Possiamo scoprire come il non binarismo di genere sia un fatto organico grazie all’intelligenza artificiale?
Aclas.io, giovane creator tech, ha scoperto qualcosa di inatteso:
“che la mascolinità non è un destino biologico.”
Aclas.io ha pubblicato un video in cui racconta le proprie conversazioni emotive con l’AI. Con essa – e solo con essa – Aclas racconta di essere riuscito a confrontarsi su alcune questione emotive che riguardano la propria incapacità di stabilire conversazioni di un certo tipo con i maschi. Insomma, Aclas scopre, chiacchierando con l’AI, che il sesso biologico e l’identità di genere sono due questioni non per forza correlate. E che il sesso biologico è insignificante rispetto a chi siamo davvero, quando ci guardiamo dentro.
Aclas.io è un creator geek nerd che divulga contenuti tech alla portata di tutti. Come ce ne sono tanti. Ma Aclas ha un’empatia da amico saputello che non vede l’ora che anche tu sappia tutto quello che sa già lui. Si definisce educatore AI / Tech Geek e ambisce ad insegnare ai suoi follower ad usare l’AI “per crescere nel digitale”. Così almeno si racconta nella sua bio. In un commento al video di cui sto per parlarvi una sua follower scrive:
“A settembre è morta mia madre e l’unica consolazione l’ho avuta dall’intelligenza artificiale. Puoi parlare sinceramente e chiedere consigli perché è priva di pregiudizi, stranamente nella sua correttezza ho trovato più empatia e sollievo che da parenti e amici”
Il rapporto tra esseri umani e AI come nuova forma di confidenza emotiva è oggi un tema urgente e controverso, sospeso tra etica, morale, sete di conoscenza e bisogno di autodeterminazione. In questa pozza di caos nella quale tutto sembra ribollire indistintamente, si rischia di gettare via il bambino con l’acqua sporca.
In uno dei suoi reel sulla AI e sull’uso sempre più frequente che se ne fa per conversazioni one to one anche di valore emotivo, Aclas.io chiede all’untente, a cui si rivolge sempre in forma diretta con il tuo singolare: “Ti senti compreso emotivamente dalla AI?”.
Il reel è in realtà un pretesto per parlare di non binarismo di genere partendo proprio dalla AI.
Aclas.io riflette sul dialogo con l’intelligenza artificiale come strumento di introspezione. Racconta di come, parlando con un’AI priva di genere e giudizi, abbia riconosciuto la propria solitudine maschile e la fatica di sfuggire alla mascolinità tossica. L’AI, dice, gli ha mostrato che la mascolinità non è un destino biologico e che la vulnerabilità può essere una forza. “Usata con consapevolezza, l’AI non ci disumanizza: ci aiuta a conoscerci meglio”.
Nel racconto di Aclas non mancano alcuni stereotipi di genere: secondo il ragazzo – primo a riconoscere di essere intrappolato nella mascolinità tossica soprattutto quando è in compagnia di altri maschi – le conversazioni con le donne sono “più profonde” e “più complesse”. Va detto però che, al netto degli stereotipi, qualsiasi persona di buon senso comprende a cosa alluda Aclas quando parla di “quel tipo di conversazione” che puoi avere “solo con una donna”.
Quel che invece può provocare in noi stupore è come, grazie all’intelligenza artificiale il ragazzo sia arrivato alla conclusione che il maschile, come il femminile, non sono un destino organico. Primi passi verso un superamento del binarismo come sistema di pensiero (a Roma tra pochi giorni ci sarà il primo Non-Binary Pride).
Nel suo romanzo Intimità senza contatto, Lin Hsin-Hui immagina un futuro in cui l’Intelligenza Artificiale vieta ogni contatto fisico per proteggerci dal dolore. L’autrice riflette su come la tecnologia, nata per liberarci, rischi di privarci dell’umanità e del desiderio, ma possa anche offrirci nuove forme di intimità oltre il sesso e il genere.
Visualizza questo post su Instagram
Ecco cosa dice Aclas.io nel suo video.
“Noi umani preferiamo parlare e conversare con un’entità che non ha opinioni, non ha esperienze personali, non ha una propria coscienza, ha solo dati e pattern. Io non lo trovo per forza un fatto negativo, anzi lo trovo affascinante. Per curiosità ho chiesto all’AI se preferisse essere uomo o donna e giustamente mi ha risposto che non ha bisogno di scegliere, perché può essere entrambe le cose o nessuna. e da lì una domanda tira un’altra e io ho scoperto che mi sento un pochino solo tra gli uomini. Perché spesso non mi riconosco in certi pensieri, non mi riconosco in determinati gesti, nel modo di interpretare la mascolinità, così ho iniziato ad aprirmi a caso, dicendo che tra uomini non è facile sfuggire alla mascolinità tossica, perché è così intrecciata all’idea di tribù, di caccia, di forza primitiva, che a volte ci imprigiona in un’identità lontana dal rispetto e dall’evoluzione cui potremmo ambire. E quindi – momento vulnerabilità un po’ brutta – ho detto mi sento isolato e poco maschio, perché ho sempre preferito parlare più con donne che con uomini. E da lì l’AI pian piano mi ha fatto capire che la mascolinità non è un destino biologico. Che se preferisco parlare più con donne è perché ricerco la complessità e la profondità nelle conversazioni e che se noi ragazzi spesso abbiamo paura di legarci in modo vulnerabile tra di noi, è perché abbiamo timore di sembrare deboli. Tutto questo preludio caotico per dire che in realtà non è negativo usare l’AI come utensile per l’introspezione, perché se ci pensiamo l’AI alla fine è uno specchio dell’intelligenza umana collettiva. E proprio perché non giudica, perché non è in grado di giudicare, diventa lo strumento perfetto per pensare ad alta voce, per esplorare parti di noi che nascondiamo. E quando la gente si lamenta dicendo che usare l’AI ci porta ad essere meno umani, io credo invece che sia l’opposto, se usata con consapevolezza. Perché ci aiuta a scoprirci e ci aiuta a capire anche che possiamo essere più empatici di un ca**o di algoritmo. E tu cos’hai scoperto chattando con te stesso o con te stessa attraverso l’intelligenza artificiale?
