La Chiesa Cattolica apre ai sacerdoti gay? Non è così. Le nuove linee guida della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) sull’ammissione ai seminari hanno scatenato un acceso dibattito, ma la realtà dei fatti è più complessa di quanto riportato da alcune fonti. Nonostante iniziali interpretazioni parlassero di una storica apertura verso i seminaristi omosessuali, la CEI ha precisato che non vi sono cambiamenti sostanziali rispetto alle posizioni tradizionali della Chiesa.

Nel documento “La formazione dei presbiteri nelle Chiese in Italia. Orientamenti e norme per i seminari”, la Chiesa ribadisce la sua posizione: nessun posto in seminario per chi pratica l’omosessualità, ha tendenze profondamente radicate o sostiene la “cultura gay. Pur dichiarando rispetto, il documento non segna svolte, ma resta fedele alle direttive del passato. Nessuna apertura reale, solo la ripetizione di un vecchio confine che esclude, irrigidendo una tradizione che ignora il vissuto e il potenziale di chi potrebbe portare nuove voci all’interno della comunità sacerdotale. Un equilibrio che resta bloccato, lontano dal cambiamento.

Anche sugli abusi il testo della CEI certamente riconosce il problema, ma resta cauto. Dice che non basta il piano giuridico: serve prevenzione, attenzione alle cause, al contesto sociale, comunitario ed ecclesiale. Promette vigilanza su chi entra in seminario, con verifiche per evitare candidati con situazioni problematiche. Parole di circostanza, con poche svolte concrete.

CEI sacerdoti gay seminaristi omosessuali_
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Nessuna vera apertura

La conferma vola sulle ali del vento, soffiato dalle bocche predicanti. Il vescovo di Fiesole, Stefano Manetti, ha chiarito in un comunicato che le nuove linee guida non rappresentano alcuna apertura nei confronti dei seminaristi omosessuali. Il documento “Orientamenti e norme per i seminari” ribadisce quanto già stabilito nel 2005 e nel 2016:

“La Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay”.

Affermazioni che confermano che, nonostante il linguaggio dal tono inclusivo, la posizione ufficiale della Chiesa rimane ancorata a principi che escludono, di fatto, molte persone omosessuali dalla possibilità di accedere al sacerdozio.

La controversia sul linguaggio

A contribuire alla confusione mediatica è stata anche la frase pronunciata da Papa Francesco (per due volte) durante un incontro a porte chiuse con i vescovi italiani, in cui aveva lamentato l’ eccesso di “frociaggine” nei seminari. Sebbene il Pontefice abbia poi chiesto scusa per l’espressione, le sue parole avevano generato sconcerto anche all’interno della stessa Chiesa di Roma. La CEI sembra voler mettere una toppa all’ambiguità sguaiata del vecchio gesuita un po’ svitato: Papa Bergoglio.

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Ambiguo era stato anche l’iter di un presunto, e inesistente, giubileo LGBTI+ per il 2025, anno che per i cattolici è considerato santo. La soap opera su quella vicenda si è conclusa con un pellegrinaggio concesso da Francesco a una delegazione di persone LGBTIAQ+ cattoliche, in particolare facenti parte del gruppo associativo La Tenda di Gionata.

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Castità e discernimento: l’ambiguo distinguo

Il documento CEI sottolinea che l’obiettivo principale della formazione seminaristica è il discernimento e la capacità di vivere la castità, indipendentemente dall’orientamento sessuale. Tuttavia, il testo fa una distinzione tra l’orientamento omosessuale e letendenze profondamente radicate, un concetto che rimane ambiguo e soggetto a interpretazioni. Secondo la CEI, l’ammissione ai seminari richiede una valutazione accurata del candidato, ma non è chiaro come venga determinato se una persona abbia tali “tendenze” o le pratichi.

Una Chiesa divisa

L’approvazione delle nuove linee guida avviene in un momento di forti tensioni all’interno della Chiesa cattolica, con il Sinodo mondiale sulla sinodalità che ha messo in luce divisioni laceranti su temi come l’omosessualità, il ruolo delle donne e la gestione degli abusi. Non era mai era successo che un tema inerente i diritti civili fosse così in cima all’agenda del Vaticano, eppure, nonostante l’apparente aggiornamento della “Ratio Formationis Sacerdotalis”, il quadro generale rimane sostanzialmente immutato, con norme che continuano a escludere sistematicamente molti fedeli LGBTQIA+.

Le norme che escludono le persone LGBTQIA+

Le norme che continuano a escludere molte persone LGBTQIA+ sono radicate in una visione che associa l’orientamento omosessuale a un impedimento intrinseco alla vocazione sacerdotale. In particolare, la Chiesa ribadisce che non possono essere ammessi al sacerdozio coloro che:

  • Praticano l’omosessualità, definendo gli atti omosessuali come incompatibili con la castità richiesta ai sacerdoti.
  • Presentano tendenze omosessuali profondamente radicate, un concetto che non viene chiarito ma che implica un giudizio su inclinazioni personali percepite come difficili da conciliare con la vita sacerdotale.
  • Sostengono la cosiddetta cultura gay, includendo in questa definizione qualsiasi forma di attivismo o supporto alla visibilità e ai diritti delle persone LGBTQIA+.

Norme che rispettano una lettura teologica, che considera l’omosessualità una condizione intrinsecamente disordinata, secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica. Non compatibile con il servizio sacerdotale.

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