Meta sta censurando i contenuti a tematica LGBTQIA+?

Per ben due volte negli scorsi mesi il colosso si è nascosto dietro alla scusa dell'errore tecnico. Ma intanto, sulla polis digitale, il discorso d'odio prolifera indisturbato.

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Meta ha eliminato le restrizioni ai discorsi di odio su Facebook e Instagram, dove sarà ora possibile pubblicare messaggi del tipo "Le persone LGBTIAQ+ sono mentalmente malate".
3 min. di lettura

Nel 2024, due potenziali stragi contro la comunità LGBTQIA+ sono state sventate in extremis. Nel Regno Unito, Alan Edward; negli Stati Uniti, Mack Davis. Entrambi radicalizzati attraverso i social network, sono l’ennesima prova di come l’odio digitale possa sfociare in violenza reale.

Del resto, organizzazioni come GLAAD lo denunciano da anni: i social media hanno il dovere assumersi la responsabilità di moderare con più rigore i contenuti che alimentano retoriche anti-LGBTQIA+ e anti-diritti, sempre più diffuse negli ultimi tempi: la dimensione digitale e quella reale sono ormai inscindibili, e le conseguenze di questa connessione non possono più essere ignorate.

Nonostante gli appelli, le piattaforme social continuano però ad essere terreno fertile per la discriminazione. Dopo donne e disabili, la comunità LGBTQIA+ è tra le categorie più bersagliate.

Secondo uno studio del Center for Countering Digital Hate (CCDH), il 64% dei contenuti che incitano all’odio contro persone LGBTQIA+ su piattaforme come Twitter (ora X), Instagram e Facebook rimane online senza essere rimosso, nonostante le segnalazioni. E, secondo un rapporto di GLAAD del 2023, oltre il 40% degli utenti LGBTQIA+ ha subito molestie o minacce sui social negli ultimi 12 mesi.

Quella stessa comunità che ha trovato nei social uno spazio essenziale per portare avanti le proprie battaglie, sperimenta dunque una dolorosa contraddizione: gli stessi algoritmi che amplificano l’odio finiscono per censurare i contenuti di chi cerca di resistere e raccontarsi.

Ed è Meta – società madre di Facebook e Instagram -, a trovarsi ancora una volta al centro delle polemiche. Nei mesi scorsi, due episodi hanno scatenato critiche: prima, la cancellazione massiva di contenuti a tematica LGBTQIA+; poi, la censura di questi stessi contenuti sugli account adolescenti. La giustificazione fornita? Errori tecnici. Meta ha riconosciuto gli incidenti, ma senza assumersi una piena responsabilità. Un atteggiamento ormai ingiustificabile in un periodo storico in cui le piattaforme digitali hanno piena facoltà di plasmare il dibattito pubblico, like dopo like.

Meta censura “per errore” i contenuti a tematica LGBTQIA+

Il primo scandalo emerge grazie alla giornalista Taylor Lorenz, che ha scoperto come Instagram avesse reso inaccessibili hashtag fondamentali per la comunità LGBTQIA+, come #gay, #lesbian, #trans e #nonbinary. Termini essenziali per la visibilità e la costruzione di comunità online, erano stati classificati come “contenuti sensibili” e nascosti agli adolescenti, bloccando di fatto uno degli strumenti più potenti di connessione per i giovani.

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Quando Lorenz ha richiesto spiegazioni, Meta ha attribuito la colpa a un errore tecnico. “Non consideriamo i termini LGBTQ+ sensibili”, ha dichiarato un portavoce, aggiungendo che si sarebbe aperta un’indagine. Ma alle parole non sono seguiti dettagli o tempistiche.

Facebook e la censura di massa

Poco dopo, un altro episodio – forse ancora più sconcertante: a novembre, Facebook ha rimosso numerosi contenuti LGBTQIA+ senza fornire spiegazioni. Tra i post eliminati figuravano quelli di organizzazioni come OutInPerth e Black Pride Western Australia, insieme a materiali promozionali di QLife, un servizio di consulenza LGBTQIA+ australiano. Gli avvisi inviati agli utenti parlavano di presunte violazioni degli standard di sicurezza informatica, una motivazione che ha lasciato molti increduli e senza risposte.

Anche qui, Meta ha invocato l’errore tecnico come causa del problema. Ma, ancora una volta, nessuna spiegazione concreta è stata fornita. Graeme Watson, direttore di OutInPerth, ha denunciato l’opacità della gestione: “Meta non ci ha dato risposte. Solo un messaggio automatico che ci identificava come un problema. Ma quale problema?”.

Un interrogativo che per ora non ha ancora una risposta, nonostante la pervasività del fenomeno. Nel 2023, un rapporto di Crushable ha infatti documentato innumerevoli casi di shadowbanning ai danni di creator LGBTQIA+: contenuti nascosti, profili etichettati come “non raccomandabili” e segnalazioni motivate da pregiudizi. Al tempo stesso, video apertamente omofobi e transfobici sono rimasti online per mesi, come il filmato di due uomini aggrediti in Nigeria, visualizzato milioni di volte prima di essere rimosso, ma anche i video contenenti retoriche profondamente discriminatorie condivisi dai think tank conservatori.

E se Meta continua a giustificarsi con la retorica dell’errore tecnico, quante volte è possibile appellarsi a questa scusa prima che diventi un mantra vuoto?

© Riproduzione riservata.

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