Incontri in treno, erano più interessanti una volta?

Se si tengono gli occhi bene aperti tra una carrozza e l'altra, ancora oggi nei lunghi viaggi si può rimanere "vittime" di eccitanti imprevisti. Cosa non fa l'"ingegno finocchio"...

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Un paio di settimane fa mi trovavo in viaggio da Roma a Milano. Ero insieme a due amici attori, arrivati in stazione con largo anticipo a differenza del sottoscritto, perennemente in ritardo, carico di bagagli e della convinzione di aver dimenticato qualcosa. Quando viaggio, ho sempre questa angosciosa sensazione, attenuata dall’idea che, se proprio non potrò fare a meno di ciò che non ho portato, potrò comunque acquistarlo in seguito. Una rassicurazione che però necessita della contemporaneità di almeno due fattori: occorre che la cosa in questione sia facile da rimediare e bisogna avere con sé il denaro per acquistarla.

Avendo, in questa occasione, lasciato a casa i soldi, al sicuro dentro al portafogli con tutti i documenti e il biglietto del treno, ho finito per trascorrere tutta la tratta da Roma a Firenze al telefono con un giornalista di Liberazione che tentava di intervistarmi tra una galleria e l’altra, in attesa che un mio amico mandasse un fax del biglietto alle Ferrovie. Nel frattempo, i miei compagni di avventura mangiavano tranquillamente, carezzavano un cucciolo (di cane) seduto al mio posto e conversavano amabilmente di Gloria Guida e Lilli Carati.

Cosa possano avere a che fare le mie vicende con la rubrica sesso è questione che ormai la maggior parte dei lettori ha smesso di porsi. A chi però conserva un po’ di fiducia nel prossimo, ho voluto regalare la cornice dell’acquerello. Perché va detto che in treno, quando non si sta tutto il tempo seduti al proprio posto, magari a chiacchierare della Caselli o di Fiordaliso, si finisce per sbirciare morbosamente i maschietti di passaggio, cercando di cogliere se gli sguardi vengono ricambiati e se potrebbero addirittura avere un seguito.

Per quanto possa sembrare lungo il viaggio a chi deve ingannare l’attesa leggendo o sonnecchiando, quando avviene l’imprevisto il tempo non è mai abbastanza. In certi casi le passioni esplodono improvvisamente e fugacemente si consumano: storie di molto meno di una notte, a volte di pochi minuti, vissuti sempre col fiato sospeso. Altre volte sono tentazioni pericolose, occasioni abbandonate o fantasie prive di contatto con la realtà, ma tutte accomunate dal gusto del proibito.

Dico questo con il candore di chi si confessa appartenente a questa seconda categoria, non avendo mai osato andare oltre e vivere certe emozioni in prima persona. A tanti desideri provati negli anni in corsa sui binari hanno sempre corrisposto altrettanti pudori e paure. I miei ricordi si sono limitati ai giochi di sguardi, a qualche eccitazione tenuta ben nascosta e a un paio di ragazzi conosciuti in viaggio ma rivisti in seguito in situazioni più comode (e meno eccitanti). L’unica volta che ho fatto sesso in viaggio è stata con il mio ragazzo, quando ci ritrovammo da soli di notte nello scompartimento.

Uno splendido ricordo, molto curioso e a tratti acrobatico, difficile però da inserire in quella tipologia di rapporti di cui ho sentito parlare molte volte, l’ultima delle quali proprio due settimane fa dal mio amico attore: ricerche distratte del posto da occupare, strizzate d’occhio di intesa, bei biondoni ammiccanti, scompartimenti chiusi anche di giorno con le tende ben tirate. Per tacere degli amplessi consumati frettolosamente nei bagni.

Proprio secondo una sua curiosa teoria, qualche anno fa si rimorchiava (e consumava) molto più spesso in treno, oltre che per la minore paura delle malattie, per la mancanza di locali. In particolare in provincia questa carenza aveva reso la ferrovia un luogo di incontro tanto facile quanto discreto. Bastava armarsi di pazienza, percorrere in lungo e in largo i vagoni alla ricerca apparente di un bagno o del bar e tenere gli occhi bene aperti per individuare chiunque ricambiasse uno sguardo appena più prolungato. Né più né meno di una passeggiata in strada ma con il brivido aggiunto del poco tempo e degli scarsi spazi a disposizione.

Non so se la scomparsa di questo piccolo mondo si debba all’Eurostar, colpevole di aver sacrificato sull’altare della fretta tutti gli stratagemmi creati dal nostro laborioso "ingegno finocchio". Fatto sta che durante il viaggio, una volta risolta la grana del biglietto, ho ripensato con malinconia a tutte le volte che avrei potuto osare di più, mentre ascoltavo i piccanti racconti del mio amico. Mescolati ovviamente a informazioni utilissime sui luoghi natali delle nostre cantanti (la tratta Roma – Milano ne è ricca) e alle vicende private di Lilli Carati.

 

Flavio Mazzini, trentacinquenne giornalista, è autore di Quanti padri di famiglia (Castelvecchi, 2005), reportage sulla prostituzione maschile vista "dall’interno", e di E adesso chi lo dice a mamma? (Castelvecchi, 2006), sul coming out e sull’universo familiare di gay, lesbiche e trans.

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di Flavio Mazzini

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