Apologia di Lana Del Rey, tra genio e antidiva

Da eterna lolita a miglior cantautrice della sua generazione, ecco perché l'artista americana è molto più di una 'ragazza triste'.

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Neil Krug
Neil Krug
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C’è un prima e dopo Lana Del Rey.

Quando undici anni fa usciva Videogames, non eravamo ancora sufficientemente consapevoli di cosa stesse accadendo: in quattro minuti di canzone, Lana Del Rey – all’anagrafe Elizabeth Grant – ci introduceva in un mondo fatto di vecchi filmati d’epoca, scorrazzate in motocicletta lungo  Sunset Boulevard, spezzoni di cartoni animati, e danze con le star di Hollywood.

Era il 2012, ma anche il 1954 o il 1986, non avrebbe fatto differenza: “Heaven is a place on earth with you/Tell me all the things you wanna do/I heard that you like the bad girls/ Honey, is that true?” cantava come fosse una nenia ad un amante troppo impegnato a giocare ai videogiochi, creando un’universo da cui non saremmo più usciti: all’improvviso le ragazze hanno (ri)cominciato a indossare corone di fiori, scattarsi foto davanti piante di oleandri e ogni giardino poteva essere una villa a Pasadena con un po’ d’immaginazione.

Lana Del Rey col suo sguardo imbronciato, le labbra giganti, e pose da lolita era l’epitome della tumblr girl, e per tutta una serie di ragazze e persone queer fu il punto di non ritorno: potevamo sentirci alternativi, fuori dai giri, rischiosi e languidi come la nostra nuova popstar preferita. Almeno nella fantasia.

Tra gangster, fughe on the road, cocaina, sesso, morte, uomini terribili, Marilyn Monroe e James Dean, il confine tra realtà e finzione è sempre stato così lieve da renderla un mistero indecifrabile, un mito da venerare o sfatare a seconda dei casi.

Con l’uscita del debut Born To Die il resto del mondo non riusciva a spiegarsela: la dipinsero come falsa, raccomandata, una miracolata capitata per caso sul palco del Saturday Night Live. Non era solo una figlia di papà, ma anche una nemica del femminismo: infatuata di uomini più grandi, pendendo dalle loro labbra, era l’altra donna eternamente amante e succube del potere maschile.

Quando nel 2014, in Ultraviolence, cantò di “un pugno che assomigliava ad un bacio”, l’accusarono di romanticizzare l’abuso domestico.

Perché Lana Del Rey ha sempre dato pan per focaccia a tutta quella schiera di persone che amano dire alle donne cosa dovrebbero o non dovrebbero fare in quanto donne. Ma più che chiedere scusa, nell’arco della sua carriera ha rivendicato quella malinconia in maniera ancora più sfrontata di prima. Spogliandosi sempre di più dei panni della lolita nabokoviana e mantenendo intatta la sua impronta, accompagnata da quel timbro vocale inconfondibile che chiunque avrebbe imparato a riconoscere e imitare.

Tra la luna di miele allucinata di Honeymoon all’epopea americana di Lust for Life, la sua musica va ovunque tranne dove avrebbe voluto il grande pubblico: ogni album potrebbe essere una puntata di Twin Peaks, una poesia di Walt Whitman, una pièce di Tennesse Williams, tutti questi esempi o nessuno dei tre.

Quando nel 2020 scoppia una pandemia globale nessun disco riesce a raccontare la fine del mondo meglio di Norman F*cking Rockwell: l’album scritto a quattro mani con Jack Antonoff (spalla destra di ogni popstar odierna), è il suo magnum opus. La summa del proprio universo musicale, mai stato così tanto puntuale e struggente. I fidanzati stronzi sono sempre lì, ma a far da cornice c’è L.A. in fiamme, un bolide che schiva le Hawaii per un pelo, Kanye West fuori di testa e biondo platino, e la nostalgia per un passato che non esiste più.

Lei cita Sylvia Plath e ancora rischia di infatuarsi di uomini incapaci, ma stavolta sembra quasi prenderli in giro tra le lacrime: “Godamn, man child/ You fucked me so good that I almost said, “I love you” canta nella title track, rivolgendosi ad un bambinone che scrive pessime poesie e si mette in ridicolo alle feste.

A trentatre anni Lana Del Rey appare ferita, sarcastica e perfettamente consapevole delle sue fragilità. Non c’è nessun personaggio e l’opera d’arte diventa la vita stessa, ancora indecifrabile eppure così vicina al cuore di chiunque, tanto che le testate musicali la definiscono ‘cantautrice della nostra generazione‘. Che sia Taylor Swift, Billie Eilish, The Weekend, Adele, Orville Peck, Rosalia, Katy Perry, Stevie Nicks, Courtney Love, o Bruce Springsteen, ogni artista tesse le sue lodi e finalmente amare Lana Del Rey non è più una vergogna ma la norma.

Per chi c’è stato sin dall’inizio è un sogno ad occhi aperti, ma nel frattempo lei si ribella sempre di più alle aspettative dello stardom: sparisce da Instagram e ritorna con un profilo diventato privato (visibile solo a quei 3.500.000 follower che ce l’hanno fatta in tempo), si affida alla stregoneria per sconfiggere Donald Trump, pubblica foto di famiglia come fosse vostra cugina, scrive libri di poesie, utilizza foto ritoccate su PicsArt per i singoli, e come dichiara Jack Antonoff a Rolling Stone, manda note audio con idee per nuovi brani mentre gira per le stazioni di servizio col suo furgoncino.

Lo scorso 31 Dicembre, tra le cose da lasciare nel 2022, carica una foto mentre dà fuoco ad un post-it su scritto “essere una tr*ia“.

Nel 2023 Billboard la premia con il Visionary Award, ma Del Rey non ha la minima intenzione di piegarsi alle logiche dell’industria musicale, e questo venerdì 24 Marzo rilascia un nono album dal titolo chilometrico: Did You Know There is A Tunnel Under The Ocean Blvd?, testamento di 77 minuti e 43 secondi alla propria famiglia, i suoi amici, dove medita su presente, morte, e la banale splendida quotidianità.

È il resoconto di un’artista rimasta sé stessa dal giorno uno, con tutti gli effetti collaterali del caso: una donna che si interroga sulla propria condizione, scrutata nel dettaglio, sottovalutata all’inverosimile e mossa da un inscalfibile voglia d’amare.

A trentasei anni l’ascoltiamo cantare l’amore degli altri (nello specifico quello tra Antonoff e l’attrice Margaret Qualley) e chiedersi se potrà mai esserne all’altezza anche lei. Ce lo racconta come ha sempre fatto: a cuore aperto, con macabro umorismo, e la vulnerabilità di chi è sempre stato incompreso.

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