Se l’abito fa l’uomo, cos’è che fa l’uomo che volete farvi?
Gli omosessuali sono raramente immuni ai dettami della moda. A dire il vero, a sentire quello che si dice in giro, siamo molto più condizionati dalle tendenze dell’etero medio. Se le donne eterosessuali cercano un ragazzo piantato che possa provvedere ai loro bambini, noi gay cerchiamo dei compagni di bell’aspetto ai quali saccheggiare il guardaroba.
Ma cos’è che rendo un certo modo di vestire “sexy”? Se c’è una cosa che la storia ci insegna è che gli indumenti giusti possono farci perdere la testa. Se c’è un’altra cosa che la storia ci insegna è che ciò che è sexy per una generazione è ridicolo per un’altra epoca. Negli anni prima di Stonewall molti pensavano che ai gay come a donne mancate, passivi effeminati che cercavano di farsi impalare dagli uomini “veri”. Da Oscar Wilde fino a quelli che portano a spasso i barboncini per il Greenwich Village, la frivola effeminatezza segnalava la disponibilità sessuale.

Il movimento gay moderno è nato nel mezzo della moda hippie. I capelloni alla Woodstosk e le camicette svolazzanti erano già viste come sospetta omosessualità, e i pantaloni a vita bassa degli anni ’60 erano larghi in fondo ma ben aderenti intorno al pacco e al culo, costituendo un piacevole stratagemma per attirare l’attenzione. Per molti gay hippie assomigliare a un capellone significava auto-accettazione, modernità e disponibilità sessuale.

Poi è arrivato il look americano del quartiere Castro, adesso considerato un cliché superato ma allora semi-rivoluzionario. Con l’inizio della liberazione sessuale la vecchia divisione tra maschione e frivoletto fu rimpiazzato da camice di flanella e Levi’s 501 indossati dagli attivi così come dai passivi. Era un look mascolini che voleva affermare qualcosa come:

“Anche agli uomini veri piace essere impalati”. Come molte espressioni della moda derivate dal mondo gay, anche questa è stata ripresa dagli etero ma senza i pacchi scoloriti e le natiche accuratamente lise che rendevano i jeans di tanti uomini gay degli spot pubblicitari per l’attività sessuale. Dal momento che i bottom e i top si vestivano allo stesso modo, il codice del fazzoletto permise agli uomini di rendere noti i loro gusti con un fazzoletto o due al posto giusto: a sinistra per l’attivo, a destra per il passivo e rosso per “dammi una mano”.

Questa tendenza ha tenuto duro a lungo fino ai primi anni dell’epidemia di Aids quando avere un bell’aspetto era questione di vita o di morte. I gay, sempre molti consapevoli del loro corpo, cominciarono ad affollare le palestre in numeri da record. Le comode camice di flanella furono rimpiazzate da magliettine aderenti che mostravano i pettorali accuratamente costruiti. Con tutto il peso che aveva il sesso, avere un aspetto sexy era legato meno al fatto di farlo che alla narcisistica buona salute.

Col passare del tempo il sesso è tornato di moda. Per le nuove generazioni, però, il look da clone palestrato una volta così eccitante significava “È vecchio, probabilmente promiscuo e presumibilmente infetto”. Essere giovani era eccitante e la moda dei ragazzi era influenzata come non mai dalle immagini dei mass-media. Spendere un paio di bigliettoni in più nell’intimo Calvin Klein permette di identificare se stessi con quel semidio perfetto che imponeva il suo gigantesco pacco nei manifesti delle più importanti piazze del mondo. Poi Calvin è diventato Tommy che è diventato Abercrombie and Fitch, noiose ondate modaiole che mettono in luce un conformismo consumistico e non una eclatante prestazione sessuale: “Sono responsabile, disponibile al fidanzamento e solo in casi rari potrai portarmi a letto”. In questo periodo alcuni navigatori di internet reclamizzavano se stessi come “A&F boys”.

Un altro segno di giovinezza, il look hip-hop, quasi nega provocatoriamente il corpo. I pantaloni molto larghi e le magliette over-size nasconde tutto ciò che ci sta sotto e i pantaloncini da skater coprono quasi tutte le gambe. Allo stesso tempo, però, una cintura lasciata un po’ allargata e le mutande che si scorgono agiscono da richiamo sessuale. Non c’è niente di specificamente gay nell’abbigliamento di molti giovani gay, niente che rifletta una assunzione sempre maggiore della cultura queer all’interno della cultura di massa. Così siamo di nuovo al messaggio portati dagli hippie: “sono giovane, allegro e disponibile”. E se lo siete, non c’è niente di male. E se non lo siete? Ci sono sempre i pantaloni con le pence…
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di Simon Shephard – Gay.com UK
