Il 20 novembre 2012 Andrea Spezzacatena, appena 15 anni, si tolse la vita perché stanco di essere vittima di bullismo e cyberbullismo tra i banchi di scuola. Si impiccò in camera sua, a Roma, senza lasciare neanche un biglietto di addio. Solo successivamente al suo suicidio sua mamma Teresa Manes scoprì cosa avesse dovuto passare, in silenzio, suo figlio, sbeffeggiato a scuola e on line, con una pagina Facebook nata solo per dileggiarlo. “Il ragazzo dai pantaloni rosa“, si chiamava quella pagina, dove ci scrivevano di tutto. Quei pantaloni rosa furono il risultato di un lavaggio sbagliato in lavatrice. Avevano stinto e ad Andrea piacevano comunque, tanto da volerli indossare. Anche dopo gli insulti, “per non dargliela vinta”. Ma quelle parole di scherno si sono fatte sempre più pressanti, pesanti, insistenti. E Andrea ha deciso di farla finita. All’età di 15 anni.
12 anni dopo quel tragico gesto la storia di Andrea Spezzacatena arriva al cinema con Il Ragazzo dai Pantaloni Rosa, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, all’interno della sezione autonoma Alice per la Città. Adattamento firmato Roberto Proia di Andrea oltre il pantalone rosa, libro scritto da sua madre Teresa Manes, il film della 30enne Margherita Ferri vede Claudia Pandolfi negli abiti di mamma Teresa e il bravo Samuele Carrino in quelli di Andrea, ragazzo apparentemente solare che aveva ottimi voti a scuola, una passione per il canto e un buon rapporto con suo fratello minore e i suoi genitori. Poi tutto è cambiato. Prima in terza media, quando ha conosciuto un compagno di classe dall’irresistibile fascino, poi al primo anno di liceo. Dal cognome storpiato in “Checcacatena” alla derisione pubblica e social. Il film, narrato dalla voce di Andrea dall’aldilà, racconta come il ragazzo sia arrivato a pensare di non avere altra via d’uscita se non il suicidio.
Un’opera che vuole essere potente monito sulla pericolosità di certe parole e di quei gesti che in apparenza possono sembrare innocui, nascondendo ben altro.


Una pellicola che parla soprattutto a quella generazione Z troppo spesso coinvolta in atti di bullismo e discriminazione, immancabilmente alimentati da chi dovrebbe dare il buon esempio, vedi l’attuale sconcertante classe politica che puntualmente finisce per alimentare odio e divisioni a cadenza quotidiana. In tal senso è stata un’esperienza avvilente, sconfortante e sconfortante dover assistere alla prima stampa del film in sala Sinopoli all’Auditorium Ennio Morricone di Roma, insieme a centinaia di studenti, a decine di classi, tra applausi di scherno e insulti omofobi.
Eppure il film di Margherita Ferri parla proprio ai più giovani attraverso i propri giovani attori, senza cadere nella troppo facile retorica. Perché anche chi è vittima può trasformarsi in bullo. E viceversa. L’Andrea del film è talmente ossessionato dal bel Christian, aitante adolescente schiacciato dalle aspettative sociali su come dovrebbe essere un ragazzo come lui, plastico esempio di mascolinità tossica, dal comportarsi in malo modo con la sua unica vera amica. Per poi aprire gli occhi e pentirsene. Lentamente Andrea si scolla sempre più dalla realtà che lo circorda, precipitando nella solitudine perché costretto a sentirsi continuamente sbagliato, inadatto, diverso. Con le cuffiette costantemente nelle orecchie, affoga in quei depressivi pensieri che sembrerebbero non concedergli vie d’uscita dal perenne dolore. Ad ucciderlo sono state le parole altrui e il proprio assordante silenzio, perché chiuso in sè stesso, evidentemente impaurito dal chiedere aiuto, dal confidarsi con sua madre, qui interpretata da un’intensa Claudia Pandolfi.
Una mamma presente e innamorata di suo figlio, inconsapevole dell’incubo da lui vissuto. Se Teresa non avesse avuto la password del suo profilo Facebook, oggi non avremmo mai saputo cosa fosse realmente successo. Il film di Ferri e lo script di Proia evitano di dare giudizi, lasciando alla drammatica storia di esprimersi ed esplicitarsi, senza andare a sostituirsi a chicchessia, vedi insegnanti e genitori. Nella vita reale Andrea non ha mai fatto coming out, anche perché a 14 anni come puoi avere determinate certezze, verità assolute, cosa ne vuoi sapere di orientamenti sessuali e identità di genere. “Sono ancora piccolo“, confessa nel finale di pellicola a sua madre, sognando un 15esimo compleanno alle giostre. Nel film Andrea subisce l’indiscussa attrazione di Christian, che diventa una sorta di sua ossessione, ma al tempo stesso prova talmente tanto affetto nei confronti di Sara, la sua unica amica, da pensare di amarla. Andrea era semplicemente un ragazzo libero, fortemente emotivo e con una spiccata vena artistica. Amava cantare, leggere, andare al cinema, era il primo della scuola con voti eccellenti. Mai un problema, fino all’arrivo di quei pantaloni scoloriti da un lavaggio sbagliato che hanno inclinato il piano della sua stessa esistenza. Dando forma al suo incubo quotidiano.
Il ragazzo dai pantaloni rosa è un film quanto mai necessario, in questo determinato contesto storico, che andrebbe proiettato in tutte le scuole d’Italia, seppur con l’assoluta consapevolezza che potrebbe andare incontro a reazioni simili a quelle vissute in sala Sinopoli durante l’anteprima romana, tra battute omofobe e applausi di scherno. Perché solo attraverso un concreto dibattito e ad immagini che esplicitano l’orrore generato dal bullismo si potrà visivamente osservare quest’ultimo, in grado di evolvere generazione dopo generazione facendosi sempre più violento. Come ricorda a fine pellicola la mamma di Andrea, Teresa, le parole sono come vasi che precipitano da un terrazzo. Se li eviti puoi continuare a camminare per la tua strada, ma se ti colpiscono fanno male. E rischiano di ucciderti. Le parole hanno un peso enorme, sono in grado di ferire ancor più di un pugno, perché subdole e capaci di entrarti dentro, di mettere radici, cicatrici pronte a riaprirsi quando meno te l’aspetti. La vera Teresa ha passato gli ultimi 10 anni di vita a raccontare la storia di suo figlio in decine e decine di scuole d’Italia (qui la nostra intervista), al cospetto di migliaia di alunni, affinché quanto accaduto al suo Andrea non debba più ripetersi. Nel 2022 è stata insignita dell’onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana, per volontà di Sergio Mattarella.
Margherita Ferri aveva il compito di onorare la memoria di Andrea, provando a trasformare la sua storia in allarme generazionale, sociale e culturale. Realizzando un film dal dovuto e inevitabile taglio adolescenziale, è riuscita nel suo intento.





