilente, sconfortante, perché dinanzi a Il Ragazzo dai Pantaloni Rosa alcuni dei ragazzi presenti hanno finito per cavalcare proprio quel bullismo così drammaticamente raccontato sul grande schermo.
Per due ore si sono sentiti continui e gratuiti applausi di scherno, risatine, tra chi gridava “fr*cio” e chi “ma questo quanno s’ammazza”, proprio davanti ad una storia del genere. Al cinema come allo stadio. Eppure ancora oggi c’è chi si ostina a non voler includere l’educazione al rispetto e all’inclusione nei programmi scolastici, volendola addirittura bandire per legge. Basti pensare all’onorevole leghista Sasso, che ha presentato e fatto approvare una mozione che vuole vietare la fantomatica “ideologia gender” dalle aule. E anche questi sono gli sconcertanti risultati, che annegano nella totale mancanza di tatto, nell’incapacità a cogliere il messaggio veicolato, a non capire il contesto in cui ci si trova, cavalcando quel bullismo che negli ultimi anni ha portato più adolescenti a compiere gesti estremi. E Andrea è uno di questi.

Tralasciando il film, qui da noi recensito, è stata la sua fruizione a lasciare sgomenti. Perché Il Ragazzo dai pantaloni rosa parla proprio a quella generazione Z, a quei ragazzi che non sono riusciti a vederlo rimanendo in silenzio, senza ridere, fare baccano, vomitando omofobia al cospetto di una storia vera che si è drammaticamente conclusa con un suicidio di un 15enne. Non tutti gli adolescenti presenti si sono resi protagonisti di simile circo, è doveroso rimarcarlo, ma una parte di loro, con la galleria trasformata in uno zoo e insegnanti al seguito nella stragrande maggioranza dei casi colpevolmente silenti. Solo una di loro si è alzata, indignata, per redarguire la propria classe minacciando azioni concrete. Ma poco dopo i suoi stessi alunni hanno ricominciato, con altri a ruota. E allora proviamo a metterci nei panni di chi magari al buio di quella sala si è immedesimato nell’Andrea del film, a chi quelle derisioni pubbliche e social le vive ogni giorno, magari in silenzio, senza mai raccontarle, e ha dovuto sopportare persino lo scherno cinematografico.

Oggi più di ieri, Il Ragazzo dai pantaloni rosa andrebbe proiettato nelle scuole, dove l’educazione al rispetto e all’inclusione dovrebbe essere istituita per legge, sin dalla prima elementare. Perché vero è che il bullismo scolastico c’è sempre stato, purtroppo è una piaga secolare, ma si è acuito attraverso i social, alimentato da una classe politica che diffonde odio aizzando divisioni, gettando benzina sul fuoco del razzismo e dell’omobitransfobia, additando i cosiddetti “diversi”. Bisogna concretamente intervenire affinché i giovanissimi di domani possano finalmente capire quanto tutto questo sia sbagliato, tremendamente dannoso, maledettamente pericoloso.
Era solo la proiezione di un film, è evidente, ma dietro c’è il quotidiano, la drammatica realtà vissuta da chissà quanti Andrea, che meritano ascolto e rispetto.


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Cosa ne pensi?
Ho partecipato alla diffusione dello spettacolo NASCONDINO, una piede teatrale sul bullismo omofobo recitato da due adolescenti. Durante una delle repliche è accaduto quanto descritto qui sopra, da parte di una delle classi presenti (15enni). Dovendo moderare il dibattito ho redarguito i ragazzi in modo molto fermo e deciso dicendo che prima di tutto non è possibile che a 15 anni non sappiano stare a teatro e chiedendo loro perché un bacio sulla bocca tra un ragazzo e una ragazza non avrebbe suscitato i fischi e i lazzi che sono seguiti al bacio tra i due ragazzi in scena. I ragazzi hanno incassato i rimproveri, uno ha chiesto scusa. Il giorno dopo una professoressa ha scritto una lettera indignata dicendo che io non avrei dovuto permettermi, che non era il caso, che non era compito mio eccetera. Il pesce puzza dalla testa
Basta poco….