Il nuovo album di Taylor Swift: no, non è Patti Smith (ma lei lo sa già)

The Tortured Poets Department è un lungo, verboso, e tragicomico momento di follia.

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Taylor Swift per THE TORTURED POETS DEPARTMENT (2024)
Taylor Swift per THE TORTURED POETS DEPARTMENT (2024)
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Negli ultimi tre giorni non so quanti messaggi ho ricevuto che mi chiedevano: ‘cosa ne pensi dell’ultimo della bionda?’.

La bionda in questione non è Serena Bortone (a cui mando comunque tutta la mia simpatia e solidarietà) ma Taylor Swift e me lo chiedono non perché sono Joe Biden (che ancora aspetta un suo endorsement per le prossime elezioni) o Donald Trump (che da quando ha fatto coming out come liberale l’ha tolta dalla libreria di Spotify), ma un fan che la segue dal 2008 (ma se avete letto questo e questo forse lo saprete già).

Se ascolti Taylor Swift da prima che diventasse onnipresente sul feed di chiunque, è sempre difficile rispondere lucidamente al weekend del rilascio di un nuovo album di Taylor Swift. Specie da quando ha scelto di iniziare a rilasciare nuova musica ogni quattro mesi. È ancora più difficile quando lei ti dichiara all’ultimo che l’undicesimo lp THE TORTURED POETS DEPARMENT è in realtà un doppio album con altre quindici canzoni a sorpresa: nello specifico, un’antologia di 31 canzoni per un totale di due ore d’ascolto.

Vi rispondo come sto rispondendo a tutti: ci vuole tempo perché non è fisicamente possibile da metabolizzare in meno di tre giorni. Praticamente, Taylor Swift è la Hanya Yanagihara della musica pop e quest’album è il suo Una Vita Come Tante. Ma non temete, di opinioni ne troverete già quante volete: da chi vi dirà già che è un classico istantaneo, a chi pensa che sia un insulto a Sylvia Plath. Ma anche chi sta morendo dalla voglia di decodificare ogni brano per capire se è dedicato a Joe Alwyn o Matty Healy dei 1975.

Per me giocare a Indovina Chi? toglie metà del divertimento: THE TORTURED POETS DEPARTMENT parla di quella situationship in cui ti sei tuffata dopo aver concluso una relazione di cinque anni, e invece di prenderti il giusto tempo per digerire tutto il turbinio di scomode emozioni del caso, le consegni in mano alla più grande red flag in circolazione. Quel musicista hipster più basso di te, così pretenzioso da credersi Dylan Thomas e utilizzare una macchina da scrivere nel 2024. Uno che ti fa love bombing nel periodo più instabile della tua vita e poi va in lobotomia. Tu ci vai sotto come un treno, e quando finisce prevedibilmente molto male, ti ritrovi chiusa in biblioteca a sfogliare il dizionario dei sinonimi e contrari, nel disperato tentativo di dare nuove parole a questa ridicola tristezza.

A discapito di quanto vi diranno, Taylor Swift sa molto bene di non essere una poetessa torturata: I am not Patti Smith, this isn’t the Chelsea Hotel, we’re modern idiots, ripete nella title track, manifestando, se non piena consapevolezza di sé, sicuramente molta più ironia di chi la sta accusando di atteggiarsi da “artista seria”. Per tutti quelli che non ne possono più delle produzioni synth-pop di Jack Antonoff, quest’album potrebbe perdervi alle prime tre tracce, e forse verrete a dire che TTPD è minestra riscaldata, un album usa e getta messo qui solo per far numero. Ma chi scrive dissente: primo, perché quell’album già esiste e si intitola Midnights. Secondo, perché dalla metà in poi Taylor Swift parte per la tangente e si addentra in territori che non aveva mai percorso prima: ti dice che aspetta un bambino e una riga dopo ti frega dicendoti che non è vero (but you should see your faces!). Ti dice che vive in una casa piena di ragnatele e ti denuncia se metti piede nella sua proprietà (o se tracci il suo jet privato, ma questo nella canzone non lo dice). Che vuole uccidere tua moglie mentre annaffia i fiori o buttare qualche corpo nella palude insieme a Florence Welch. Se sfiora il cringe, non gliene può fregare di meno: come quando paragona l’amato ad un ‘golden retriever tatuato‘, o chiede di toccarla mentre gioca a Grand Theft Auto e si vanta di conoscere Aristotele. O quando mette in maiuscolo le lettere di thanK you aIMee, scandendo il nome di Kim Kardashian (non vi ripeterò la storia della loro faida perché è cultura generale).

Ci sono valide ragioni per non amare THE TORTURED POETS DEPARTMENT: è troppo lungo, troppo verboso, troppo melodrammatico, troppo tutto. Taylor Swift stessa è troppo onnipresente e non ha senso della misura, e Courtney Love vi darebbe ragione. Vi capisco anche se state godendo da tre giorni e non smettete più di ascoltarlo: la sua penna non è mai stata così incazzata, ruvida, brutale, caotica, irreverente, e vulnerabile. No, non ci sta fornendo un ritratto accurato della condizione sociopolitica attuale, e non è nemmeno diventata Tori Amos. Sta mettendo in pratica l’unica maniera che conosce per restare sana: distillare un momento di follia dentro una storia che non ha più voglia di rileggere, sublimare in musica quello che le passa per la testa nella speranza di poterci convivere. But the story isn’t mine anymore, canta nell’ultima riga dell’antologia. Se continuiamo ad ascoltare questa storia, forse è perché potrebbe essere la nostra. O come dice lei, perché mette narcotico nelle canzoni.

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